La lettera era di otto facce, e chi scriveva era il deputato, il quale dopo un preambolo alquanto impacciato, veniva a dire che quel tal decreto dell’impiego era firmato, ma che l’impiego poi era tutt’altro da quello che aveva creduto; ch’era corso subito dal ministro, nel supposto e nella speranza di un equivoco, ma la cosa pur troppo era tal quale. Diceva d’essersi vivamente lamentato col ministro, ma che il ministro gli aveva risposto che gli sarebbe stato impossibile fare di più; che non poteva nominar di colpo a un posto più alto un aspirante nuovo con danno e offesa di tant’altri impiegati; che bisognava cominciare dal primo passo, e ch’era già una fortuna il poterlo fare in mezzo a tanti che vi aspiravano. Il ministro poi aveva soggiunto che l’avvocato Della Valle co’ suoi meriti avrebbe potuto progredire prestissimo, e che avrebbe avuto subito cento occasioni per arrivare, con piena giustizia, di passo in passo a quella mèta più alta che era ne’ suoi desiderii. La lettera del deputato, ch’era scritta fino a metà in un tono sdegnatissimo, si andava mano mano calmando, nella speranza che succedesse altrettanto in chi la doveva leggere, e a un certo punto vi si cominciava anche a inzuccherare la pillola. Veniva una tirata eloquente sulla missione alta, patriottica, nobilissima degli uffiziali della pubblica sicurezza in uno Stato libero. Vi si parlava dell’Inghilterra, dell’America; si citavan brani di scrittori e di filosofi illustri. Alla fine poi si ammainavan le vele: il deputato prometteva tutta l’opera sua perchè quei passi da farsi nell’avvenire riuscissero rapidi davvero; e più sotto ancora, quasi all’ultimo rigo, c’era la gran parola: l’impiego era quello di delegato di Questura, di seconda classe, con mille e duecento lire. Poi mille saluti, mille proteste d’amicizia e molte altre migliaia di bellissime cose.
A questo punto Giovanni, ch’era divenuto furioso non meno di suo genero, ma che non aveva ancora potuto riavere il fiato, buttò da parte anch’esso la lettera, che andò a finire per la seconda volta sul canterano. L’avvocato intanto aveva ricomincialo a sbuffare.
«È questo il modo di canzonare un galantuomo?... Vedete cosa sono questi vostri ministri! Vedete cosa sono questi deputati! Avevo creduto che questo qua fosse meno male degli altri.... ma, signor no! son tutti d’una risma!... Si tiene a bada un galantuomo per sei mesi.... gli si fa un monte di promesse, e poi si ha il coraggio di buttargli lì una proposta di questa fatta!...»
«Ma io dico che si può fare anche un bravo processo a chi inganna il prossimo a questo modo!» saltò su Giovanni a cui principiava a snodarsi la lingua.
«Il processo lo potete fare a me....» bisbigliò l’avvocato «a me che finisco, in certo modo, con l’avervi ingannato.... L’avevo avuto io il presentimento! l’avevo detto io che il mio dovere era d’aspettare!...»
«Tacete, Massimo! Cosa dite mai! Se non aveste sposata mia figlia, ve la farei sposar oggi. Sareste matto a perdervi d’animo, voi! col vostro talento! Se non è per oggi, sarà per domani; ma l’impiego, e un impiego in grande come ci avete diritto voi, non mancherà! Troveremo un’altra strada, e ci arriveremo prima di quello che si pensa!... Villani calzati e vestiti!... venirci a dire di queste cose!...»
«Un impieguccio infimo di polizia a.... a un avvocato!...»
«È gente che ha invidia di voi! capite? Hanno cercato di umiliarvi se ci riuscivano. Oh la è chiara! Ma quando si vogliono trovare dei gonzi, bisogna cercarli in altro paese.... bisogna cercarli!»
«Il Governo deve avermela giurata fin da quand’ero in Castelrenico.... lo scommetterei! Questa è una vendetta! C’è dell’ironia nel proporre a me, a me! un posto in Questura!»
«Sicuro! oh qui c’è sotto del mistero! In Questura voi!... Esser voi quello che fa pigliare i borsaioli? E mentre eravate quello che difendeva i colpevoli, con tanto di toga, diventar a un tratto quello che li mette in gabbia!... Ma domando io se la ci può stare col vostro decoro, con la vostra dignità? E poi.... è vero che adesso la chiamano la Questura, ma a’ miei tempi l’hanno sempre chiamata la Polizia! Bel nome! bell’uffizio! Un impieguccio di mille e duecento lire a voi che siete già sulla strada di conoscer mezza la nobiltà di Milano!... Avranno saputo che avete preso moglie a Milano.... che siete diventato milanese anche voi, e avranno voluto farvi un tiro.... perchè gli è inutile, c’è della gente che ha invidia dei Milanesi!... Ma non abbiate paura, la spunteremo egualmente.... ci penserò io! e se non ci riesco, mi si cambi il nome di Figini! Guardate cosa arrivo a dirvi!»