Caterina che era entrata in quel punto, scambiò un’occhiata con suo marito, uscì di nuovo e ritornò poco dopo col fiasco riempito.
«Fate benone, maestro Martino, a metter la sega!» riprese Simone. «E dire che in Castelrenico non ce n’era una! E anch’io questi denari ve li do di gusto, non per quel miserabile interesse, ma proprio per il bene della patria, come si dice adesso. Però, non so capire, se è vero quel che si dice, perchè mai vogliate mandare un figliolo a fare il garzone fuor di paese, proprio nel momento in cui ne dovreste aver bisogno voi. Ne imparano d’ogni risma, questi ragazzi, quando vanno fuori!»
«Parlate piano» disse Martino, facendo capire a Simone, con una piegatina di capo, che il figliolo era lì vicino.
«Ho capito. Ma non potevate insegnarglielo voi il mestiere, e aver anche un aiuto nello stesso tempo?»
«No, no,» continuò Martino; «ne parleremo poi un’altra volta. È un figliolo di poco sviluppo, capite?»
«Dite un po’.... non per sapere i vostri interessi, ma è nato forse in luna calante?»
«Precisamente.»
«Ah! capisco, capisco!...» rispose Simone con un gesto, come a dire che la cosa adesso era chiara.
«Dunque, alla vostra salute, Martino!» esclamò uno dei compagni di Simone riempiendo e vuotando il bicchiere.
«Alla vostra salute,» ripeterono Simone e l’altro compagno. Poi tutti e tre, levatisi da sedere, salutarono Martino e Caterina, e s’avviarono verso la porta. Simone, rimasto l’ultimo, nel tirar di dietro l’uscio si voltò ancora una volta verso Martino dicendo: «Dunque siamo intesi: domani capiterò con la carta.»