«Sì, sì, ma ne ha fatte delle vite quel pover uomo! e di tanto in tanto ne ha patita della fame! Ebbene, il suo gran gusto è quello di farsi in quattro per il signor Massimo....»
«Non lo chiamano Martin matto per niente.»
«E credete voi che il signor Massimo gli abbia detto una volta: — ehi, Martino, venite a berne un bicchiere in compagnia? — Mai, capite! Lasciatele dire a me certe cose, che le so!... E pensare che son parenti!... Perchè poi le nostre giacchette abbian da fare tanta paura alle cacciatore di velluto, e anche solo di frustagno, non lo saprei!»
«È perchè le nostre son fatte in casa dalle donne, e le altre le fa quel nano che beve il caffè, seduto a tavolino, sulla porta della bottiglieria insieme ai signori!...»
«La sarà così!»
Un nuovo rumore interruppe anche il dialogo di questi due, i quali mossero con la maggior parte degli spettatori verso il carrettone dove era ricominciato un alterco tra Martino e il carrettiere.
«Credete voi che una lastra, perch’è di marmo, non vada in quattro se riceve un colpo?» gridava Martino. «Ve l’avevo detto io, o no, dove la si doveva mettere?... Via questo cassetto.... svelto!... via questa roba.... Che non si possa andarsene un momento.... Eh per bacco! s’è fatto così scarso il sale in zucca alla gente! Quand’uno fa un mestiere, dovrebbe almeno averlo imparato!...»
«Oh, sapete che ne son pieno! che un rompistivali come voi bisogna farlo fare apposta! Credete d’esser voi il padrone?» gridava alla sua volta il carrettiere. «Credete, perchè fate il legnaiolo, d’esser voi quello che ha inventato il tagliere della polenta?»
Qui gli spettatori diedero in una grande sghignazzata; e Martino senza badarci continuava intanto il suo lavoro.
«Non c’è più corda? Animo, Tonino,» diceva a un suo figliolo;» corri a casa e fatti dare dalla mamma una bella corda lunga.... la casa di Martino non fallirà per questo!»