Quanto all’impiego rimedi non ce n’era più. Tra i mezzi d’acquietare gli animi in quel paese dov’era successo il tafferuglio, c’era stata in quei giorni anche la destituzione dall’impiego del delegato Massimo Della Valle.
XV.
Sul finire di quello stesso mese di settembre in cui erano succeduti gli ultimi avvenimenti del nostro racconto, un uomo vestito a bruno usciva una mattina da una delle porte di Milano, e preso uno de’ viali che fiancheggiano la strada maestra, continuava il suo cammino lentamente, misurando il passo coi passi d’un bambino, vestito a bruno anch’esso, che conduceva per mano. Per arrivare a quella porta aveva dovuto fare tre o quattro lunghe strade, e le aveva fatte d’un passo meno lento, e col fare d’uno a cui dànno noia la gente, le case, i rumori della città; d’uno che cerca la solitudine e l’orizzonte spazioso e quieto. Il bambino che lo seguiva aveva dovuto percorrere quel tratto quasi tutto di corsa e saltellando; e quel passeggio a gambe levate gli era stato argomento d’una allegria che faceva non poco contrasto con l’aria malinconica di chi lo conduceva. Chi passava dava a costui alla sfuggita un’occhiata compassionevole, ed una più compassionevole ancora a quel vispo bambino, che nel primo mattino della vita portava già il vestito della sventura e del lutto. «Povero bambino!» dicevano mestamente in cuor loro «ha perduta la sua mamma!» e avrebbero voluto saper chi fosse, fargli una carezza, dargli un bacio in luogo della mamma che non gliene avrebbe dati più. Uno poi, che aveva fatto atto di fermarsi, e s’era voltato a guardare il bambino e l’aveva seguito con gli occhi, nel ripigliare la strada s’era messo a borbottare tra sè: «Anch’io da bambino fui vestito così! e cosa volesse dir quel vestito lo capii dopo... l’ho capito una prima volta, me ne ricordo ancora, quando non mi potei difendere contro un compagno più grandicello e prepotente, col gridare, come facevan gli altri, lo dirò alla mia mamma!... E poi, dicono che una parola amorevole, un consiglio d’una madre, non si dimenticano più! E vengono le volte in cui s’ha bisogno di richiamare un consiglio!... s’ha bisogno d’una memoria da rispettare!... Oh! se l’avessi trovata una buona parola dentro di me!... chi sa!...» E aveva svoltato alla prima cantonata per non avere la tentazione di guardare ancora quel bambino, e per cacciare una folla di tristi pensieri. Altri, dopo una prima occhiata mesta a quel fanciullo, avevano continuata la loro strada col passo più svelto e con la faccia di chi pensa a una buona nuova. Quale pensiero aveva attraversato d’improvviso la loro mente? Quello, forse, che rientrando in casa ci avrebbero trovato ancora la loro mamma.
Il povero Massimo, poichè era proprio lui l’uomo vestito a bruno che conduceva il bambino a mano, com’ebbe lasciato dietro di sè le ultime case del sobborgo che qua e là fiancheggiano il viale, cominciò a levar gli occhi, che aveva tenuti fin lì fissi al suolo, e a guardare i bei prati, i bei campi che gli si stendevano dinanzi, e dopo questi le prime linee rialzate e vagamente interrotte delle colline, e la gran costiera finalmente delle prealpi e delle alpi, che gli chiudevano l’orizzonte coi loro maestosi profili, frastagliati da cocuzzoli biancheggianti e da ombre severe. Quello spettacolo, che pure egli aveva veduto le mille volte, pareva avesse in quel punto su l’animo suo un fascino tutto nuovo. Camminava, e non sapeva levar gli occhi da quella parte d’orizzonte; era assorto, ma pareva che il respiro gli si facesse più libero e l’animo più sollevato.
