Tanto i tre che se ne andavano pe’ fatti loro, quanto Martino ch’era rimasto in cucina con Caterina, se ne stettero tutti zitti per un poco, come aspettando che ritornasse loro sulla lingua il filo del discorso. Il primo a raccapezzarlo fu Simone, il quale dopo un tratto di strada prese a dire: «Buon uomo questo Martino! ma è matto!... matto!... e poichè s’è fisso di mangiarsi il fatto suo, tanto fa che non si lasci andar la roba in bocca d’altri. Però con questi cervelli strambi non si è mai prudenti abbastanza.... bisogna far le cose in regola!... a fior di legge!...»

«Ah! tu pensi di mangiarti il fatto mio!...» esclamava Martino dopo aver taciuto un pezzo, e passeggiando per la cucina. «Fors’anche sì!... Ma son nato povero e ci perdo poco. Se la mi andrà male, le mie braccia non le porterà via nessuno, e con queste i miei figlioli non avranno a patire!... Ma l’andrà bene!... Simone avrà i suoi denari!... li dovrà riprendere! L’andrà bene! Perchè qua dentro c’è qualcosa!... c’è qualcosa che non sbaglia!» E si picchiava la fronte ripetendo ancora: «l’andrà bene! l’andrà bene!»

Caterina diceva intanto mentalmente un De profundis per raccomandarsi ai poveri morti.

IV.

Erano stati in gran faccende l’avvocato Massimo e Martino per far partire quella carrata di mobili, ma non l’era stato meno, a Milano, quel tale che la dovette far scaricare e mettere a posto. Tanto più che a questo tale, proprio in quel giorno in cui era arrivato il carrettiere, erano capitate anche le sue ventiquattr’ore di guardia, come milite cittadino. Posporre la guardia ai mobili non sarebbe stato facile, e a ogni modo non era cosa che egli avrebbe messo neanche in discussione: prima di tutto, perchè non era uomo da mancare ai propri doveri; poi perchè era sergente, e con gli amici soleva dire in confidenza: «Senza di me, io non potrei garantir niente della compagnia!»

Il nostro sergente dunque fece come potè: si affaccendò come un martire in quelle prime ore della giornata che precedevano quelle della guardia; poi diede degli ordini precisi e severi a sua figlia, al carrettiere e ai facchini; e li diede in pieno assetto militare, perchè riuscissero più solenni. Poco dopo, senz’essersi fatto aspettare un minuto, camminava impettito e disinvolto, a fianco della compagnia che s’avviava verso il posto assegnatole.

A vederlo qualche ora dopo, e sì che ne aveva fatte in quel giorno delle vite per provvedere a tutto e a tutti, nessuno avrebbe supposto che quel brav’uomo potesse essere stanco. Forse lo era, ma certo egli lo celava affatto sotto un piglio severo, ma sereno, ch’era, come egli diceva sempre, l’attitudine indispensabile di un milite cittadino. Col tramonto scendeva per le strade una nebbiaccia che a ogni momento si faceva più fitta e più fredda; chi passava affrettava il passo; l’uffiziale e i commilitoni del nostro sergente, l’un dopo l’altro, s’eran chiusi nel camerotto del corpo di guardia; ma lui era rimasto ritto sulla porta, a pochi passi dalla sentinella, aspettando che la notte fosse calata del tutto, e che i passanti, facendosi sempre più radi, gli permettessero di dare un poco di tregua alla sua vigilanza. Prima però d’avviarsi anch’esso verso il camerotto, fece quattro passi in su e in giù per la strada, come per assicurarsi meglio che tutto era tranquillo, e ripetè, a buon conto, la consegna alla sentinella perchè non la scordasse.

Finalmente entrò nel camerotto anch’esso esclamando, nel tirarsi dietro l’uscio: «Mettiamoci anche noi nei quartieri d’inverno!»

Alcuni militi dormicchiavano qua e là sdraiati sulle brande o a cavalcioni delle sedie; altri, ed erano il nerbo più grosso, se ne stavano chiacchierando e fumando in giro a una gran stufa nel mezzo del camerotto.

«Qua, qua, signor Giovanni!» esclamò uno di questi: «mi dia una presa di tabacco per scacciare il sonno.»