R.... nella valle di....
1 gennaio 1864.

Le due cose più brutte che ho vedute nella mia infanzia sono proprio quelle che non solo non mi uscirono mai dalla memoria, ma che ci rimasero anzi più scolpite e più vive. Le cose belle e ridenti trovano una via facile e armonica nella fantasia infantile, e l’attraversano rapidamente lasciandovi spesso poca traccia di sè. Queste due brutte cose erano una vecchia sorella del curato e un suo passero, e formavano nel mio pensiero una cosa sola; tanta era l’abitudine di vedere questi due esseri in compagnia. La sorella del curato infatti diceva d’avere, dal canto suo, circondato questo passero di tutti i suoi affetti, ch’erano quelli d’un celibato severo. Che cosa dicesse l’altro non so. Parmi che vivesse nel celibato esso pure; ma anche qui non so se fosse un celibato spontaneo, o un celibato imposto dalla sua amica per non introdurre alcuna disparità. Questo passero era zoppo e mezzo spennato; si faceva di solito tutto raggruppato e grosso; lasciava cadere un’ala a terra, e non teneva aperto che un occhio. Faceva le viste di non dar retta e di non accorgersi di nessuno; ma la sorella del curato diceva che capiva tutto, e che era un mostro di talento. Ella si era privata per lui del cocuzzolo di un celebre cappellino, che in sua gioventù aveva fatto fare apposta per andare alla città a vedere l’entrata di un vescovo. Se n’era privata, e l’aveva riempito di bambagia per farne un letticciolo, ordinaria dimora del passero. Fu questo uno di quegli atti di entusiasmo e di annegazione, di cui se ne riscontrano tanti nella vita della donna.

La bruttezza di quel passero esercitava, non so perchè, un gran fascino sulla mia fantasia. Ogni momento, io correvo in casa del curato a contemplare il passero, e non me ne sapevo staccare, per quanto non ci trovassi proprio niente di nuovo. La sorella del curato, per mettere a profitto il mio tempo, mi enumerava frattanto tutte le virtù del passero, e me le proponeva ad esempio. Mi diceva però nello stesso tempo, come, prima d’essere diventato così tranquillo, obbediente e studioso, ne avesse fatta una grossa, la quale gli aveva procacciato il castigo d’andarne malconcio per tutta la vita. «Perchè bisogna sapere che quando egli era ancora nel nido sotto la gronda, ed era grande poco più di te,» continuava la sorella del curato, «era ostinato, capriccioso, e non dava retta a nessuno. Aveva messe appena quattro pennuzze alle ali, e si era già fitto in capo di scappare fuori del nido, e di andarsene per il mondo. I suoi genitori, ch’erano pieni di esperienza, gli dicevano cose d’oro; ma lui si tirava in un cantuccio, alzava le spalle, non diceva una parola, e masticava con dispetto una pagliuzza del nido. Un giorno poi, mentre padre e madre avevano appena svoltato l’angolo della gronda, cosa fa il nostro bellumore?... Si tira sull’orlo del nido, e apre le ali. I suoi fratellini ebbero un bel pigolare, e tenerlo a tutta forza; egli lasciò loro una penna della coda, e spiccò il salto. Finì diritto sul fondo della corte; e fu un miracolo se non si ruppe il naso. Nella corte poi c’era un pilastro, e dietro il pilastro un gatto; il quale, pratico di queste cose, spiava da un pezzo il nido, e se ne stava accoccolato e tranquillo. Quando il passero ebbe spiccato il salto, lo spiccò anche il gatto....»

«E allora?» esclamavo di solito io, quando la storia era arrivata a questo punto.

«Allora» ripigliava la sorella del curato «in un attimo il passerino fu in bocca al gatto. Si dibatteva il poverello, e forse era pentito di cuore; ma il gatto intanto si studiava di mandarlo giù in un boccone. E ci sarebbe riuscito, se non fossi capitata io a salvarlo, perchè era proprio l’ora, per combinazione, in cui porto da beccare ai polli. Ma in che stato lo salvai! Mezzo biascicato, e sì malconcio che pareva proprio lì lì per spirare. Capisci, figliolo, cosa succede ai ragazzi disobbedienti! E dopo ce n’è voluta della pazienza, e poi.... e se non c’ero io....» E la filastrocca non finiva così presto.

