I miei di casa, per amore di brevità, mi chiamavano praticamente Alberto, ad eccezione di mio zio, lo speziale, che era il luminare della famiglia, e che, non solito a transigere, mi chiamò sempre Adalberto fin dai miei primi vagiti. Io dunque non ignoravo il mio nome, e frugando per tempo tra i libri dello zio (dacchè lo zio me li aveva tutti severamente proibiti), avevo trovate delle vecchie storie piene di tarli e di nomi simili al mio. Così, a dodici anni, nella mia cameretta, e di nascosto dallo zio, a cavallo d’un bastone, io ero Adalberto che partiva per la Palestina, e che salutava, col cappello di carta a tre punte, una bella, il ritratto della nonna appeso al muro. Altrettanto faceva un guerriero, dipinto sul paracammino del mio camminetto. Egli partiva; e le piume del suo cimiero toccavano il naso della sua bella, che in quel momento spuntava dalle vetrate socchiuse d’un alto verone del castello. Il cielo era buio: la luna, che conosce i suoi doveri, spuntava tutta rossa, per finger forse le sue maraviglie, tra nubi candide di bucato; e pareva il torlo d’un ovo sul tegame in mezzo alla chiara. Per farle velo, e conciliare la sua presenza con la sua modestia, le si avvicinavano alcuni neri nuvoloni e le piume del guerriero. Questa scena io l’avevo rimirata più volte, e la mia fantasia ne era stata vivamente colpita.

Adalberto! esclamavo quand’ero solo, panneggiandomi nel mio nome, alzando la fronte, e misurando la mia cameretta a passi lunghi e gravi. Adalberto! e spingevo un’occhiata dietro la schiena, per vedere che effetto facesse il mio nome sopra di me. Ma c’era un guaio: il guaio che dietro il nome veniva un cognome, il quale aveva pochissimo a fare con le crociate. Il mio cognome, che è pur quello d’un centinaio forse de’ miei compaesani, è modestissimo, e non ricorda nulla, proprio nulla di strepitoso. A me ricorda le virtù modeste di mio padre e di mio zio: ai più vecchi di me quelle di mio nonno, e la illibata rettitudine della loro coscienza e del loro onore. Ma più in là non ne so nulla. È probabile che abbia anch’io degli antenati, e che i miei vecchi non sieno sbucati dalla terra come i funghi dopo una pioggia d’estate. È probabile che i miei antichi abbiano fatto anch’essi quel tanto di bene e quel tanto di male, di cui si compone la storia dell’umanità: ma le carte vecchie hanno taciuto di loro, il che vuol dire che in loro non hanno trovato mai nè virtù così alte, nè bricconerìe così basse, da mandarne illustri per sempre i figlioli e i nipoti. Ma il solito paracammino mi toglieva in allora a queste riflessioni tranquille. Decisamente io rifiutavo il mio cognome. Buon per me che anche i miei, come quasi tutti quelli del paese, avevano un soprannome; un soprannome, in cui potevo trovare quel rifugio e quei conforti che m’erano negati dal cognome.

Cinquant’anni prima ch’io venissi al mondo, da un ciglione della montagna, alle cui falde giace il mio paese, staccossi una frana che mise a nudo un largo tratto di roccia. Se di quell’evento se ne parla ancora nel mio paese, figuratevi quanto chiasso ne avranno fatto i nostri buoni vecchi! E figuratevene poi la paura! Poichè mi si conta che fosse opinione generale di tutti quelli che in simili faccende ci vedono, che quella prima fetta di montagna venuta giù non fosse altro che un primo saggio: ma quanto prima, si diceva, sarebbe capitato il rimanente, sarebbe venuta la vera frana, la quale avrebbe sepolto tutto il paese, e fattane scomparire perfino la ricordanza. Che cosa si fa? Sui due piedi dunque si decreta, si acclama di innalzar su quel monte una cappelletta dedicata al santo protettore del paese; i più agiati fanno voto di tirar di penna sui debitucci dei più poveri, e di chiudere un occhio sui fitti di quell’anno.

Ma passa un mese, ne passano due, ne passano tre, e pare che la vera frana voglia pigliare le cose con comodo. Allora quelli che ci vedono, proclamano e ripetono «quel che han sempre detto» che la montagna per circa due secoli non si moverà più. La cappelletta e i fitti sono mutati in una processione, e molti la rendono più solenne andandoci scalzi; così risparmiano anche le scarpe. Mio nonno, che faceva l’oste, intanto che i suoi compaesani con la bocca aperta, e le mani dietro le reni, speculavano sulle crepature del monte, sulla cappelletta, sui fitti e sui due secoli di agio, con le mani dietro le reni anche lui osservò che da una larga fessura della roccia, lasciata a nudo, tirava un’aria fresca e tutta nuova, quale non si era mai sentita in quel posto. Ci fece da solo le sue visite e i suoi scandagli; s’avvide che la natura, provvida sempre, gli aveva dischiuso una deliziosa grotticella capace di due botticini e d’una credenza per il salame. Una voce in cuor suo gli disse subito che delle frane non ne sarebbero cadute più, e divenne il conforto de’ suoi compatriotti! Chiuse in parte la fessura della roccia; ci mise un uscio; tirò su un bel muro e, per non far le cose a mezzo, l’affidò al pennello d’un artista, l’autore credo del mio paracammino. L’artista lo dipinse a mattoncelli antichi, a screpolature secolari, e a erbacce d’una vegetazione di tempi ignoti, in modo da farne un venerabile avanzo di un evo discretamente remoto. Ma non gli bastò. Compiuta l’opera, per renderla sempre più antica, ci aggiunse una medaglia a chiaroscuro, che fingeva in bassorilievo una testa di Diogene, con le screpolature anch’essa, e con le erbe. Ma anche il Diogene non bastò al nostro pittore, il quale dichiarò al nonno che ci voleva ancora qualcosa di più antico; che ci volevano i merli. Il nonno, sazio di spender quattrini, per quanto rispetto avesse per il pittore, fu sulle prime inflessibile contro i merli. Ci furono dei grossi guai. Alla fine si venne a un compromesso: il mio avo si arrese, ma non ne concedette che sei; e il pittore li foggiò diroccatissimi, e avvolti anch’essi nella solita antichissima erba. Il pittore s’incaricò anche dell’insegna, che rimase fino ai miei tempi, e che diceva così: Alla ròcca merlata, vino fresco che pare impossibile.

