Natura certo, quando lasciò l'arte
di sì fatti animali, assai fe' bene...
. . . . . . . . . . . . .

chè dove l'argomento della mente
s'aggiunge al mal volere ed alla possa,
nessun riparo vi può far la gente...

Or l'argomento della mente non hanno più; salvo Anteo che parla, salvo Anteo che non è considerato un bestione, poichè è disciolto. Perchè? Perchè non “contra il sommo Giove„ esercitò la mente e il mal volere e la possa, non essendo stato “all'alta guerra de' suoi fratelli„;[615] sì contro Ercole lottò. Perciò muove ancora le braccia che non menò contro il Dio direttamente, e può distendere le mani che strinsero il figlio del Dio; e parla, e di più è sensibile allo scongiuro della fama.[616] La quale “qui si brama„ dice Virgilio; eppure Dante da Bocca sente dirsi poi:[617]

Del contrario ho io brama;
levati quindi e non mi dar più lagna,
che mal sai lusingar per questa lama.

E Bocca non vuol dire nè dice il suo nome, che, in vero, non può nel mondo che sonare onta. E il Camicione, sì, lo dice. Non è esso un Anteo rispetto a Nembrotto o qualunque altro dei giganti legati e muti? Tanto più che nella pena assomigliano i giganti e i dannati della ghiaccia: il gelo di Cocito serra questi, come le catene quelli. E chi non vede ora la ragione della pena stessa? I giganti avevano possa, mal volere e mente. Ebbene or non possono più, che sono incatenati, sebbene vogliano il male ancora, chè Nembrotto grida e vorrebbe disfogar l'ira o altra passione,[618] e Fialte si scuote come torre per tremuoto rubesto. Il mal volere resta in loro; ma le catene impediscono la gran possa, e una confusione totale oscura la loro mente, sì che Nembrotto non sa trovare il corno sul gran petto, e parla un linguaggio che non s'intende, e non intende alcun linguaggio che gli si parli. Questo difetto del linguaggio non ha Anteo, il quale ama, nel tempo stesso, la lode. È chiaro dunque che anche i dannati che sono al piede dei giganti, il non parlare e il non amar fama l'hanno per castigo o per contrasto a ciò che nel loro peccato fu inordinazione della mente. Il che s'è veduto in Vanni Fucci, che si dipinse di trista vergogna perchè anche con la mente peccò, e non con solo l'animo e la volontà. Possiamo dunque conchiudere che maggiore fu nei peccati l'inordinazione nella mente, e più grave è, in Malebolge e nella Ghiaccia, la vergogna del fallo e l'orror per la fama. Dico la vergogna del fallo: in vero Ulisse risponde a Virgilio, perchè questi ha dichiarato prima, che lo interrogherà su tutt'altro; e Guido risponde anche sul fallo suo proprio, perchè crede che chi lo interroga, sia morto. E così il Conte Ugolino si sente chiedere non la sua pecca, ma quella del traditore che rode;[619] e perciò risponde, e dice subito il suo nome, che è necessario dire se si vuol procacciare infamia all'altro. Nel che è da osservare che il non essere i pessimi dà a questi dannati coraggio di palesarsi; come è il fatto di Camicion de' Pazzi e di tanti di Malebolge.

Più grande è dunque l'inordinazione dell'intelletto, più grave è la vergogna e l'ostinazione a nascondersi. Bene: ma perchè Farinata e Cavalcante non mostrano vergogna? In tanto posso dire, che il loro nome non dicono essi; sì, dell'uno, Virgilio lo proclama, dell'altro, Dante lo legge.[620] C'è, senza dubbio, una gradazione con quelli del limbo; dei quali pur nessuno si noma da sè, e Virgilio stesso sul primo apparire a Dante il suo nome non dice, sebbene l'esser suo dichiari; ed anche a Sordello comincia con l'indicarsi per la patria, sebbene poi dica anche il nome, che a Stazio è detto da Dante e non da lui. Ma lasciamo questo, sebbene non sia assurdo pensare oltre che alla modestia del virgineo, anche a una peritanza consimile a quel turbamento, da cui il dolce poeta fu preso una volta.[621] Certo è che l'inordinazione dell'intelletto si ha da intendere a quel modo che Dante insegna per bocca di Virgilio:[622]

dove l'argomento della mente
s'aggiunge al mal volere ed alla possa;

si deve, dunque, dire che la vergogna è maggiore dove è maggiore l'inordinazione della mente posta al servigio del mal volere. E si può così definire quest'inordinazione, considerando in che consista la frode e che parte vi abbia l'intelletto. Frode è dell'uom proprio male, cioè con la mente. Per questo essere con la mente, rimorde la coscienza, perchè la mente vede chiaramente il male che fa o aiuta a fare. Si usa in colui che si fida e in chi non si fida. Il primo de' due modi uccide l'amor naturale e lo speciale; il secondo, solo quel primo vincolo dell'amore che ci lega a tutte le creature. Ora, secondo il Poeta, la mente, in tali peccatori, è inordinata per ciò che sa e vede l'un vincolo e l'altro, e pur l'oblìa e l'uccide.[623] È inordinata, non accecata. Se cieca fosse e come non fosse, Lucifero sarebbe Capaneo, e Fucci sarebbe nella riviera di sangue. Chè il vincolo che fa natura, lo spezzarono gli omicidi e i predoni; eppure non sono rei di ciò che rimorde ogni coscienza. L'argomento della mente fa peggiore la reità non perchè i fraudolenti usino arti sottili, ma perchè essi sono coscienti del vincolo che li stringe a quelli, contro cui le usano. In vero questo uso medesimo mostra in loro che c'è la mente; e perciò la coscienza. Il che Dante dice nel suo solito modo così evidente e così non veduto. I viatori sono nella sesta bolgia, dove è la rovina. C'è un crocifisso in terra con tre pali: Caifas, il consigliere della morte di Gesù. Perchè non è esso tra i rei direttamente contro Dio? Perchè[624]

consigliò i farisei che convenia
porre un uom per lo popolo ai martiri.

Caifas in Gesù vedeva l'uomo e non il Dio. C'era in lui dunque tanto di mente, da vedere che egli infrangeva il vincolo di natura, non tanto da vedere che obliava anche l'altro “di che la fede spezial si cria„.