«Oh! perchè? perchè?» saltò su Giorgio, marito della marchesa Giulia, capitato in quel punto.
«Perchè?...» rispose don Gilberto «perchè ci sono anche gli avvocati delle cause perse!»
«Oh! oh!» si esclamò nel piccol crocchio; e il marchese Giorgio se ne andò ridendo un poco troppo, com’era solito.
La festicciola durò fino alle due ore dopo la mezzanotte. L’avvocato Massimo, che non era stato tra quelli che s’eran divertiti di più, uscito dal vano della finestra in compagnia del consigliere Rocca, il quale verso la mezzanotte s’era congedato dai padroni di casa, aveva anch’esso mostrato timidamente l’intenzione di fare altrettanto, dopo avere scambiato, con poco frutto, un’occhiata con sua moglie. Ma il marchese Renica aveva tagliato netto, dicendogli che questa volta bisognava lasciar comandare il padrone di casa, e i ballerini della bella sposina: così, fallito quel primo tentativo, non aveva più osato fiatare. Poco dopo, l’ingegnere Mevio era venuto a invitarlo a fare il quarto a un tavolino di giuoco con altri tre mariti rassegnati: ci andò, e ci rimase fin che la sala fu quasi vuota, e le danze di necessità dovettero finire.
Marito e moglie, tornati a casa, trovarono ancor desto e in piedi Giovanni che li aspettava e voleva sapere com’era andata. Enrichetta era stanca, rifinita; dopo alcune parole, con le quali cercò di esprimere la sua maraviglia e il suo sbalordimento, se ne andò a letto. Essa avrebbe voluto pigliar sonno subito, ma non ci riuscì che ai primi crepuscoli del mattino. Quella gente, quelle sale, quel non so che di così nuovo per lei; quegli omaggi avuti; quelle parole seducenti che le erano state ripetute e che le avevan dato una specie di fascino, di soggezione, e di sbigottimento a un tempo, le ritornavano come ripetute da un’eco; la tenevano quasi agitata, e le impedivano di chiuder occhio. La mattina seguente, ritrovando la quiete di casa sua, si sentì subito riposata, si sentì meglio; buttò le braccia al collo del suo Massimo, e tutta quella fantasmagoria delle cose vedute e udite in casa Renica svanì, come se tutto fosse stato un sogno e nulla più.
Giovanni, per tornare un passo indietro, non aveva voluto lasciar andar a letto suo genero così subito. Innanzi tutto gli aveva preparato un poco di cena, e gli aveva messo sulla tavola una buona bottiglia di vino vecchio, dicendogli: «Di questo non ne avrete bevuto, perchè so ben io come vanno le cose nelle case dei gran signori.» Poi, messosi a sedere, aveva cominciato a farsi dire per filo e per segno quel che aveva veduto, quel che aveva sentito, e quel che avevan detto, durante la festa, d’Enrichetta e di suo padre.
Massimo, mentre si rifocillava, e n’aveva bisogno, perchè per una certa soggezione non aveva osato pigliar nulla tutta la sera, raccontava mano mano, tra un boccone e l’altro, le cose vedute, e la grande accoglienza avuta. Giovanni non lo lasciava mai finire, e subito era lì con una nuova interrogazione, o con una esclamazione.
«Eh sì! i nostri signori di Milano fanno le cose a dovere!» diceva Giovanni. «Tutte le sale illuminate, stufe e tappeti fin sullo scalone, livree tutte listate d’oro.... nevvero?... eh sì! i nostri signori ne hanno dei quattrini!... ma sanno anche dargli aria!... Insomma avete veduto un gran lusso! e sì che non si trattava che d’una festicciola di famiglia. Immaginatevi poi le feste in grande! immaginatevi!... Milano è un gran Milano! ve l’ho sempre detto io.... I gelati bonissimi, nevvero? Ah! ma voi non avete assaggiato niente.... e avete fatto male, perchè c’è sempre chi osserva, e pare che non si voglia gradire!... Siete un poco sbalordito, eh! caro avvocato? Lo capisco.... ma quello che avete veduto stasera è ancora un niente. Vedrete poi, vedrete questo carnovale! Vedrete le feste del Casino, vedrete il teatro della Scala....»
«Ah! il teatro della Scala l’ho già veduto!»
«E i veglioni? e i coriandoli?»