«La gente dice.... se la volete sapere, che quando si hanno quattro figlioli bisogna tener di conto delle giornate; lavorare per guadagnare, e non far grandezze a lavorare per guadagnar niente! Bel pagamento che avete avuto quest’oggi! ammazzarsi dalla fatica, non vedere la croce d’un quattrino, e non avere neanche un grazie!... perchè dir grazie a un parente povero, per lui è uno sporcare l’avvocatura e tutta la sua carta bollata!... La gente vede queste cose, e la gente parla!...»

«E voi lasciatela parlare! Se son questi i fastidi della signora Ghita, capisco come la diventi di così bella cera. Se a mio cugino dà noia che io sia un povero legnaiolo, a me non dà noia che lui sia un signore. Non ho invidia di lui, non gli domando nulla, nè gli vado tra i piedi mai. Se però proprio diamo di naso l’un nell’altro, allora faccio il mio dovere;... son pover’uomo sì, ma creanzato! Non sarei andato a dirgli: avvocato, se volete, per caricare i vostri mobili son qua io. Ma, passavo per la piazza, vedo una carrata di mobili, tutta a gambe e a spigoli per in su e per in giù, come anime del purgatorio; sono i mobili di Massimo: chi rideva, chi ne diceva una, chi un’altra; ma nessuno sapeva dare una mano, nessuno si moveva. Allora mi sentii movere il sangue. Che volete? se avessi tirato diritto, allora sì che la gente avrebbe avuto ragione di credere che tra me e Massimo ci fosse una picca! E questo non stava bene. Allora sì che ne avreste sentite delle chiacchiere! Avrebbero detto che sono invidioso; che per avere ereditato meno di lui mi è andato il sangue in aceto, e che, ad andar bene, la finiremo a busse. Capite? Lì per lì, a dirvi la verità, tutti questi ragionamenti non li ho neanche fatti; ma adesso, a pensarci, mi persuado d’aver fatto bene a fare quel poco che ho potuto. E poi ve ne dirò un’altra.... Oh, cosa succede là! Beppina....»

Beppina a quel punto era venuta alle prese col gatto, il quale era stato del parere che l’ultima cucchiaiata di minestra dovesse toccare a lui; e se l’era presa, rovesciando la scodella sulla tavola. Beppina l’aveva picchiato col cucchiaio, poi s’era messa a piagnucolare alla distesa. Caterina prese la bambina sulle ginocchia e le diede da mangiare nella sua scodella.

«Dovete dunque sapere....» continuò Martino.... «Oh! aspettate che adesso mi è uscito di mente quello che vi volevo dire....»

«Voi però lo avete avuto sempre troppo nell’anima quel vostro cugino; e dire che non ve ne ha mai fatta una delle buone!» prese a dire Caterina.

«Eh, chi sa mai! Potrebbe venire il giorno in cui avessi bisogno di domandargli un servigio: allora, sapete, ci andrei diritto, e sono persuaso che me lo farebbe. A sentir la gente, tutti mi dicono di star alla larga da quelli che hanno studiato; ma io, che volete? ho un altro pensare!»

«È perchè voi siete sempre stato infatuato di quello lì!»

«Ma dite un po’, Caterina, l’esserci un avvocato, un uomo di studi che si chiama Della Valle, non è un onor grande anche per noi che ci chiamiamo così? Non è un onor grande per la famiglia? Se avessi studiato anch’io, allora sarebbe un altro par di maniche. Allora sì, casa Della Valle, anche con la bocca di Martino, potrebbe dir le sue ragioni!... le potrebbe dire, perchè qui, sapete, c’è dentro qualcosa....» e si picchiava la fronte con la mano. «Basta, se vivremo, qualcosa s’ha da vedere! Son anni e anni che lavoro come un cane per risparmiare quel poco che sapete; ma non credevo di arrivarci. Ora però, con quello che m’ha lasciato lo zio Tonio, che Dio gliene mandi tanto bene, posso dire: ci sono! Ora, che ho qualcosa da garantire, posso anche fare un debituccio, e messo tutto insieme....»

«Oh, per carità. Martino, cosa dite mai! Anche un debito!»

«È fatto! Ma non abbiate paura....»