«Oh! che dite mai!... si ricordano ancora di me?...»

«Vi pare? Non c’è giorno che non si parli di voi in Castelrenico!... Dunque dicevo.... cioè dicono.... se ci fosse qui l’avvocato Massimo! oh! allora sì che le vostre faccende andrebbero a dovere!... E quando questi han finito, comincia Tonino: — Caro babbo, così non si cammina!... intanto che si tengono gli occhi sul lavoro non si può tenerli sui libri: nella fabbrica dov’ero io c’era uno studio che pareva un uffizio, e lì, da mattina a sera, c’era un signore con gli occhiali, serio, che non rideva neanche la domenica. — Capite, cosa mi dicono tutti? Ora sono sei mesi che mi guardo intorno per cercare anch’io qualcuno di proposito, ma.... di quei di fuori non ne conosco, e di quei di Castelrenico.... sicuro che, se li sentite al caffè, la sanno lunga a uno a uno più di tutti i ministri messi insieme, ma... a dirla tra noi... è meglio lasciarli legger le gazzette! Intanto però io sono impacciato come un pulcino nella stoppa, e così non si va!... Dunque... dunque non ce n’è che uno che potrebbe levarmi d’impiccio... che potrebbe essere la fortuna mia e de’ miei figlioli... ma non ho il coraggio di domandargli questo favore. Capite, Massimo? Ma voi non mi rispondete!... per carità, se ho detto qualcosa fuori delle convenienze, non abbiatelo a male, perchè io sono un uomo alla buona...»

«Oh! voi siete un uomo generoso... ed io sono un disgraziato che deve, perchè è giusto, pagare la pena de’ suoi errori!... un disgraziato per sua colpa... che non è degno di stringere quella mano che voi gli stendete con tanta generosità!...»

«Oh! se avete imparato a dir queste cose a Milano, dirò anch’io che avete fatto un cattivo negozio ad andar via da Castelrenico!... Scusate se parlo così. Del resto, le botte di questo mondo sono spesso botte da orbo, che vanno anche sulle spalle di chi le merita meno. Sapere chi merita fortuna e chi non la merita!... son conti che non li può fare che Domeneddio!... Se vi son toccate delle disgrazie, ebbene, non cerchiamo più in là! Forza ai remi! e se il vento v’ha ricacciato in mezzo al lago mentre cercavate una riva, forza ai remi, e cercatene un’altra!... Voi non avete bisogno di me, perchè se la prima strada non v’ha guidato bene, ne potrete trovare in Milano un’altra che vi guidi meglio. Ma io ho bisogno di voi; dunque, strada per strada, pigliate intanto la mia, e camminiamo insieme! Se non vi piacerà, sarete sempre in tempo di pigliarvene un’altra, per bacco!... Ouf! in questa vostra Milano fa un gran caldo, sapete, anche quando negli altri paesi l’estate è finita!...» E così dicendo si levava il cappello e si asciugava la fronte, perchè, sebbene spirasse un’aria quasi fredda, Martino in quel momento sudava come sotto una solata di luglio.

Massimo era agitato, confuso; non capiva più dove fosse e dove andassero i suoi pensieri. Le parole di Martino a poco poco gli facevano intravvedere quella mèta che cominciava a essere la seduzione più forte del suo cuore; gli risvegliavano quella commozione che aveva sentito scendere nell’anima al rivedere il profilo delle sue montagne. Ma poi quel tornare a capo basso nel suo paese, dopo esserne uscito così pieno di fumo; quel ricevere asilo da uno, di cui, un tempo, aveva quasi sdegnato i saluti; quell’invito che forse era un’elemosina.... eran dubbi che venivano a tormentarlo, eran pensieri che venivano a cozzare coi pensieri di prima, e lasciargli la mente tutta buia e scombussolata... «E se fosse vero che Martino ha bisogno di me?...» cominciava Massimo a pensare spinto dal secreto desiderio di stringere quella mano che gli veniva stesa.... «Se il partito che mi offre fosse il più onorevole che mi rimane?... Se un rifiuto paresse un’offesa?... Se potessi davvero esser utile a questo brav’uomo!...» Ma poi era da capo ad esclamare tra sè: «Oh! no, no.... è un atto di compassione! è un sacrifizio che Martino s’impone, e che io non devo accettare!» E in mezzo a queste contraddizioni, a questa battaglia che gli era sorta nel cuore, non poteva trovare una parola da rispondere a Martino.

Dopo un lungo silenzio, Martino prese a dire in tono più calmo e con un accento quasi malinconico: «Insomma prima di negarmi il vostro aiuto, prima di preferire un’altra strada, pensateci bene, caro Massimo. Pensate a tante cose.... pensate anche che una boccata d’aria dei nostri monti sarà un gran ristoro per la vostra salute, e un gran sollievo per il vostro animo!... Pensate anche al vostro bambino, che è un bel bambino, ma che m’ha l’aria d’uno di quei fiori che non hanno veduto mai altro sole che quel poco che capita sul davanzale d’una finestretta e dietro un’inferriata. Ripiantatelo all’aria libera, in mezzo a una bella aiuola, dove lo vedrete riavere i suoi bei colori, venir su rigoglioso, robusto, senza che il vostro cuore abbia mai un giorno di dubbio o di ansietà!...»

In quel punto le fiammelle sfolgoranti d’una bottega da caffè illuminarono traverso le vetrate i nostri due personaggi. Martino diede un’occhiata a Massimo, e gli vide scendere sulle gote due grosse lacrime. «Che bestia! che bestia!» disse tra sè il povero Martino. «Cosa ho detto mai!... Come faccio adesso ad accomodarla?...» Ma poi, come uno a cui viene un’idea, saltò su a voce alta: «Massimo! venite a prendere un caffè!» E l’idea del caffè, per sviare i pensieri di Massimo, gli parve così buona, che ci si mise con tutte le sue forze; e Massimo che sulle prime cercava schermirsene, dovette cedere, e lasciarsi condurre nella bottega dalle braccia vigorose del cugino. Più tardi Martino accompagnò Massimo a casa; ma nè in bottega nè in strada non riprese più il discorso di prima.

La mattina seguente, Martino andò di buon’ora da Mevio, gli ripetè i discorsi fatti con Massimo, e gli raccontò per filo e per segno come l’era andata. A Martino pareva che la non fosse andata troppo bene; aveva paura, come diceva lui, d’aver fatta una frittata; e poi nella notte gli eran venute in mente tante e tant’altre ragioni che gli parevan tutte migliori di quelle che aveva dette. Ma come si fa? Quel giorno stesso egli doveva ritornare a Castelrenico per le sue faccende; e così la speranza che l’aveva fatto correre a Milano, quella di condursi a braccetto Massimo a casa sua, era bell’e svanita. Mevio lo tranquillò; trovò bonissimi i ragionamenti fatti e si prese l’impegno di darvi un’ultima mano. «Lasciate fare a me,» concluse Mevio. «Cose di questa fatta le non si decidono intanto che si fan quattro passi, o che si prende un caffè: ci penserò io a persuader Massimo, e a togliergli ogni ubbìa di testa. Tra quindici giorni Massimo sarà in casa vostra....»

«Col bambino e col socero, s’intende!»

«Eh sì! Fate proprio una carità fiorita, perchè il povero vecchio ha speso per Massimo fino all’ultimo soldo del suo piccolo patrimonio, e ora, poveretto.... insomma è una gran carità!»