Ma no: non si disse e non si dice. Il geniale spirito di Giacinto Casella intuì che le tre fiere dovevano essere le tre disposizioni;[282] ma abbagliato da quei due passi surriferiti, credè che non la lupa ma la lonza fosse la frode. Nel che lo confermò sopra tutto quel gittar la corda a Gerione, di che ho parlato. Il Casella dice: “Dante per ordine del maestro si scioglie una corda che aveva cinta, e colla quale dice che aveva sperato Prender la Lonza alla pelle dipinta; la porge a Virgilio, e questi la getta giù nell'alto burrato. A quel cenno si vede venir su una figura mostruosa, a cui il Poeta dà il nome di Gerione, e apertamente lo dichiara sozza imagine di Frode. Ecco dunque un primo fatto notabilissimo: quella corda con cui Dante sperò prender la lonza è il mezzo del quale usa Virgilio a prender Gerione: dal che si argomenta ragionevolmente affinità fra i due simboli, e che se Gerione è la frode, la Lonza sarà la stessa cosa. Ma parmi che ciò divenga affatto evidente, quando si badi alla rassomiglianza della pittura che fa di entrambi il Poeta. Se la lonza ha la pelle gaietta e dipinta, se è leggiera e presta molto, Gerione dal canto suo ha pelle benigna, e tutto dipinto di nodi e di rotelle, è così veloce, che compiuto appena l'ufficio suo si dilegua come da corda cocca„. E poi spiega il significato della corda, con cui “Dante sperò pigliar la lonza, e Virgilio piglia Gerione„. Egli dice: “Dante alla maniera biblica dinota col nome di corda ogni specie di virtù: onde parlando di Pietro d'Aragona dice:

D'ogni valor portò cinta la corda.

E qui pure la corda è per certo una virtù, atta a vincere e signoreggiare la Frode; è insomma, se non erro, quel buono accorgimento col quale l'uomo d'intelletto non solo sa schermirsi dalle insidie dei tristi, ma gli domina a suo talento, e gli fa servire, se bisogna, ai suoi fini„.[283]

Due parole sulla “corda„. Mettiamo che il “capestro„ e la corda possano anche interpretarsi in altro modo che continenza: ma sono anche continenza. Non importa tanto di sapere il significato della corda, quanto dell'atto di Virgilio. Fu quello un “nuovo cenno„.[284] Cenni in Dante sono quelli di Caron; quasi richiami d'uccellatore.[285] E qui è la stessa cosa. Virgilio seconda con gli occhi la corda che cade, e dice: “Tosto verrà di sopra...„ A chiamar su Gerione serve la corda, non a pigliarlo. Quando Gerione è venuto su, Virgilio patteggia con lui; la corda non basta. Dice:

mentre che torni parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti.

Le avrà detto, presso a poco, ciò che a Caron, ciò che a Minos, ciò che a Pluto, ciò che ad altri: “Vuolsi così!„ Il difficile era di farla venir su quella sozza imagine di froda! E a ciò servì la corda, che appunto fu aggroppata e ravvolta, a formare un nodo come quelli che Gerione aveva dipinti sul dosso e sul petto e su ambedue le coste. Era un inganno all'ingannatore. Ma in che modo la corda poteva fare venir su l'ingannatore? che cosa dovè questi credere, nel veder quella corda?

Con la lonza alla pelle dipinta, come credeva di potersene servire Dante? La voleva prendere; ossia, legare, vincere, assoggettare. O che altro? Per la lonza forse era un logoro? un richiamo? uno zimbello? Non pare; è assurdo. La corda è un'arma; e servirsene come di zimbello sarebbe quale il fatto dell'uccellatore che mettesse come richiami la penera e la rete. Con la corda egli la voleva proprio vincere e avvincere, credo. Or dunque gettar qui la corda essendo un inganno per attirar su Gerione, significa spogliarsi dell'arma d'offesa, e mostrare così di non poter nuocere. È un cennare a Gerione: Non ho più la corda: vieni su, che sei sicuro. O meglio, trattandosi d'un de' passatori dell'inferno: Vieni su, che c'è carico per te. Ora se Gerione e lonza simboleggiano tutti e due la frode, quella corda, se aveva a prender la frode, era una virtù ad essa contraria.

Non però “il buono accorgimento„ del Casella. Chè allora il cenno della corda direbbe a Gerione: C'è quassù un malaccorto; vieni a prenderlo. E ciò tornerebbe; ma nel dolce mondo, non nell'inferno. Nell'inferno Gerione salirà su, se crederà di trovare un fraudolento, non un semplice; uno pieno di accorgimenti e di segrete vie per offendere altrui, non uno sfornito pur d'ogni prudenza per difendere sè. Dunque non il buono accorgimento, ma quella virtù cui chi non abbia, è reo di frode. E qual è questa virtù? È, credo, la carità; quella di cui appunto Virgilio, nella bolgia quarta dei fraudolenti, dice:[286]

Qui vive la pietà quand'è ben morta;

la pietà che non è esclusa in altri cerchi e verso altri peccati e peccatori. Bene: ora bisognerebbe provare che la corda ch'uno si cinga ai lombi, può valere la carità. E non credo si possa provare.[287] Codeste cinture devono aver un significato di stringere e frenare. Ma pure ammettiamo che la Corda di Dante valga la carità o quella, qual si voglia, virtù, senza la quale si sia fraudolenti. Che direbbe Dante, con questo cennar di Virgilio? Direbbe, con molto apparato di gesti e di parole, e dopo avere molto invitato il lettore ad attendere e pensare, direbbe, che chi non ha la virtù contraria alla frode, è, o è per essere, fraudolento. E può essere; ma vediamo se con altra interpretazione sia il cenno per riuscire e più intelligibile e più ingegnoso e profondo e vero.