«E che faccio con voi, Martino, per l’amicizia!» continuò Simone. «Ah! ma voi avete l’aria di pensarci su! Se non vi garbano, amici come prima, e non vado avanti....»

«Non avete finito? andate avanti, andate avanti» soggiunse Martino.

«Credete forse che la voglia comperar io davvero questa roba? Bel negozio! Si fa così per far le cose più legali, capite! E anche voi ci avete il vostro interesse, perchè se dopo i cinque anni trovate della vostra convenienza di vendere qualcosa piuttosto che restituire il capitale, ecco che l’affare è già bell’e fatto, senza nuove spese di istrumenti e di notai; e se restituite il capitale, voi ritornate possessore del fatto vostro. La vi par chiara adesso? Vedete che bella comodità! Il codice, e io l’ho letto da capo a fondo, ne ha delle leggi belle di tanto in tanto! Il tutto sta nel saperle adattare al caso proprio.»

«Insomma fate voi!... fate voi!» ripeteva Martino passeggiando per la cucina, e picchiandosi di tanto in tanto la fronte.

«Quanto agli interessi poi, fate come vi garba meglio. Mi terrò, se volete, a tutto mio rischio l’usufrutto del prato e della casa. Non lo volete? Datemi il sei per cento anticipato, ossia pagatemi fin d’ora l’importo dei cinque anni levandolo dalle dieci mila lire, e così non ci pensate altro.... Sono formalità, se volete, ma formalità legali di cautela per me, e di comodo per voi....»

«Insomma voi con una mano me ne date dieci, e con l’altra me ne levate tre, se ho capito bene.»

«Se avete diffidenza, caro Martino, non ne facciamo niente!... parliamo d’altro.»

«Ma se per piantar la sega mi occorrono dieci mila lire, vi domando io come faccio se voi me ne portate via tre mila?... sia pure per una formalità, come dite voi.»

«Vi darò poi anche le tre mila, siete contento? Ve le darò quando avrete finita la fabbrica, prima di pagare i conti.... e allora faremo un altro contratto. Insomma lasciate fare a me; domani, prima di andar dal notaio, verrò qui con una carta bell’e fatta, una carta che vi piacerà e che farò far io, a tutte mie spese, da chi si deve; da uno che la sa lunga più di qualsiasi avvocato; che fa carte di ferro, carte come non se ne fanno di eguali in tutta la provincia. Voi non pagherete che i testimoni, questi due amici che vedete qui; qualcosina per il loro incomodo è troppo giusto....»

«Eh, questo si sa!» esclamò l’uno dei due. «Ognuno vive del proprio mestiere. Il mio maestro non c’insegnava che a fare nome e cognome; per imparare di più bisognava portargli a scuola anche la legna: così nel resto dell’avvocatura sono rimasto orbo. Eh! senza questo guaio, l’estro di far carte l’avrei bene anch’io!... Basta.... Caterina, se ce ne date un altro bicchiere, lo beveremo alla vostra salute!»