E il fatto tenebroso qual era? Massimo avendo risaputo dalla sua povera Enrichetta che l’ingegnere Mevio le aveva prestato mille lire per andare in Sicilia; coi primi denari che guadagnò restituì la sommerella all’amico, il quale la rese a chi gliel’aveva data in secreto, al marchese; e il marchese Antonio la regalò allo spedale di Castelrenico. Simone parlava di questo dono: trovava che un dono del marchese poteva benissimo avere un fine contrario al pubblico bene; e che gli amministratori dello spedale lo dovevano rifiutare come sospetto, e incompatibile con gli interessi del popolo.

Queste parole erano state approvate da tutti i presenti, e soprattutto da un tale di nostra conoscenza, quel della pipa di gesso. Il quale, per finire la rassegna dei nostri personaggi, è sempre lì, da mattina a sera, a quel medesimo posto dove l’abbiamo veduto la prima volta: le sue aspirazioni sono sempre ardite, ma personalmente è rimasto stazionario come il caffè. Non c’è in progresso che le scuciture della giacchetta, e quella tale indipendenza dei gomiti dalle maniche. Il suo tempo lo passa alternando una fumata con un bicchierino di acquavite e una partita a briscola, con una forbiciata al prossimo. A questi passatempi, che furono sempre i suoi quattro vizi prediletti, adesso ha aggiunto anche la politica, a cui s’è dato come se fosse un vizio di più. Si guardi un poco in quanti modi diversi si considera la politica a questo mondo! È dunque inutile dire che la sua politica è sulla medesima linea delle carte sporche, della maldicenza, dell’acquavite, e del fondo della pipa.

Ci resterebbe a dire, poichè siamo al caffè, e dei molti discorsi che si fecero a proposito delle cose che abbiamo narrate fin qui, e delle conclusioni che se ne tirarono. Una conclusione bell’e fatta, ora che il nostro racconto è finito, si pensi se ci tornerebbe comoda! Ma dobbiamo fare una confessione; e la confessione è che nel caffè della Fratellanza questa nostra storia è raccontata da capo a fondo in un modo affatto diverso del nostro.

Le conclusioni dunque sono proprio le opposte di quelle che vorremmo dir noi: le nostre sarebbero molto semplici; le loro sono più complicate: affar di scuola. In questa diversità di conclusioni, non volendoci rassegnare a dirittura a quelle del caffè, e non presumendo tanto di noi da voler dare le nostre, prenderemo una via di mezzo. Lasceremo che le conclusioni le faccia il lettore, il quale, se troverà verisimili le cose che gli abbiamo narrate, e se vorrà, senza aspettare il testo del caffè, accontentarsi del nostro, saprà cavarne lui una morale di gran lunga più savia di quello che sapremmo far noi.

FINE.


[ INDICE.]

Avvertenza[Pag. I]
Una scappata fuori del nido. — Memorie di Alberto[1]
Lo scartafaccio dell’amico Michele[97]
L’avvocato Massimo e il suo impiego[289]

Nota del Trascrittore