«Ho veduto una volta anche questi, pur troppo!»

«E il corso? e gli equipaggi? e l’Arena allagata? e le botteghe dei salumieri la vigilia di Natale?...»

«Le ho vedute.»

«Eh! ce ne sono ancora a bizeffe delle cose che non avete vedute! Ma vedrete tutto, se vi lasciano a Milano, e poi parlerete. Quando poi vi manderanno in un’altra città, allora farete i confronti, e mi saprete dire se Giovanni aveva o no ragione!... perchè delle città ne ho vedute anch’io, e parecchie.... Ho veduto Lodi, ho veduto Monza, e Como, e Bergamo.... ma una città come Milano non l’ho veduta mai!... Milano è la prima città del mondo!... Non toccherebbe a me il dirlo, ma insomma....»

E Giovanni continuava; ma poco dopo l’avvocato avendo finito di cenare e sentendosi venir sonno, preso il lume gli diede la buona notte.

VII.

Il giorno seguente, di buon mattino, una lettera pressante era venuta a svegliare Giovanni e farlo correre a gambe a casa dell’uffiziale della sua compagnia. Si parlava in città d’assembramenti, di dimostrazioni politiche, di tafferugli che s’aspettavano per quella sera; e l’uffiziale, che aveva l’ordine di trovarsi al quartiere con parte della sua compagnia, aveva fatto subito chiamare il sergente Figini, e l’aveva incaricato di metter assieme nella giornata un drappello di militi di buona volontà. Giovanni, dopo aver fatto capire all’uffiziale come un tal incarico non fosse una piccola bagattella, ma dovendo pur convenire che per un simile affare non avrebbe saputo, nemmeno lui, chi altri meglio suggerire, senza perdere un minuto, s’era messo all’opera. Girò per un paio d’ore, di casa in casa, di bottega in bottega, su e giù per cento scale, e quando gli parve d’essere in porto, ritornò a casa per mettere in assetto anche lui le cose sue.

Levò da un armadio, dove stava sospeso alla gruccia, l’uniforme; lo spazzolò ben bene, lo distese sul letto, diede una ripulita ai bottoni, e a uno a uno con una tiratina si assicurò se erano saldi. Poi pigliò il fucile, diede il bianco al cinturone, tirò a lucido la canna, le fascette, la bacchetta; tastò qua e là col cacciavite se non c’era nulla d’allentato; e di tanto in tanto appoggiando il calcio alla mascella, spianava l’arma, pigliava di mira una pera di sasso o un’arancia di lana che aveva sul canterano, tirava il grilletto, e tutto ciò con un piglio così risoluto, che faceva scappar spaventate le donnicciole del vicinato che per avventura lo vedevano in quel punto dalle loro finestre.

Mentre dava mano a tutte queste faccende, Giovanni andava ripensando a quello che gli aveva detto l’uffiziale. «Cose da perder la testa!» diceva tra sè. «Ma chi sono? ma cosa voglion fare questi tali?... Tanto s’è fatto per arrivare al punto in cui siamo!... ci siamo arrivati da ieri, come per miracolo, e, signor no! ci sono già i malcontenti!... Non vi piace il ministero? non vi piacciono i deputati? non vi piace Tizio o Sempronio?... Abbiate pazienza! quando darete il vostro voto, lo darete a chi vi piacerà.... Dico bene o no?... Questo tripolo, per esempio, non è buono che a sporcar le dita, e non vale un cavolo... ma un’altra volta andrò da un altro droghiere, e la sarà subito aggiustata.... E vogliono pigliarsela con chi? Si canta e si grida tutto il giorno che siam tutti fratelli, e poi per la più piccola cosa si vuol venire a’ pugni! Bei fratelli! Bella figura che si fa fare a Milano! Domando io cosa si dirà di fuori? Oh! ma già mi immagino che tra questi farabutti, di milanesi non ce ne sarà. Li conosco io i Milanesi! Sarà gente pagata, gente che viene da Dio sa dove.... Oh, ma se fossi io il Governo, gliela vorrei far vedere! È perchè noi milanesi siamo troppo buoni, siamo troppo di pasta dolce! Ma se stasera me ne capita tra’ piedi qualcuno di questi tali... vedranno cos’è il Figini! Il Figini a suo tempo è buono e al di là di buono; ma poi non bisogna fargli montare la mosca al naso!... L’uffiziale diceva che qualcuno di costoro potrebbe aver anche delle armi indosso.... Portar le armi contro i fratelli? Ci vorrebbe anche questa! Oh, ma non è possibile, e non ci credo se non vedo! Avete dei reclami da fare? Fateli in buona pace! chi ve lo impedisce? Gridate fin che volete su pei giornali, che ne avete a bizzeffe; ma non venite a gridare in piazza! È così chiara. Avete vuote le tasche? andate a lavorare. Quel Governo che dia un impiego a quanti passano per le strade non verrà mai! Ragazzacci! Li avete già dimenticati quelli dei baffi tirati su col sego? Vi par proprio che si deva trattare quei di casa nostra, come meritavano d’esser trattati quelli là? Vergogna! E a sentirli loro saran tutti patriotti. Bel patriottismo? Quando non si sa sacrificar niente; quando non si sa compatire e non si sa aver un poco di pazienza.... Terrà duro questa fibbia? Sarebbe prudenza farne mettere una più salda, perchè conosco il mio carattere, e se me la fan montare, una qualche volta rischio di rimanere senza cintura e senza il fodero della baionetta.... È così che per i grilli di quattro ragazzacci si mettono a cimento i padri di famiglia....»

I ragionamenti del nostro Giovanni furono interrotti a un tratto dal rumore di due o tre usci spalancati bruscamente nelle stanze vicine, poi dalla comparsa improvvisa di suo genero, che con un piglio insolito e gli occhi pieni di collera, buttata sul canterano una lettera aperta, dicendo «leggete! leggete!» s’era messo a misurare la stanza a passi concitati dando un calcio a ogni sedia che gli veniva tra’ piedi. Il povero Giovanni si sentì gelare il sangue, e senza capir bene, in su quel subito, se fosse morto qualcuno, se ci fosse una rivoluzione o un saccheggio, capì però che si trattava d’una disgrazia. Pieno di spavento prese la lettera, si fece vicino alla finestra, mise gli occhiali, e cominciò a leggere senza aprir bocca, e guardando di tanto in tanto l’avvocato.