L’avvocato Massimo intanto, presa la sua lettera, l’aveva riposta in tasca e se n’era andato. Giovanni s’era messo a spazzolare l’uniforme una seconda volta, per non lasciar vedere il suo imbarazzo ad Ambrogio.

«Non è ch’io abbia detto diversamente....» ripigliava Giovanni; «ma è che quando uno parla, c’è modo e modo di capire. La colpa è dei superiori: a sentirli loro, a ogni mosca che vola casca il mondo. A noi tocca obbedire, ma non è poi necessario pigliarsi ogni volta un’infiammazione....»

«Ho capito, ho capito! Come la è così, vado a bere il caffè, che non l’avevo neanche bevuto, e stasera vado a far la mia partita.»

«Adagio, adagio! non v’ho detto questo....»

«Ma io ho capito quello che dovevo capire! Anche voi come superiore fate bene a parlar così, ma farò bene anch’io a non pigliarmi l’infiammazione!»

«Guardate però che la responsabilità è vostra!... ehi! Ambrogio!» gridava per la seconda volta Giovanni; ma Ambrogio se n’era già andato.

Sull’imbrunire, dopo aver mangiato un boccone di mala voglia, il nostro sergente se ne andava al quartiere, e ci trovava, venuti prima di lui, tutti i militi ch’era andato a chiamare la mattina, fino a uno, meno Ambrogio, tanto li aveva scelti bene. Nel quartiere, insieme a questi, ce n’eran altri d’altre compagnie, ma scelti un po’ meno bene a quanto pareva dai discorsi e da certe discussioni calorosamente avviate sul decidere se questi tali della dimostrazione avesser ragione o no, e se andavano o no messi al dovere.

«In quanto a me,» diceva uno dei militi, «se voglion passare di qui, padronissimi.»

«Lei farà quello che le comanderanno di fare!» rispondeva un altro.

«E a lei intanto dico, che quel tale che deve comandare a me non è ancor nato!» ripigliava il primo.