Visitai gli spedali delle città e delle borgate, le chiese, i casolari ove sapevo di trovare un ferito. Chiesi dappertutto del mio uffiziale dei bersaglieri, ma nessuno me ne seppe dir nulla. Mi trovai presto compagno e amico di altri che una stessa angoscia traeva per le medesime strade. Ci ricambiavamo le stesse parole di speranza, gli stessi consigli, e l’uno mandava l’altro ora di qua ora di là, dietro le medesime lusinghe che erano a lui riuscite vane. Ma anche quella mesta comitiva si diradava ogni giorno. Ne vidi più d’uno partire con una fatale certezza; altri, senza nuove e senza speranze. Ormai incominciavo a invidiare quelli che avevo lasciati al capezzale d’un morente.
A Brescia ho fatto conoscenza con un uomo generoso, il padrone di questa casa, il mio ospite, che pieno di cuore e di amore di patria si è tutto dato, non badando a pericoli e fatiche, a cercare e condurre in salvo qualche povero soldato ferito, a dar nuove dei prigionieri, a riconoscere i morti, a mettere un segno sulle loro sepolture. Questo signore rianimò le mie speranze; mi disse che in qualche casolare al di là del Mincio c’erano ancora dei feriti nascosti; mi disse ch’egli poteva penetrare in Verona, visitarvi gli spedali e saper notizie dei prigionieri. Mi domandò come stessi a gambe e a risolutezza. Gli risposi che ero un antico cospiratore; allora mi strinse la mano, e m’invitò a seguirlo.
Ora eccomi qui. Come ci sia giunto, passando il Mincio, a traverso a sentinelle e pattuglie nemiche, non so raccapezzarmene nemmen io. Camminai una notte per cinque ore, dietro i passi lunghi, inesorabili del mio duce, senza dir parola e senza quasi riavere il flato. Allo spuntare dell’alba giungemmo a questa casa: casa grande, vecchia, cadente, in cui non abita che il mio ospite e una sua vecchia fantesca. Io ero mezzo morto dalla stanchezza, ma il mio ospite, mangiato un boccone, si rimise in strada, e questa volta senza di me, per cercarmi il mio figliolo, come diceva lui, dietro il filo delle notizie e delle indicazioni ch’io gli avevo date. Ritornò a sera; mi disse che tra i pochi feriti, tuttora nascosti nei casolari, Aldo non c’era; che sarebbe andato il giorno dopo a Verona, ma prima voleva condurmi certi contadini che avevano degli oggetti trovati sopra soldati morti e da loro seppelliti.
Vidi anche quella trista raccolta. Ebbi un momento di indicibile trepidazione; non riconobbi nulla! e un violento batticuore mi fece accorto che ritornavo alla vita. Vidi una spada spezzata; un elegante elmetto d’uffiziale pesto e tagliato da un fendente; un abitino della Madonna; una medaglia al valor militare; tuniche, cappotti, brandelli d’uniformi forati dalle palle, laceri, insanguinati; un portafoglio in cui era il ritratto d’una donna non più giovane, atteggiata di serietà e di dolcezza, il ritratto d’una madre... Di quante lacrime e di quanto lutto erano simbolo quei poveri avanzi!
Il mio ospite appena si accorse che non avevo riconosciuto nulla, interruppe le mie meditazioni; mi fece animo, ravvivò le mie speranze, mi disse ch’egli partiva subito per Verona, che m’avrebbe mandate nuove di là, e m’ingiunse di aspettarlo senza uscire di questa casa. Lo volevo ringraziare, gli volevo rammentare cento cose, ma intanto egli era già partito.
È partito da ventiquattr’ore. Quante ore da sperare mi rimarranno ancora?... E quelle spoglie che ho vedute ieri! Le ho sempre dinanzi agli occhi, le ritrovo in ogni pensiero. Quei poveri oggetti erano un giorno cari a qualcuno!; saranno stati a qualcuno compagni della vita, testimoni delle gioie, delle speranze!... Ed ora sono reliquie perdute, infrante, disperse, forse desiderate invano. Si direbbero cadaveri anch’esse; si direbbe che è mancato anche in loro il soffio della vita! Qui tutte le campagne ne erano coperte. Molte e molte saranno a quest’ora bagnate di lacrime; molte ne coprirà la terra, e nessuno le potrà rintracciare! Queste non saranno più reliquie domestiche.... serviranno un giorno all’agricoltore che le avrà trovate;... saranno curiosità vecchie, se l’Italia avrà cancellata questa sua pagina nefasta; saranno simboli di dolore, se sventuratamente ne avrà scritte di più nefaste ancora!
Ed io che m’ero confortato nel non riconoscere nulla tra quei pochi avanzi che avevo veduti!... Non ho forse che a dilungarmi d’un passo fuori di questa casa, per trovarne altri, e riconoscerne più d’uno!.....
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Oh!... è arrivato un messo del mio ospite che mi chiama a Verona. Mi manda un salvacondotto e una lettera di quattro facce, che incomincia: «Il suo figliolo è vivo, leggermente ferito....»
Lo sapevo ben io! Eh! n’ero sicuro!... Non ho potuto leggere il resto, volendo partir subito. Ma il messo dice che il cavallo ora mangia la biada. Oggi poi gli occhi non mi dicono il vero.... in grazia del sole e della polvere;... anche i cristalli degli occhiali mi paiono deboli, deboli....