Più tardi, presso a poco sui quindici anni, quando presi a sdegnare queste inezie, e mi diedi tutto ai gravi pensieri, misi anche la storia del passero tra le cose di cui non mi era più lecito il ricordarmi. A furia di pensieri gravi, finii un giorno a fare anch’io qualche cosa che doveva rassomigliare di molto alla scappata fuori del nido. In allora, e voglio dire dopo che fui scappato anche dalla bocca del gatto, ripensai subito alla storia della sorella del curato, e mi parve che la mi andasse così a taglio da poterne riprendere il filo narrando per conto mio. Questa idea mi ronza per il capo da un pezzo, e a placarla piglieremo la penna. Incomincerò coi ricordi di quando ero sotto la gronda; poi verrò al salto, alla corte, al gatto, e al letticciolo di bambagia.... ma sarò breve, come dicono quegli oratori che vogliono additare essi medesimi qualcosa di buono nel loro discorso.


Il curato del mio paese, che, pover’uomo, morì l’anno passato, aveva il ticchio dei nomi eroici. Non gliene scappava uno; chi nasceva nella sua parrocchia, nasceva nell’antichità. Da trent’anni le comari sostenevano una lotta infelice a favore dei Carl’Antonio e dei Giovanni Battista, e da trent’anni non si battezzavano più che dei Timoleone e degli Epaminonda. I miei compaesani ne susurravano un poco, e si dolevano di non avere ciascuno il suo santo protettore; si dolevano che non ci fosse nell’anno un giorno anche per loro da berne legittimamente un boccale di più. Pareva loro che il non avere un avvocato in paradiso fosse una disgrazia per lo meno eguale all’averne uno su questa terra. Il mio buon curato cercava allora una via di mezzo, e di tanto in tanto accomodava le faccende con qualche Ciriaco o con qualche Aniceto. Ciò però non bastava a tranquillarli tutti, e ce n’era di quelli che dubitavano alquanto di non essere abbastanza cristiani. Talchè, in seno alla famiglia, e intorno alle scodelle della minestra, questi uomini grandi ricevevano, il più delle volte, il secondo battesimo d’un nome un po’ più da galantuomo, come dicevano i miei compaesani, d’un nome alla buona, che servisse negli usi domestici come la giacchetta da lavoro. Ma non si lasciavano intendere dal curato; e, appena fuori dell’uscio, se chiedevate a qualcuno: «Come si chiama questo vostro bamboccio?» vi sentivate rispondere, con voce rassegnata, per lo meno «Pisistrato.» E il buon curalo gongolava tutto nell’accarezzare per strada qualche piccolo Ercole che perdeva le brache, o qualche Demostene che lo fissava con la bocca aperta e con un dito nel naso. «E tu come ti chiami?» domandava talora il curato, e l’altro si faceva tutto rosso per non poter rispondere: «Giovannino;» e non ricordandosi il nome vero, o imbrogliandosi a metà, metteva fine alle domande con una lunga piagnucolata.

Di questi bambocci che piangevano in grazia del loro nome, dovevo un giorno ricordarmi paragonandomi a loro, quando anch’io ebbi a trovarmi gli occhi gonfi di lacrime: e pensavo che il mio nome c’era pur entrato per qualche cosa.

Il curato cercava i suoi nomi tra i greci e i latini; spennacchiava Plutarco e i classici maggiori e minori. Poi saltava nei tre secoli della persecuzione della Chiesa, e ci faceva anch’egli le sue stragi. Qualcosa gli offrivano anche i tempi di mezzo; un po’ meno i tempi nostri, a cui forse non giungeva che per un certo riguardo a Napoleone I. A quali tempi fosse il mio curato, quando io venni al mondo, precisamente non lo so. Egli mi diede il battesimo, e mi chiamò Adalberto. Mi poteva capitar di peggio. Eppure io avrei ben di cuore cangiato di nome col mio curato, il quale si chiamava semplicemente don Carlo: nome di cui certo il buon uomo si affliggeva nel profondo dell’animo suo. Gli è ben vero che di questa sua afflizione egli non ne aveva fatto motto mai con alcuno; ma io che, abusando della dimestichezza che avevo con lui, tante volte spinsi gli occhi sugli scartafacci del suo tavolino, tra le minute dei conti e dei ricordi, tra le asticelle e i ghirigori, avevo pur letto il suo nome ripetuto in cento guise, a modo di sperimentare la penna, e avevo veduto ch’egli scriveva don Karl, come un re franco della prima razza.