Per qualche tempo non bollirono nella mia fantasia che storte ed ampolle, e dal campo dei crociati trapiantai i miei castelli in un avvenire di pillole e di decotti. Io ero uno speziale! e guardavo i miei compagni d’alto in basso, come quando dicevo loro: io sono un guerriero. Imitavo il fare grave di mio zio, e come lui mi ravvolgevo talora mezza la faccia in una cravatta bianca; tiravo il berretto giù fino al naso, e di nascosto mi inforcavo gli occhiali. Correvo nella cucinetta, che mio zio chiamava il suo laboratorio, e componevo con un po’ di tutto degli empiastri ch’io chiamavo le mie scoperte, e che dovevano rigenerare la società, e far diventare poi me principe, millionario, generale d’armata, e fors’anche secretario comunale. La mia ambizione non aveva confini, e la mia fantasia non si fermava che tratto tratto, per qualche giorno, quando m’accadeva di mandare in frantumi qualche vaso o qualche ampolla. Ruppi anche le famose storte, che mio zio aveva dichiarate al sicuro d’ogni guasto per fatto mio: ne accusai ingenerosamente un gatto, e fui creduto dallo zio, che vedeva nel nuovo colpevole una conferma della sua teoria. Lo zio però, che, come dissi, non era uso a transigere, compose subito un empiastro, e lo divise in ventiquattro parti. Arrotondatele, le sparse per il laboratorio, con la missione di propinare il veleno a quel gatto, che, per quanto fosse un individuo della casa, pure se ne mostrava degenere. Eravamo da capo con Filippo II e Don Carlo. Alla voce del rimorso, raccolsi di soppiatto quelle pillole insidiatrici, e ne posi al loro posto altrettante di midolla di pane. Il gatto se le mangiò più volte tranquillamente, e mio zio ne farneticava. Quando un giorno.... io forse ne dimenticai una, e il povero gatto lo si trovò, dietro l’uscio, lungo disteso. Ne fui afflitto; e ne fu ben afflitto anche lo zio, il quale aveva già annunziata una scoperta, e incominciato uno scritto, sul nesso tra i gatti e i principali veleni.
Spuntò presto l’alba d’una vigilia del san Carlo, e con gli abiti nuovi e tutto intirizzito, fui messo in una vettura con sei seminaristi, e spedito al capoluogo della provincia in un collegio, per esservi allevato, diceva mio zio, dalle Muse; primo passo verso il cammino della spezieria. Da un mese io ero tutto sossopra dietro questa grande novità del collegio, e la mia fantasia trovava nuovi sogni dorati tra cui aggirarsi finchè voleva, trattandosi di cosa che non sapevo che mai si fosse. Il giorno poi che feci la prova generale del vestito da collegio, e che mi trovai sotto a un cappello quale lo portava l’imperial regio Delegato in giro per la provincia, avvolto in in una cravatta bianca e in un abitone, dalle cui falde non mi spuntavano che i piedi, pensatelo voi, come mi sentissi in rivoluzione! Non mi tenevo più nella pelle; non m’accorgevo che le mani fossero imprigionate nelle maniche e le orecchie nel bavero: precorrevo gli anni con l’immaginazione, e già mi sentivo all’altezza e all’ampiezza del mio vestito.
