Quest’ultime parole le disse in tono sicuro come ne fosse convinto, perchè servissero di conforto a Massimo, che parea farsi sempre più pensieroso ed agitato.

«Cosa volete sperare?... cosa volete sperare da questi ministri?... Ve lo dicevo sempre io, quando mi contavate tante maraviglie di loro....»

«Delle maraviglie me ne contavate tante anche voi del vostro deputato!...» rispose Giovanni, non per giustificare i ministri che in cuor suo aveva già sacrificati, ma per giustificare se stesso dividendo le colpe col genero.

«Il deputato,... il deputato» rispose Massimo «ha cambiato principii.... non è più quello d’una volta.... non val più niente! Me ne sono accorto tardi.... ho sbagliato!... E dire che ho fatto tanto per lui, quando gli amici del Ministero non lo volevano!... Ma lo aspetto a una nuova elezione! In Castelrenico non piglierà più un voto....»

«E così posso dirvi anch’io dei miei ministri. Li cambieremo! C’è del malcontento in parecchi, e a buon conto stasera c’è una dimostrazione contro di loro! Oh! non stanno in scranna una settimana! E quando li avremo cambiati, sapremo anche trovare la vena giusta per farci ascoltare dai nuovi. Ma non bisognerà perder tempo: molte conoscenze le ho io, e molte ne dovete far voi. Voi dovete lanciarvi nelle grandi società.... dove si incontrano i pesci grossi.... È là! è là che si trovano le protezioni che non sbagliano.... perchè, non per far torto ai vostri nè al vostro paese, ma che peso volete che abbiano questi deputati di campagna? Ci vuol altro! Dunque fatevi coraggio, e tra un paio di mesi avrete un impiego.... ma coi fiocchi! come ci avete diritto voi. Intanto non diciamo niente a nessuno, e se qualche curioso ve ne parla, si dice che l’impiego c’è, ma che si fanno delle nuove pratiche perchè si vorrebbe rimanere a Milano. Al momento non diciamo niente neanche a Enrichetta, perchè la conosco io quella benedetta figliola! per un niente s’accora subito. Ma a quel deputato rispondete di buon inchiostro! Ditegli che rimandi quella nomina, e che ne dica quattro in vostro nome a quel signor ministro! Perchè bisogna anche far capire alla gente che non s’è di quelli che si lascian porre il calcagno sul collo! Questo ministro poi tra pochi giorni se ne andrà a spasso, e non vi potrà far più nè bene nè male.... ma intanto gli avrete insegnata la creanza....»

Giovanni continuava così, e l’avvocato Massimo, che s’era fatto sempre più pensieroso, all’udire il nome d’Enrichetta, accostatosi a un tavolino, si mise a sedere, appoggiò il capo tra le mani, e rimase un pezzo cupo e senza parole. Giovanni, sempre per fin di bene, non l’avrebbe finita più, se a un tratto, spalancatosi l’uscio, non si fosse veduto dinanzi Ambrogio, il suo vicino di casa, che in uniforme e col fucile in mano veniva a domandargli s’era pronto.

«Come! avete già desinato voi?» gli rispose Giovanni. «Eh! ve la siete pigliata ben calda!»

«Ma, cosa m’avete detto stamattina?» replicò Ambrogio.

«V’ho detto quello che i superiori mi avevano ordinato di dirvi,» continuò Giovanni. «Ma voi sapete che i superiori, quando si tratta di far galoppare gli altri, hanno sempre fretta. Io che so da un pezzo come vanno a finire queste cose, desinerò con tutto mio comodo, e poi bel bello andrò al quartiere, e conto d’arrivarci prima del bisogno, se pure il bisogno ci sarà!»

«Stamattina però era un tutt’altro parlare il vostro! Se mi facevate meno fretta, sarei stato anche quel tale da rispondervi che non potevo venire stasera, perchè, a dirvela, avevo promesso a un amico di fargli il quarto a’ tarocchi....»