La fama della ròcca merlata, dove il vino si faceva squisito per naturale virtù del luogo, divenne così gigante e così generale nei dintorni, da offuscarci in allora perfino i fasti e le geste di Giuseppe II contro i Turchi. La ròcca merlata diede il nome a tutta la falda del monte; diede il nome a tutto il vino che vendeva mio nonno; e diede il nome a mio nonno stesso, che d’allora in poi fu chiamato in tutto il distretto l’Andrea della ròcca merlata. Mio nonno morì: la fama della ròcca merlata andò scemando, a dir vero, e lasciò parte del suo posto alle nuove rinomanze dei tempi: ma i vecchi del paese, conservandosi devoti al culto delle passate memorie, non vogliono berne che di quello della ròcca, e alle nuove generazioni insegnarono con l’esempio a chiamare la gente di casa mia col nome dell’antica grotticella.

Tale era dunque il soprannome nel quale io mi rifugiavo ogni qualvolta mi accingevo a partire per le crociate. L’avessi almeno lasciato in Palestina!; ma lo tirai fuori in altre spedizioni ancor meno felici; me ne vestii non solo quand’ero a cavallo della granata, ma lo ripresi anche dopo aver messo il dente della sapienza. Ho camminato con esso, superbo di tanto paludamento, finchè esso mi si attortigliò per le gambe, e io diedi del naso in terra, come un eroe da teatro diurno. Ora non lo riprendo più; e nel riandare queste mie prime memorie ne vorrei ridere di cuore, se, in fine della commedia, l’eroe burlato non fossi stato proprio io!


Quand’ebbi toccati i dieci anni, un congresso di famiglia decise de’ miei destini. Il maestro del mio paese dichiarò ch’io ero il Napoleone dell’analisi, e l’Alessandro il Grande dell’aritmetica; ch’egli mi aveva ormai insegnato tutto; ch’ero un mostro di talento, e che sarei morto quanto prima. Per quanto mi rincresca il distruggere la premessa del mio maestro, mi è forza confessare che sono ancor vivo. La qual cosa io devo senz’altro al maestro che ebbi subito dopo, il quale invece non seppelliva così presto la sua scolaresca, e ci dava a tutti, e a tutto pasto, dell’asino.

Io ero dietro l’uscio il giorno in cui mio zio, dopo avermi detto con molta gravità che mi ritirassi, fece risolvere mio padre sul conto mio, e trionfò degli ultimi dubbi che lo facevano pensieroso. «S’io non avessi la fortuna o la disgrazia, direi meglio, d’essere troppo profondo conoscitore degli uomini,» diceva mio zio, «esiterei; direi fors’anche, fate voi.... Da qual cosa credete voi che provengano tutti i mali della società? Provengono da ciò, che gli uomini non trovano quel profondo conoscitore che dica loro: tu sei nato per questo, e tu per quest’altro; e così i poveretti sbagliano strada, ed è allora che tralignano, che si perdono.... Credete voi che se io non avessi fatto lo speziale, sarei ora quel che sono? Io oscillerei come un pendolo, cercando il mio vero centro di gravità, e sarei, come tant’altri, un uomo da nulla.... Era ancora in collo alla balia Adalberto, e non faceva che picchiare con le sue manine su tutti i miei vasi e su tutte le mie ampolle. È un segno, vedete, questo! è un segno!... Egli vi rompe tutti i bicchieri dell’osteria, ma guardate un po’ s’egli ruppe mai una sola delle mie storte! Sono segni, vedete! sono segni!... Sta bene che il figliolo, come dite voi, ha da seguire di regola il mestiere del padre; ma ci sono le eccezioni per quelli che devono battere le grandi vie loro segnate dalla Provvidenza. Vostro figlio deve fare lo speziale!... Poco monta a tant’altri che la loro bottega vada un giorno chiusa e venduta: lo capisco. Ma.... la polvere che distrugge la Mantis religiosa di Linneo fu scoperta, chi non lo sa! nel mio laboratorio; e questo, capirete, impone dei doveri alla famiglia....»

Non udii che questo. Ma poco dopo, mio zio uscito di camera mi fece un sorriso, e, piantatosi dinanzi a me, mi guardò con una insolita benevolenza e mi accarezzò. Non c’era più dubbio: in quel sorriso io mi sentii diventato un farmacista.