quasi falcon che uscendo dal cappello,
muove la testa, e con l'ale si plaude,
voglia mostrando e facendosi bello;

e ancora

quale sovr'esso il nido si rigira,
poi che ha pasciuto la cicogna i figli;

e ancora tali altri,

quale allodetta che in aere si spazia
prima cantando.

Qui è “dolce frui„, qui sono “fiori di letizia„ qui è “eterno piacere„. E come tal gioia è consolazione di quel pianto, così l'amore ardente e il caldo amore e il fuoco di vero amore è proprio il contrario di quel poco o lento amore, di quella tepidezza. E le parole scritte nell'aquila diligite iustitiam, si oppongono, la prima, a questa pochezza e lentezza e tepidezza d'amore, la seconda al diniego della giustizia, alla viltà che laggiù laggiù nel brago dello Stige rissa e gorgolia. E i gran regi, che staranno laggiù, quassù sono designati. Or non leggeremo noi in questo cielo la parola fortitudo? “O milizia del ciel„[999] esclama il Poeta. E l'aquila se rende imagine di giustizia, ha, per ciò che ho detto, spirito di fortezza: di quella fortezza che fa alcuni uomini divini, come voleva Aristotele; di quella virtù eroica o divina che i dottori cristiani dicevano appunto, interpretando a modo loro Aristotele, ispirazione dello Spirito Santo, mediante i suoi doni.[1000]

E troveremo la scienza nel cielo di Saturno? Certo v'è la beatitudine dei pacifici. Già Saturno “sotto cui giacque ogni malizia morta„ bene nomina il cielo che è opposto al primo cerchio della malizia, dove Virgilio spense quell'ira bestiale. E sono contemplanti i pacifici che lassù godono. Ma è in questa spera indizio di quel dono per il quale la ragion pratica è condotta ad apprendere la verità? Sì. In questa spera a una domanda sulla predestinazione si risponde:[1001]

Ma quell'alma nel ciel che più si schiara,
quel serafin che in Dio più l'occhio ha fisso,
alla domanda tua non satisfara;

però che sì s'inoltra nell'abisso
dell'eterno statuto quel che chiedi,
che da ogni creata vista è scisso.