«Misericordia!... e i vostri poveri figlioli!... Non sapete che i debiti son come il tarlo, mandano le case in polvere!»

«Non abbiate paura, Caterina; voi non vedete quello che vedo io!... Dovete sapere, Caterina, che ci sono delle seghe che in Castelrenico nessuno ha veduto mai! con lame fini come nastri; seghe senza staggio, senza fune, senza manichetti, che vanno da sè, e che girano, girano!... seghe che in un minuto fan disegni che la è una maraviglia!... proprio come se avessero studiato!... seghe che paion cristiani, e che quando le senti cigolare contro il legno, ti fan tendere l’orecchio perchè quasi scommetteresti che parlino!... Ma silenzio, Caterina! non fatene parola con nessuno!»

Caterina guardava fisso negli occhi suo marito tacendo, e come compresa da un sentimento di maraviglia e di timore. I ragazzi s’erano messi a giocare per la cucina, e Martino ripeteva ancora con l’indice traverso le labbra: «Caterina, silenzio! silenzio, per amor del cielo!»

In quel punto qualcuno picchiò all’uscio, e una voce domandò: «Ehi, di casa!» Martino saltò in piedi, e riconosciuta subito la faccia rubizza che in quel momento faceva capolino dall’uscio, «Ah siete voi, Simone!» disse «avanti, avanti! Che buon vento vi mena qui? Saluto anche la compagnia,» soggiunse poco dopo, ma in tono più asciutto, rivolgendosi a due altri che vide entrare in coda a Simone. «Sedetevi» continuò Martino, «e se ne volete un bicchiere, tal qual’è.... Caterina, portamene su un boccale.»

«Oh! così va bene! un bicchiere non si rifiuta mai, nevvero voi altri?» esclamò Simone.

«Mai, mai!» risposero subito gli altri due, che da certi occhi lucidi lasciavano capire a prima vista come in quella sera avessero già più volte messa in pratica tal massima. Caterina uscì per il vino e rientrò poco dopo con un fiasco che depose sulla tavola; poi uscì di nuovo conducendo i ragazzi a dormire, ad eccezione di Tonino, il quale riprese con grande attenzione il suo lavoro sulla soglia del focolare.

Simone con la faccia gioviale, e dopo una fregatina di mani, prese una sedia di paglia, si assicurò che fosse ben forte, si mise a sedere, e depose il suo cappello sulla tavola. Poi si adattò, facendolo scendere alcun poco sugli orecchi, il suo fido berretto di maglia che non soleva togliersi di capo mai fuorchè nel caso rarissimo in cui si trovasse dinanzi a un creditore. Il berretto era di cotone color turchino scuro, e dello stesso colore erano le calze. Le brache poi, che ben inteso eran corte, e la giubba scarsa e a falde cortissime, erano d’un velluto che ai suoi tempi era stato di color verde.

Tirata una presa di tabacco, Simone assaggiò il vino; trovatolo buono, ne empì i bicchieri dei due compagni, e tutto ciò senza complimenti e proprio come se fosse in casa sua, non perchè mancasse di creanza, ma per quella tal ragione ch’era in casa d’un debitore, o d’uno almeno che lo doveva diventar tra poco.

«Dunque,» prese a dir Simone in tono d’uno che conchiude più che d’uno che comincia, «domani andremo dal notaio a fare il contratto con scrittura legale, per quel tale interesse. Questi sono i miei testimoni, idonei e consenzienti, per gli effetti legali. Però, essendomi consultato con me stesso per i miei diritti di legge, ho pensato al modo di far le cose più in regola, e il modo sarebbe questo. Io vi do a prestito le diecimila lire; voi, invece di darmi l’ipoteca, mi fate una vendita dell’acqua e del prato, con annessi e connessi, infissi e fabbricati, esistenti e da farsi, compresa, s’intende, anche questa vostra casetta, per maggior mia sicurezza; il tutto, badate bene, redimibile dopo cinque anni....»

«Patti d’oro!» esclamò uno dei testimoni vuotando il bicchiere.