Giovanni, come abbiam veduto, era andato a vivere in casa del suo amico Ambrogio. Tutti e due poi, quando Massimo dopo le sue ultime disgrazie capitò a Milano, adattandosi alla meglio, avevano trovato modo di alloggiare anche l’avvocato e di dargli una delle stanzucce del loro piccolo quartierino. Era dunque verso la casa dove abitava Ambrogio che Massimo faceva ritorno; e quella strada, quella casa, ch’eran lì a ricordargli che senza il buon cuore d’un galantuomo forse non avrebbe saputo dove cercare un ricovero, tanto le sue tristi vicende l’avevano ridotto a mal partito, non eran fatte neanche loro per dargli quel poco conforto che uno cerca tra le pareti domestiche.

Fatta la scala, aperto l’uscio, vide su una sedia un cappello a cencio e una grossa mazza, e udì la voce di qualcuno che parlava forte col socero nella stanza vicina. Si fermò, e il suo primo pensiero fu di riaprire l’uscio e ripigliare le scale, tanto il suo animo rifuggiva in quel momento dal veder gente, dal mostrare ad altri il suo dolore, dal voler parere rassegnato, o dal ricevere conforti. Ma intanto il suo bambino aveva spalancato l’uscio, e gridando: «il babbo! il babbo!» era entrato nella cameretta dove c’era Giovanni in compagnia dell’ingegnere Mevio e d’un altro. Massimo, pochi minuti dopo, si trovava tra le braccia robuste d’un uomo che gli era corso incontro, e che senza poter proferire una parola l’aveva serrato al suo cuore con una stretta convulsa e vigorosa. Quell’uomo era Martino; e tanto lui che Massimo rimasero così abbracciati un pezzo senza che l’uno potesse staccarsi dall’altro, senza che a nessuno dei due potesse venire una parola sulle labbra. Ma tutto era detto. Mevio, che sapeva a tempo capire anche le cose delicate, vide ch’era bene lasciar soli quei due, almeno per qualche minuto; e pigliato a braccio Giovanni, a cui invece pareva necessario di rimaner lì per spiegare a Massimo il come e il perchè Martino fosse venuto, con una parola all’orecchio lo condusse nella stanza vicina. Ma fu per poco. «Vi pare?» cominciò Giovanni a dire subito dopo. «Li sentite voi dire una parola?... È una conversazione che continua sul tenore di quella di poco fa! Ci vuol me a rompere il ghiaccio!... ci vuol me!» E questa volta Mevio non riuscì a persuaderlo di lasciare i due cugini in pace.

Al buon Giovanni pareva di tanto in tanto di saper essere d’animo più forte di suo genero. Ma poi quando vedeva un po’ di tregua sulla faccia di Massimo, allora cominciava a perder lui la parola; si guardava in giro come se cercasse la sua figliola; e si vedeva scendere sul poveretto quel dolore che sulla fronte d’un vecchio, a cui la vita più non promette che scarsi conforti, è sempre così cupo e profondo.

Giovanni, quando tornò nella cameretta, vide i due cugini seduti accanto silenziosi, col capo basso, e con le mani dell’uno nelle mani dell’altro. Nell’aspetto di tutti e due c’era una calma così severa che non era fatta per dar coraggio a nessuno che avesse voluto disturbarla. Il rompere il ghiaccio non parve dunque una cosa così facile neanche al nostro Giovanni, il quale, dopo esser rimasto lì un poco sui due piedi senza aprir bocca, pigliò una sedia e si mise a sedere. Poi fece due o tre volte come per dire qualcosa, ma le parole non volevano uscire.

Alla fine fece un gran sforzo ed esclamò: «Mah!» con un gran sospiro, e non potè dir altro.

Chi ruppe il ghiaccio fu Martino, che a un tratto rizzatosi diede a tutti una forte stretta di mano, e disse: «Insomma.... andiamo. Ho un affare qui col nostro ingegnere Mevio.... ne ho poi un altro con voi, Massimo, ma non è questo il momento. Questa sera vengo a pigliarvi; vi devo dire qualcosa, e faremo quattro passi in compagnia. La riverisco, signor Giovanni! Massimo, a rivederci!»

Martino non si fece aspettare. Imbruniva appena quando ricomparve; e a riceverlo questa volta c’era anche Ambrogio, di cui avrebbe fatto a meno volentieri. Egli, ch’era venuto per pigliarsi Massimo a braccetto, e far subito que’ quattro passi in compagnia, dovette invece far conversazione con Ambrogio, il quale, se gli capitava in casa qualcuno, si credeva in dovere, per riceverlo proprio a modo, di domandargli i fatti suoi e di raccontargli i propri. Finalmente Martino, fatto le sue scuse, si congedò, pregando Massimo a uscire con lui, com’era l’intesa.

«Mio caro Massimo» prese a dire Martino quando fu in strada, ma dopo aver fatto un bel tratto in silenzio, «voi mi dovete fare un gran piacere. Sono in un imbroglio, sapete? in un imbroglio dal quale non mi potete levare che voi!»

«Io?» esclamò Massimo con un certo accento pieno di mestizia e di amarezza.

«Sì, voi! Ma prima statemi a sentire, perchè bisogna che vi metta un poco al fatto delle mie faccende; le quali faccende sono benedette dalla Provvidenza, e mentre mi poteva capitare.... insomma la mi è andata bene, e in grazia soprattutto di quel mio Tonino, che è un bravo figliolo, sapete!... così giovane! un figliolo che ruba un mestiere, come diciam noi, basta lo vegga una volta!... e se me ne ha insegnale delle cose!... In grazia, come dicevo, di Tonino, ho impiantato delle cose ch’eran nuove nei nostri paesi; ho cominciato a guadagnar qualcosina, ho aggiustate le mie magagne, ho fatto venir delle macchine, e, alle corte, adesso mi trovo sulle braccia un lavoro così spropositato che non riesco sempre a tenergli dietro. Cioè, in quanto al lavoro, con qualche buon operaio che in questi anni ho tirato su a mio modo, lavorando io, lavorando il figliolo, si dà passo agl’impegni, e la cosa cammina. Ma, voi lo sapete meglio di me, quando le faccende son molte, anche la penna e la carta vogliono la loro parte; e qui comincia il guaio! Ogni tanto io devo andare ora in un paese, ora in una città, per fare un contratto, per ricevere un pagamento; e allora.... senza dire che Tonino solo non basta più perchè ci sia sempre quel tal occhio aperto su tutto, quel tal occhio senza il quale le cose fan presto a mettersi fuori di careggiata!... allora, dicevo, ci siamo!... ci siamo a quel tal imbroglio della carta! Ogni tratto mi trovo dinanzi a ingegneri, ad avvocati, alla carta bollata.... e allora, che ne so io? In qualche impiccio, a dirla, ci son già cascato. Tutti in Castelrenico, tutti mi vanno dicendo: Mastro Martino, voi avete bisogno d’un uomo di proposito, d’un uomo a cui stia bene la penna in mano! E guardate, Martino, che penna, carta e calamaio sono una gran cosa!... Se ci fosse qui l’avvocato Massimo!»