«Cosa dite mai! In casa mia c’è da fare per tutti, e qualcosina farà anche il signor Giovanni. Non si tratta di elemosina per nessuno, ma di lavoro: tenete a mente questa parola! E così siamo intesi, e confido in voi.»

Due mesi dopo, l’avvocato Massimo, procuratore della ditta di Martino Della Valle, ritornando da una corsa fatta per affari, fermatosi un paio d’ore a Milano, andava in fretta a salutare l’amico Mevio, e a domandargli se gli occorreva qualcosa per Castelrenico.

«Grazie, caro avvocato; salutatemi Martino e Giovanni, e tutti quei del paese. Del resto, le faccende seguitano a maraviglia, nevvero? Vi trovate sempre bene? Siete contento? Lavorate molto?...»

«Oh! io devo benedire a ogni ora Martino e voi per tutto il bene che mi avete fatto! M’avete proprio salvato; m’avete condotto in porto! Ma...»

«Ma?...»

«E i poveri naufraghi?... Però la mia Enrichetta riposerà presto nel camposanto di Castelrenico. Ho destinato a ciò i primi frutti del mio lavoro. Lavoro molto, ma con questo pensiero nell’anima il lavoro mi dà un conforto che nessuna parola m’aveva dato fin qui.»

XVI.

Ora che abbiamo ricondotto a casa il nostro personaggio principale, e che abbiamo veduto gli eventi rabbonirsi, dopo essersela presa con lui così fieramente, per quel tanto di fumo che gli era salito alla testa, non ci resterebbe altro che di fare una riverenza a quei lettori che fossero arrivati pazientemente fin qui, ringraziarli dell’averci fatto compagnia, e dir loro: la nostra storiella è finita. Ma siccome da una compagnia tanto cortese non si vorrebbe staccarsi mai, così abbiamo pensato di andare in cerca, per un’ultima volta, dei vari personaggi che hanno figurato qua e là nel nostro racconto; sapere che cosa sia succeduto di loro, e salutarli anch’essi, tanto più che il caso di rivederli è poco probabile. Per trovarli dunque riuniti quasi tutti lasciamo passare un anno, e andiamo a Castelrenico. Un anno basterà, perchè dopo, per quanto ne sappiamo noi, nessuno di loro ha fatto nulla di particolare che meriti d’essere raccontato.

A pie’ del monte che sta dietro Castelrenico, proprio dove una volta scendeva in tanti rigagnoletti quell’acqua che aveva anch’essa avuta la sua parte a far dare a Martino il soprannome di matto, sorgono adesso tre fabbricati, uniti tra loro da una cinta di muro, che racchiude pressochè tutto quel tal prato che aveva fatto, ma inutilmente, tanta gola all’amico Simone. I rigagnoletti, di cui molti andavano perduti per le fessure del monte e per gli strati soffici del prato, riuniti adesso in un sol corpo, corrono rapidi e a guisa di torrentello lungo i fabbricati, e movono delle grandi ruote che stanno a fianco di questi. Chi passa lungo il muro di cinta ode, misto al rumor cupo delle ruote che girano lentamente, e a quello dell’acqua che batte e spumeggia intorno ad esse, un frastuono confuso, dissonante, di martelli, di seghe, di ruote e rotelle e rotelline che cigolano in tutti i toni e che pare dicano tutti assieme quanta vita, quanto lavoro, quanto amore del tempo ci sia lì dentro. In uno dei fabbricati stanno accatastati fusti e toppi; ci sono le grandi seghe, e si fanno panconi e assi d’ogni sorta. In un altro più piccolo si fanno tutti i lavori da bottaio; e nel fabbricato di mezzo, che è il più grande, si fa ogni sorta di lavori da legnaiolo, mobili, quadretti lisci e intarsiati per pavimenti, bussole, usci, persiane, scuri; c’è anche l’abitazione di Martino e della sua famiglia, di Massimo, di Giovanni, e di qualche operaio.

Martino è sempre in faccende; è dappertutto: non c’è lavoro del suo opificio a cui non abbia data, prima di sera, un’occhiata cinque o sei volte almeno. Se vede qualcosa che non sia fatto a modo suo, allora poi non sa resistere; si mette in maniche di camicia, dà mano alla pialla, a uno scarpello, a un tornio, e, dimenticandosi d’essere il padrone, lavora come un dannato e col gusto d’una volta. Se poi ha qualche minuto di respiro, allora, a gambe larghe e con le mani dietro le reni, si mette lì ad osservare le macchine che lavorano. Le guarda, non sa staccarne gli occhi, sorride di compiacenza, e, con qualche crollatina di capo, pensa tra sè: «Guarda un poco con che precisione lavora quel ferro!... così da solo!... si direbbe che nel mestiere la sa lunga più di me!... e che ragiona come un cristiano!»