«Nei giornali? Allora siamo fritti!» esclamò Giovanni rizzandosi in piedi. «Povero Massimo!... e cosa dicono i giornali?... no, no, non ditemelo per carità!»
«Abbiate pazienza! I giornali raccontano il fatto; raccontano che un delegato di Questura.... ma finora il nome di Massimo non è venuto fuori.»
«Ci verrà! oh! ci verrà! Quando tutti dicevano che il nostro Massimo era un gran brav’uomo, allora i giornali non dicevano niente! Ma adesso sentirete! Oh! poveri noi!»
«Calmatevi, caro Giovanni; capisco, la cosa può esser seria.... però....»
«Però?»
«Insomma uno, quando sa di non aver nulla sulla coscienza, può domandare che si faccia.... non saprei.... un processo, e allora la verità a poco a poco viene a galla....»
«Ma intanto? L’avete detto anche voi che è un piovere sul bagnato! e questa è una gran parola, sapete! Se ci fosse ancora qualche paese più lontano, me lo vedrei già rotolato giù chi sa fin dove... e direi, pazienza! Ma il paese più lontano non c’è, e questa volta me lo rimandano a casa.... a casa diritto diritto: mi par già di vederlo!»
«È un guaio anche per voi e per Massimo che al marchese sia capitata quella gran disgrazia!... Se fosse stato qui, le portavo a lui queste lettere subito, e scommetto che non vi lasciava in asso; vi avrebbe dato qualche buon parere, vi avrebbe forse diretto o raccomandato a qualcuno. E una parola d’un uomo come il marchese, che ha in alto amici a bizzeffe, e a cui fan di cappello tutti le poche volte che si lascia vedere, una sua parola detta a tempo avrebbe forse potuto far sospendere qualche giudizio precipitato. Perchè il pericolo sta qui! Cansato questo pericolo, uno allora può far sentire le sue ragioni, e le cose a poco a poco si aggiustano. Ma bisognerebbe non perder tempo, e il marchese, voi lo sapete, non è a Milano. Se fosse a Castelrenico, meno male, ci farei una corsa e per domattina vi saprei dire qualche cosa. Ma, pover uomo! parenti, amici, seccatori d’ogni risma avrebbero voluto soffocarlo di condoglianze, non foss’altro per essere in regola con l’etichetta; e lui invece non voleva veder nessuno. Così, per paura che non lo lasciassero tranquillo neanche a Castelrenico, se ne è andato in quel suo podere di Piemonte, dove è più sicuro di non veder gente.... Ma ehi! Giovanni! cosa fate? per Bacco, non lasciatevi andar d’animo a quel modo!... insomma.... gli scriverò.... se volete ci vado in persona e mi faccio fare una brava lettera per qualche pesce grosso.... Ehi! Giovanni! datemi ascolto!... un giorno più, un giorno meno.... non vorrà essere proprio oggi o domani che sentenzieranno sul conto di Massimo.... eh! avranno tutt’altro per il capo, caro mio, in questi giorni, con quel po’ po’ di trambusto!... Ma insomma, Giovanni, non mi date retta?... Mi par quasi di non esser più il vostro Mevio!»
Il povero Giovanni s’era di nuovo lasciato cadere sulla sedia, nascondendo la faccia tra le mani; non ascoltava più le parole del suo amico e pareva assorto da un dolore più forte di prima. Mevio cercò di confortarlo in ogni maniera, ma per un pezzo non gli riuscì di fargli aprir bocca. «Se la matassa s’è ingarbugliata, vedrete che troveremo ancora il bandolo,» seguitava a dire Mevio. «Pericoli, quanto all’impiego, non ce ne saranno. E poi.... e poi, se anche lo sbalzassero dall’uffizio, a un altro impiego, ve lo prometto, ci penso io. Penseremo a qualche impiego d’altro genere.... per esempio....»
«Oh! cosa mi parlate mai dell’impiego!» esclamò finalmente il povero Giovanni.... «Che l’impiego se ne vada!... che è ormai l’ultimo de’ miei pensieri! Non è all’impiego che penso io! non è il pensier dell’impiego che mi sta sul cuore!... che mi toglie il respiro in questo momento!... È alla mia Enrichetta che io penso!... è alla mia Enrichetta!... Le avete lette bene quelle lettere! Non vi pare?... E se non vi pare, è perchè.... Ditemi un poco, sapete voi cosa sono i presentimenti?... Ebbene, ne ho uno io!... uno ben triste!...» E non potè finire perchè diede in uno scoppio di pianto, mentre rizzatosi in piedi si gettava nelle braccia dell’amico.