Dalla porta del caffè, che chiamano il caffè della Fratellanza, dove stavano a crocchio dieci o dodici persone, ora discorrendola con qualcuno ch’era seduto in bottega a legger le gazzette, ora facendo da spettatori anch’essi della mobilia e del carrettone, si erano mossi due o tre al rumore di quella nuova bega, per meglio goderla da vicino.

Ma finito il primo scroscio, quei due o tre eran ritornati nel crocchio a raccontare quel poco che abbiam sentilo anche noi, e a ripigliare il discorso di prima. Il discorso, anche lì, era quello della giornata: Massimo, i suoi mobili e il suo impiego; discorso che, allungato e frammischiato da mille divagazioni, interrotto e ripreso dall’andare e dal venire degli interlocutori, era cominciato nelle prime ore della mattina e si avviava a continuare fino al tramonto.

Dei discorsi che si facevano in bottega, succedeva press’a poco come del caffè che bolliva in una gran caffettiera su un fornello dietro il banco. La caffettiera, piegandosi ora da un lato, ora dall’altro, stava sul fornello da mattina a sera. Ogni tanto capitava il padrone a levarne una chicchera, a rimetterci dell’acqua, o a darci una rimescolata; ma il fondo, poco su poco giù, nelle ventiqualtr’ore era sempre il medesimo.

Di avventori ce n’era d’ogni sorta, perchè dopo una sbevazzata all’osteria, per finirla con un bicchierino di liquore, o con una chicchera di caffè, ci capitavano in via straordinaria anche de’ carrettieri, degli operai, de’ contadini. Gli avventori ordinari però, quelli dei discorsi di lunga durata, erano persone di maggior conto; eran quelli insomma che per avere qualcosa, per esercitare una professione, o per il loro far niente, formavano il ceto più ragguardevole del paese. Questi tutti erano amici dell’avvocato Massimo, compagni antichi di scuola, o compagni recenti di partite al bigliardo e di cene all’osteria; erano suoi clienti o suoi ammiratori; gente tutta avvezza, fino allora, ad avere Massimo in gran concetto, a non far nulla senza di lui, e a riconoscergli, in Castelrenico, il posto più alto nelle sfere della popolarità.

Abbiam detto fino allora, perchè a udire in quel momento le ciarle del caffè, c’era da scommettere che neanche la popolarità dell’avvocato Massimo potesse durar sempre; cosa che solo pochi mesi prima avrebbe giurata chiunque. Povero Massimo!

«Dicevano che Martino volesse litigare con Massimo per l’affare dell’eredità, ma mi paiono amici meglio di prima! Che ne dite? Non se la piglierebbe così calda Martino stamani!...»

«Io dico che tra un mese vediamo diventar ministro, questore o ambasciatore anche Martin matto!» soggiunse un tale che passava le sue giornate sulla porta del caffè, seduto su una panchetta, con una pipa di gesso in bocca e coi gomiti che, a memoria d’uomo, uscivan dalle maniche.

«Sicuro!... Ci sarebbe da scommettere! Avete ragione! Dite bene, voi!» risposero in coro gli altri.

«Per gli impieghi» continuò quello della pipa «l’importante sta nel saper trovare la vena giusta. Trovata la vena, c’è impieghi per chi ne vuole!»

Anche questa volta ci fu un «benissimo» su tutte le bocche. Quando parla quello della pipa, che ha la lingua più lunga di quanti ce n’è in Castelrenico, tutti s’ammazzano per dargli ragione.