Non la pensa così sua moglie. La buona Caterina, in casa non osa più fiatare contro le macchine; però, se è sola, affretta il passo volentieri quando attraversa qualche stanzone dove ce ne sia qualcuna; e in cuor suo non è del tutto persuasa che in quelle ruote e rotelle e rotelline, in que’ ferri, in quelle lame dentate, che stridono, vanno, vengono, girano da sè, non ci sia qualche incantesimo, qualche diavoleria. Anch’essa è in faccende da mattina a sera, ma a far la massaia; tiene a cintola un mazzo di chiavi che saranno almeno venti; si pensi quanto da fare le dànno! Martino, son due anni, le ha regalato un abito di seta: le venne qualche volta la tentazione di metterselo, ma poi non ne ha avuto mai il coraggio. Aspetta sempre una qualche grande occasiono per decidersi; ma quando l’occasione capita, allora quell’abito le mette tanta soggezione! e comincia a pensare a quello che dirà la gente, a quello che dirà la Ghita, per dirne una, la vedova del bottaio, che tutti chiamano la signora Ghita, eppure non ha l’abito di seta nemmen lei. «No, no!» conchiude ogni volta dopo averci pensato su «non voglio che si dica che mi è andato il fumo alla testa!... non voglio umiliare le mie amiche, le donne del mio tempo!» E infatti, per la signora Ghita principalmente, questo sarebbe un affar serio. I Della Valle le hanno già fatta questa del metter su lavoro da bottaio, di lavorare in grande e in un certo modo che non era quello del suo povero Andrea, e se poi le facessero anche quest’altra dell’abito di seta, sarebbe in verità un passare ogni misura, un tentare la sua prudenza. Povera signora Ghita! La sola cosa che la conforta un poco è che a lei tutti dicono la signora Ghita, mentre la Caterina, sebbene ci sia chi pretende che il suo uomo adesso nuoti nell’abbondanza, pure non c’è uno che non la chiami ancora la Caterina!
Ma non è solo l’abito di seta che mette soggezione alla Caterina: dopo che suo marito ha cambiato condizione, si direbbe che le mette soggezione anche la gente che può incontrar per la strada. La si vedeva poco in giro una volta, ma adesso la non si vede quasi più; e la sua scusa è sempre che «quando s’ha una nidiata di figlioli non c’è tempo d’andar a spasso.» La nidiata però è ben piccola, e «fossero le nidiate di figlioli tutte così!» dicono in paese quelli che ne hanno una davvero. Tonino è ormai un uomo fatto: ha diciott’anni appena, ma è alto, robusto, serio; è sempre intento da mattina a sera alle macchine e ai lavori che dirige lui; parla poco, e lo vedono così poco all’osteria, che in paese cominciano quasi a chiamarlo matto come il padre. La Beppina s’è fatta anch’essa una giovanetta, e tra qualche anno la signora Ghita sarà in pensiero per trovarle un marito. Intanto essa aiuta la mamma in tutte le faccenduole di casa, ed è la sola persona a cui Caterina dia in qualche occasione il mazzo delle chiavi. Gli altri due bambini, quelli che abbiam veduti in principio del nostro racconto far la guardia ai fagioli che bollivano nella pentola, divenuti grandicelli anch’essi, ora vanno a scuola: la bambina va alla scuola di Castelrenico; e il fratello, che è maggiore di lei, fu messo a dozzina in una grossa borgata della provincia, e va alle scuole tecniche.
«Avrei avuto il coraggio di mandarlo a imparare anche il latino!» aveva detto una volta Martino in confidenza al curato. «Sicuro! perchè un tempo avevo una grand’opinione del latino!... Ma dopo che ho veduto il latino fare all’avvocato Massimo lo scherzo di mandarlo in rovina!... un uomo come l’avvocato!... cosa vuole? mi sono messo in diffidenza, e ho detto tra me: no, no, non mettiamo i figlioli nelle tentazioni! ci mette così poco il fumo a montare alla testa!»
