«Prima che venissi qua io, di queste cose non se ne facevano!... Cosa dico? non si sapeva neanche cosa fossero!... Buona gente questa di Castelrenico!... Oh! in verità, a dirne male sarebbe proprio peccato!... Mah!... loro signori mi capiranno!... non è dato a tutti di nascere dove.... c’intendiamo noi! e se non ci arrivano a certe cose, siamo giusti, la colpa non è tutta loro!... Si direbbe proprio che le guglie del Duomo hanno il loro influsso!... Dunque dicevo.... cosa dicevo?... oh! volevo dire che l’arte calligrafica, che ho fatto conoscere io per il primo in questi paesi, ha un’importanza per il buon andamento d’uno stabilimento industriale.... un’importanza ch’io chiamerei, senza complimenti, fondamentale! Io considero la cosa sotto tre punti di vista: primo punto....» Ma per fortuna al primo punto arrivò Martino, e ai nostri visitatori furono risparmiati tutti e tre.
La visita durò un paio d’ore. Il marchese Antonio volle vedere a una a una tutte le macchine; volle osservare minutamente tutti i lavori, facendo a Martino domande sopra domande a proposito di tutto. Martino rispondeva col suo fare alla buona, e con quel buon senso, che quando è proprio di quello vero, piace e colpisce come una cosa bella e rara. Più d’una volta, intanto che il marchese osservava con attenzione qualcosa, Martino guardandolo con un’occhiata lunga e compassionevole, disse tra sè: «Com’è mutato quel pover uomo!» E infatti, gli erano cascati sulle spalle tanti anni, in quell’anno, che non sarebbe stato facile riconoscerlo alla prima. Pure la sua fronte pallida e pensierosa, il suo occhio triste e quasi spento, parevano riavere ancora qualche scintilla del fuoco che ci aveva brillato una volta, mano mano che nel far dire a Martino le vicende della sua vita, lo seguiva in quella lotta ostinata che questi aveva giorno per giorno sostenuta e vinta con la sola scorta d’una indomabile volontà.
Don Gilberto, dopo aver anch’esso sulle prime lodato moltissimo tutti i lavori, cominciò presto a mostrare una certa predilezione per le sedie, e a pensare tra sè che la cosa andava un pochino per le lunghe. Anche la marchesa Giulia, ch’era in cuor suo del medesimo parere, ogni tanto, imitando don Gilberto, gli si sedeva accanto a riposare un minuto, e a scambiare qualche chiacchiera sopra qualche altro argomento. Don Gilberto faceva mostra volentieri di dividere con la marchesa un poco di noia elegante; ma in realtà, a saper bene le cose, anche a lui quell’annetto di più, sebbene l’avesse passato senza un fastidio al mondo, aveva giovato pochissimo, e lo star su due piedi un pezzo non era più affar suo. Quel guaio della gotta oramai non lo si poteva più nascondere; e don Gilberto, prendendo le mosse da lontano, aveva finito con annunziarlo ufficialmente; ma poi, a ogni proposito, tirava in scena de’ personaggi d’ogni paese, ch’eran tra i primi potentati della politica o della moda, e che avevan tutti questo suo stesso maluccio, del qual maluccio sapeva discorrere con sì bel garbo, che pareva quasi una cosa di poco buon genere l’esserne senza.
Il marchese, prima di partire, strinse la mano a Martino e gli disse: «Ricordatevi che mi dovete rendere questa visita, e che me la dovete rendere con usura! Non ho mai fatto complimenti con nessuno; sicchè, dicendovi che ogni volta che vi lascerete vedere in casa mia mi farete un piacere, vi dico una verità; e ve la dico di cuore!»
L’andare, proprio in persona, in casa del marchese, era in Castelrenico un onor grande; e Martino, anche quando non ci andava che il cugino, l’avvocato Massimo, se ne gloriava non poco per la sua casa. Martino dunque rimase lì, a quell’invito, tutto confuso; cercò di balbettare qualche parola di complimento, e si fece tutto rosso in faccia, un po’ per la soggezione, e un po’ per una certa soddisfazione dell’animo, che in quel momento gli diceva che le sue fatiche gli avevano fatto guadagnare qualcosa di più che de’ quattrini. Anche sul volto del marchese, che in quel punto s’era tutto rianimato, c’era la soddisfazione di chi ha detto una cosa di cui si trova contento.