Che cos’era venuto a sviare per un momento la costante malinconia de’ suoi pensieri? Cosa cercava egli con lo sguardo così fisso? I suoi occhi seguivano quelle ombre, quelle insenature, quelle vette che da tanto tempo non aveva vedute, e che ora mano mano andava riconoscendo. Eran tutti profili cari al suo cuore, e che sapeva lo dovevano condurre a uno che gli era il più caro di tutti, il profilo dei monti che stavano dietro Castelrenico. Appena lo intravide e lo riconobbe, il suo cuore battè violentemente, e il suo viso ch’era così pallido e triste, si fece a un tratto rosso, e prese quasi un’espressione di gioia. Si fermò, e stette un pezzo a fissare quel punto; intanto che il suo bambino era tutto in faccende per un grillo che aveva veduto presso la siepe, e non arrischiandosi di pigliarlo, gli salterellava intorno mandando gridi d’allegria.
Massimo riprese il cammino, ma ogni tanto levava gli occhi e guardava ancora que’ monti. La sua mente era come trasportata da un’onda di pensieri nuovi: quella nebbia, che dopo le sue ultime disgrazie non gli lasciava veder più nulla dinanzi, in quel momento pareva si diradasse per fargli intravedere un porto tranquillo. Tornare a Castelrenico dopo esserne uscito pieno di progetti e di fumo? tornare umile, avvilito, come chi torna da una sconfitta? farsi guardare con pietà dopo che l’avevano guardato con invidia?... Mai! Con questa risposta aveva sempre troncato ogni pensiero, ogni domanda che avesse osato di farsi innanzi, per quanto sommessamente, a parlargli di Castelrenico. Ma ora che in compagnia de’ pensieri gli veniva dinanzi quella faccia benedetta de’ suoi monti, quel mai era lento a ricomparire, impedito da tant’altre cose che questa volta parevano più frettolose di lui. Le ubbìe compagne del mai si facevano piccine piccine, nella sua mente, intanto che il campanile di Castelrenico, la piazza, il caffè, l’osteria, gli amici d’un tempo diventavano grandi grandi, e li illuminava come una nuova luce che li faceva parer tutti le più belle cose di questo mondo.
Massimo continuava a camminare. Camminava col passo più celere, e pensava a quando, dopo essersi dilungato un po’ troppo fuori di Castelrenico, se ne tornava affrettando il passo; e gli pareva quasi che alla prima svolta avrebbe trovata la solita scorciatoia che pigliava quando voleva giungere più presto in paese. Tanto era diventato padrone di lui in quel momento il suo Castelrenico! E intanto camminava.... ma il suo bambino, che cominciava a essere stanco, ora si sedeva su un mucchio di ghiaia, ora pigliava la rincorsa, ora tirava la falda del vestito del babbo, e cercava di fermarlo con una domanda.
Era un pezzo che nell’animo del povero Massimo, addolorato da tante disgrazie, non si faceva strada un pensiero di pace, un qualcosa che lo togliesse per un minuto dalla sfiducia in cui era caduto. Il suo animo non cercava di dimenticare nessuno de’ suoi dolori, uno de’ quali, il più grande di tutti, gli era sacro e indistruttibile. Eppure quel lumicino che veniva a un tratto a rompere la nebbia scura che l’opprimeva, gli dava come un riposo soavissimo; e avrebbe voluto in cuor suo che quel minuto fosse lento a passare, tanto lo gustava! Ma anche quel poco ristoro fu breve. Il suo bambino a un tratto gli si piantò dinanzi, e tirandolo per l’abito gli domandò fissandolo in viso: «Questo è il luogo dove ci sono sepolti i morti?»
Massimo alzò gli occhi, e s’accorse d’essere vicino alla cancellata d’un cimitero. Il bambino, vedendo l’espressione di dolore che a un tratto pigliava la faccia del babbo, soggiunse subito: «Babbo, non ho più paura io dei morti!... non ho più paura, perchè adesso tra i morti c’è la mia mamma!...» Massimo, a cui scoppiò il cuore a quelle parole, prese il bambino in collo e lo coperse di baci e di lacrime. Quel raggio di conforto era sparito; i tristi pensieri erano tornati in folla, e con essi una puntura dolorosa di più, quella che il suo bambino gli aveva data senza saperlo.
Conducendo il suo bambino a mano tornò in città, e s’avviò verso casa col capo basso, ripensando, nel rifare quelle strade, ai casi suoi, con l’eguale malinconia e l’eguale sfiducia di prima. Eppure quel lumicino lontano che per un minuto gli aveva fatto intravedere il porto, non doveva essere un’illusione del tutto.