Qualche ragionamento sul fumo che monta alla testa l’aveva fatto più d’uno in Castelrenico, dopo che si riseppero i casi disgraziati di Massimo. Più d’uno aveva rifatti i suoi progetti; più d’uno aveva lasciato cadere qualche sogno ambizioso, s’era deciso a sneghittirsi e a non aspettar più a bocca aperta che cascasse la fortuna dalle nuvole. Abbiam detto più d’uno, e si può esser contenti; ma non mancarono anche quelli che furono d’un parere diverso. Si pensi a tutti i discorsi che si fecero in Castelrenico quando videro Massimo tornare mogio mogio, non più impiegato, non milionario, non ministro, e, per dirla, senza un soldo in tasca! Quelli che in paese passano per i più pratici delle cose di questo mondo, dissero subito ch’era una commedia, ch’era forse una cosa tutta intesa col Governo per qualche scopo diplomatico, e conchiudevano che «fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio!» Gli altri, un poco meno furbi, erano persuasi in cuor loro che a Massimo fosse andata male davvero; ma a buon conto tacevano e stavano a vedere. A poco a poco però questi ultimi, ch’erano in gran maggioranza, cominciarono a farsi coraggio; e dopo poco tempo in Castelrenico si discorreva liberamente che Massimo, dopo tante spacconate, se n’era tornato con le pive nel sacco, a farsi ospitare da Martino per di più, dopo essersi mangiato fino a un soldo il fatto suo. Il pensiero delle pive nel sacco parve una buona ragione per perdonare all’avvocato Massimo anche a quei tali che con tanta invidia l’avevan veduto partire, e che l’avevano avuta così fieramente con lui per quel tanto di fortuna che aveva sognato. A mantenerli poi in questa buona disposizione c’era per molti un altro riflesso. «Guardate un poco,» dicevano; «l’avvocato Massimo ha voluto girare il mondo, salire in alto, e con tutto il suo talento è andato in rovina!» Da questo tiravano la conseguenza che quelli ch’erano rimasti a casa, e quindi loro, dovevano avere un talento di gran lunga maggiore.
Massimo però non ha voluto approfittar troppo finora di questa indulgenza e di questo perdono. Se s’imbatte in qualche vecchio amico, fa volentieri, se ne ha il tempo, quattro chiacchiere o quattro passi in compagnia; ma è cosa che succede di rado, perchè se ne sta quasi sempre nello studio, anche la sera, ad attendere alle molte faccende dell’azienda di Martino; e passano alle volte le giornate intere senza che nessuno lo veda uscir di casa. Nel caffè della Fratellanza non ci ha ancor messo il piede. Il sollievo che gli è più caro è quello di condurre il suo bambino a passeggio, o d’andare sull’imbrunire verso il cimitero dove adesso è sepolta la sua Enrichetta, o alle volte, quando Mevio capita in Castelrenico, di fare con lui qualche lunga camminata. Con Mevio ritorna spesso su tutte le cose del passato, e nello sfogar l’animo gli piace di fermarsi ogni tanto e di mettere, come pietre miliari, prima di proseguire, le conclusioni della sua esperienza. Nulla ha voluto tener nascosto al suo buon amico; e un giorno nel parlargli della sua Enrichetta, gli disse come prima di morire ella gli avesse confessato quel fascino che aveva tormentato il suo cuore. Alla poveretta non bastò l’aver vinto, volle sentirsi dire che era perdonata! Massimo più volte aveva principiata e interrotta la penosa confidenza col suo amico; ma poi l’aveva compiuta, parendogli di rendere alla bell’anima della sua Enrichetta un omaggio di più. «Ed è così che uno sa essere di aiuto e di guida alla sua giovane sposa?» aveva conchiuso con un sospiro pieno di amarezza. «Povera giovane! mentre il suo animo si schiude alle impressioni d’una vita nuova, il suo compagno di cammino, la sua guida la conduce di sua mano in mezzo a tutte le seduzioni; le fa conoscere quello che il mondo ha di più lusinghiero, di più seducente; e poi, quando ne l’ha inebbriata, la riconduce tra le pareti della casa, dove si incarica di farle conoscere la noia, di non farle più udire una parola confidente, cortese, amorevole; e di mostrarle, se occorre, tutte le varietà delle parole brusche e dei musi lunghi! Brava la guida! E poi.... e poi quando tutti assieme si è ribaltati in un fosso, si grida che la colpa è di chi stava in vettura!... Povera Enrichetta!... perdonami!... a quale difficile prova, stolto! ho messo la tua virtù!»