Poteva la scena finir lì! Ma, nell’accompagnare il marchese e la comitiva fino al cancello. Martino prese a dire il suo gran dispiacere di non aver potuto far loro conoscere il suo Tonino, «quel bravo figliolo! che è stato, bisogna proprio che lo dica, la mia mano diritta nel fare tutto quello che loro signori han veduto!... Oh! senza lui non facevo neanche la metà!... Ma è andato, fin da ieri, fuori di paese con Massimo. Anche Massimo sentirà con dispiacere che loro signori sono stati qui, proprio in un giorno in cui lui non c’era!...»
La fronte del marchese cominciò a rannuvolarsi. Il marchese non aveva più veduto Massimo da due anni, e precisamente da quando era partito da Milano per l’impiego.
«Oh! ecco uno che viene a proposito!» saltò su a dire Martino nell’aprire il cancello.» Farò conoscere loro un altro mio figliolo.... che è quel giovanotto che viene alla nostra volta... È il figliolo che ho mandato a studiare, e che adesso è qui in vacanza. Ha l’argento vivo addosso!... ma un buon figliolo! È un diavolo.... ma il cuore è buono!... studia e si fa onore!... È il mio secondogenito.... e lo chiamo il mio cattivo soggetto!...» E appena ebbe dette queste parole, Martino vide il marchese farsi pallido come la morte, e appoggiarsi al braccio di suo figlio Giorgio come uno che sviene. «Oh! che bestia!» pensò Martino mordendosi le labbra. «Cosa ho detto mai! Il secondogenito.... sicuro!» Martino avrebbe voluto accomodarla in qualche modo, ma il marchese non gliene lasciò il tempo; e prima che il figliolo di Martino fosse arrivato al cancello, egli s’era già dilungato per una stradicciola opposta.
Martino, per accomodarla, dopo aver passati tre o quattro giorni di cattivo umore, e a pensarci su, si decise di andare a far visita al marchese. E bisogna dire che della sua visita fosse rimasto molto contento, perchè fu veduto uscir dalla casa del marchese, attraversare la piazza, tutto attillato s’intende, parlando tra sè, fregandosi le mani, con la faccia allegra più del solito. Quelli del caffè della Fratellanza, vedendolo passare, diedero in una gran risata; ma Martino non se ne accorse, e tirò via per la sua strada.
Del qual caffè della Fratellanza bisognerà pure che diciamo una parola prima di accomiatarci, perchè anch’esso è una delle nostre vecchie conoscenze. Nel caffè della Fratellanza, sebbene ci si proclamino ogni giorno le più ardite aspirazioni sociali, le cose son rimaste tali e quali le abbiamo vedute sei anni fa. Il fornello e la caffettiera sono sempre nel medesimo angolo; le bottiglie, che stanno in mostra, sono ancora le stesse; vuote adesso come allora, son lì con le loro etichette che da un pezzo non sono più che un epitaffio. Alla solita ora viene la solita gente, si mette al tavolino, gioca a briscola e discorre, a spese s’intende, del prossimo. Di nuovo non c’è che Simone. Quel Simone che abbiamo veduto prestar le dieci mila lire a Martino, si è fatto uno de’ frequentatori più assidui del caffè. Era furbo, aveva comperato il codice, ma con tutto questo è incappato in qualche affaruccio ingrato: ebbe de’ processi, e s’è ridotto al verde. Ora non gli è rimasto che il caffè, dove sentenzia su tutto quello che succede in Castelrenico e, all’occorrenza, in Europa, perchè legge i fogli. La morale ha in lui un giudice pratico e severo; e se qualche volta è un po’ sospettoso, lo è per zelo del bene pubblico. Quando Martino, passando per la piazza, aveva fatto sghignazzare quei del caffè, Simone stava appunto raccontando un fatto che gli pareva tenebroso, e che denunziava per ciò alla pubblica discussione.