«Gran novità! Il Martin matto! Non è così che lo chiamano tutti in paese, vostro marito?»

«Oh smettete! che ce ne volevano quattro dei vostri Andrea per fare un uomo come il mio!...»

«Il mio però non l’hanno chiamato mai il matto!»

«Lo chiamavano il pilucca pitocchi

La Ghita saltò in piedi. Raccolse sul fuso, facendolo girare rapidamente, la lunga gugliata del filo; fece uscire la rocca dall’allacciatura della vita e dal cappio appuntato alla spalla, dove era rattenuta; mise rocca e fuso sotto l’ascella in aria di sfida; mandò giù la saliva, e stava per sbuffare chi sa che cosa.... quando a un tratto entrò la bambina ch’era andata a chiamare Martino, gridando «il babbo! il babbo!»

Caterina, che aveva voltate le spalle alla Ghita, scodellava intanto la minestra.

«Buona sera, Ghita,» disse Martino, levatosi il grembiale e appeso il cappello a un chiodo del muro. «Se volete gradire una scodella di minestra e un bicchiere di vino, non c’è neanche da dir grazie.»

La Ghita prima di rispondere ci pensò un poco per trovarne una salata; poi disse a un tratto: «Tante grazie!» e se ne andò. Ma appena fuori della porta, rifece un passo indietro, e aperto l’uscio di nuovo, soggiunse: «Ho già desinato del mio!» poi se ne andò definitivamente, e molto più soddisfatta.

«La signora Ghita è di cattivo umore, a quanto pare,» disse Martino sedendosi e mettendosi a mangiare la minestra. Caterina non rispose; fece sedere su due seggioline a braccioli i due bambini più piccoli, legando loro intorno al collo un tovagliolo; poi si mise a sedere anch’essa in mezzo a loro. Anche il gatto prese il suo posto sulla tavola vicino alla scodella della bambina, dopo essersi sbarazzato della cuffia di carta con lo zampino e con una leggiera crollatina di capo.

«Vi siete bisticciate con la Ghita?» riprese Martino.