E Giovanni? Giovanni, che a Milano si lasciava chiamar così, ma che a Castelrenico guai se non lo chiamano il signor Figini, perchè non permette ai campagnoli tanta confidenza, comincia ad abituarsi alla nuova vita, sebbene dica ancora di tanto in tanto che «a non veder più le strade con quel bel lastricato di pietra viva, con quelle belle case tutte in fila a quattro e fin a cinque piani; e a trovarsi invece, così.... in mezzo alla campagna, come Adamo, è cosa che proprio toglie il respiro!» Quando non ne può più, va sull’altura della casa per vedere il Duomo di Milano. «Eccolo là! ecco la guglia maggiore!... capite? la si vede fin qui!...» Ma quei del paese gli rispondono: «Signor Figini, lei sbaglia! quel punto bianco che lei vede laggiù è il campanile della chiesa di sant’Antonio, che è la chiesa parrocchiale di....» Ma Giovanni non li lascia finire: «Oh! sapete che ne avete delle belle voi altri di Castelrenico! Voler conoscere la guglia del Duomo più di me! più d’un milanese di Milano!... e voler dire che la guglia maggiore è il campanile di sant’Antonio! ah! ah!... La vi piace quella guglia? La vorreste per voi eh?... Non siete di cattivo gusto!...» E ogni volta ride così di cuore alle spalle di quelli di Castelrenico, che è uno spasso a vederlo.
Quantunque ci sia questo disparere sul campanile di sant’Antonio, e ce ne sia qualche altro su altri modi di vedere, il signor Figini gode in Castelrenico d’una certa riputazione. Le comari sopra tutto lo hanno in concetto d’uomo di proposito; e siccome egli ha sempre in pronto qualche sentenza o qualche proverbio, così quando si vuole un parere proprio coi fiocchi, si va dal signor Figini. Anche i celioni e gli sfaccendati del caffè lo ascoltano volentieri, e salvo a rifarsene alle sue spalle, lo stanno a sentire qualche volta anche con la bocca aperta; per esempio quando racconta le sue storie del tempo passato, o i casi terribili capitati a lui quand’era sergente della guardia nazionale. In ognuna di queste storie c’è sempre una risposta, un detto, con cui ha messo in un sacco più d’uno che aveva creduto d’imbarazzar lui; e questa, ben inteso, è tutta gente che metteva soggezione a chi si sia per la gran furberìa o per il gran talento. Queste chiacchiere Giovanni le fa quando l’azienda di Martino gli lascia, come dice lui, un momento di riposo, perchè il suo da fare è molto, e la sua responsabilità è grande. Egli dà le paghe agli operai, fa scappare i fanciulli che vengono a spiare in corte dal cancello, e fa le intestature ai registri; cosa anche questa assai meno semplice di quel che pare, perchè le intestature egli le fa in carattere ora corsivo, ora tondo, ora gotico, a seconda dei casi, perchè ha sempre usalo farle, come dice lui «in caratteri allegorici.»
Al nostro Giovanni poi capitò una giornata campale, e di cui vorrà parlare per un pezzo, proprio in quel tempo in cui siamo venuti a ritrovare col racconto i nostri personaggi. Il marchese Renica, che dopo la morte di don Emanuele s’era chiuso, come abbiamo veduto, in una sua casuccia di campagna fuor di mano, dopo averci passato un anno, era venuto in Castelrenico senza toccar Milano. Con lui c’era sua nuora e suo figlio Giorgio; poco dopo era capitato anche don Gilberto. Il consigliere Rocca, sapendo che il marchese non faceva più la partita, non s’era ancor lasciato vedere. Or bene, una mattina il signor Giovanni, mentre stava appuntando un lapis con grande attenzione, sentì il cane guardiano abbaiare dal suo casotto in un tono ch’era più alto del solito. Uscì in corte a vedere cosa ci fosse di straordinario, e vide nientemeno che il marchese Antonio con suo figlio, la marchesa Giulia e don Gilberto, i quali entravano in quel punto dal cancello.
«Oh! chi vedo io mai!... E non averlo saputo!... riceverli così in mal arnese!... mi scusino!... loro hanno voluto incomodarsi.... hanno voluto venire in questo nostro stabilimento.... mi hanno voluto onorare....» E, intanto che Giovanni diceva così, il marchese, dopo averlo salutato cortesemente, gli aveva domandato se c’era Martino, e se Martino permetteva che si visitasse la sua fabbrica. Giovanni, persuaso d’esser proprio l’uomo che ci voleva per far gli onori a una così illustre comitiva, facendo il sordo, aveva già dato principio a una descrizione sommaria delle cose da vedere. Ma il marchese s’era piantato sui due piedi; e Giovanni dovette decidersi a chiamare un manovale, e a mandarlo in cerca di Martino, dicendogli piano all’orecchio «e che metta il vestito delle feste!...»
Non potendo avere quella visita tutta per sè, Giovanni volle averne almeno una parte, e intanto che aspettavano Martino, condusse il marchese e la comitiva nello studio, per mostrar loro i suoi registri e quelle famose intestature.