Mi pareva che il giorno in cui l’avessi indossato, e per sempre, io avrei toccata a un tratto la realtà di tutti i miei sogni, e mi sarei trovato un uomo fatto, un cavaliere antico, un re, uno speziale, o che so io. Venne il giorno: eppure, per quanto lo avessi indosso quest’abito di tutte le felicità, come misi il piede sul montatoio della vettura provai un novissimo sentimento di mestizia, che mi serrò il cuore e mi fece venire voglia di piangere. Lasciata la casa, e dentro in quella vettura, mi parve quasi di non esser più figliolo di nessuno. Io avevo veduti partire altri fanciulli per il collegio, tra i baci e le paroline delle loro mamme, e mi pareva che non dovesse essere poi tanto brutto un distacco in mezzo a tante carezze. Ma io partivo senza un bacio, senza una parola; e in quel momento, forse per la prima volta, ebbi coscienza d’un fatto, su cui la mia mente così giovanile era trascorsa fino allora, senza quasi comprenderlo: io avevo perduta, e quasi nemmen conosciuta mia madre. In quella prima tristezza che mi scendeva per istinto nel cuore c’era tutta la storia, fino allora inavvertita, delle mie sventure infantili. Non eran solo i baci di quella mattina che mi fossero mancati: erano le mille cure amorose e previdenti, era una guida sicura, carezzevole e buona, che, a differenza degli altri fanciulli, io non avevo trovata a compagna della mia prima giovinezza. Quale fortuna sarebbe stata per me, se tutte le fantasie della mia mente avessero sempre trovata vicina quella bontà che piega e non spezza, che persuade e non costringe, e si fa amare quando ammaestra! Lo zio, a cui dovevo succedere nell’arte, reclamò per tempo da mio padre la mia educazione; e per lo zio l’educazione era un empiastro fatto di certi principii e di certe dosi da comporre e spedire, come una ricetta. Così la prima, e la più dura esperienza della vita, la feci tutta a mie spese.
Io fui dunque consegnato al vetturale e ai sei chiericotti, i quali per tutto il viaggio non fecero altro che mangiar noci, senza che uno, neppure in fallo, ne offrisse una sola a me. Non gli ho dimenticati quei chierici per un pezzo. Tempo fa ne ritrovai uno, e facendo con lui una gran baruffa per il potere temporale, di cui non voleva cedere una briciola, mi risovvenni ancora di quelle noci. Mio padre mi aveva congedato con un bacio la sera innanzi e mi aveva detto: sii sempre buono: poi, quasi gli fosse passato un brutto pensiero, s’era a un tratto tutto rannuvolato. So che a mio padre doleva assai il vedermi partire, e che solo ci si era rassegnato per i grandi ragionamenti dello zio. E mio zio, che quella mattina era tutto in faccende intorno a un decotto che bolliva, non mi accompagnò nemmeno alla vettura, ed ebbe appena testa da potermi dire: «Svelto, svelto, che son sonate le sette.»
Il vetturale, come fummo giunti ed ebbe stropicciati con la paglia i suoi cavalli, mi consegnò al portinaio del collegio, e il portinaio mi condusse poi dinanzi al rettore, che era un abate e che mi fece subito un centinaio di domande. Io non risposi alla prima; e, non so perchè, rimasi duro coi denti chiusi fino all’ultima. Allora il rettore mi fece condurre nel dormitorio dicendomi: «Voi siete un asino.» La mia educazione era incominciata. Un po’ per quella malinconìa del mattino, un po’ per il piglio brusco del rettore, il cuore mi traboccò, e diedi in un pianto dirotto.
Qui incomincia la storia del collegio, la storia degli anni chiamati i più belli della vita, e su cui passo di galoppo e facendomi il segno della croce, come si passa per una strada dove si è incappati ne’ malandrini. Tale è la bella pagina che i miei educatori hanno impressa nella mia tenera mente, che aspettava da loro l’impronta maestra di tutta la vita! Dopo tre mesi di educazione, io ero già qualificato dal rettore come epicureo, per l’appetito che avevo portato dai miei monti; come falsario, per avere scritto il còmpito d’un compagno che non aveva saputo farlo; e come propalatore di principii pericolosi, per aver detto che il brodo della minestra era tutto acqua. Immaginatevi che cosa fossi in fin d’anno! Fors’anco divenni un po’ cattivo in verità. Mi ricordo che, quantunque novizio e piccioletto, fui presto amico dei più grandi, i quali di tanto in tanto mi facevan persino l’onore di incaricarmi di qualche mariolerìa per loro conto. Intanto il rettore andava sempre più persuadendosi ch’io avevo bisogno d’esser tenuto con una mano di ferro. Scoperse che in me c’erano i germi di tutti i delitti; e per un pugno che diedi a nome d’un amico, mi appese al collo per un mese un cartellone su cui stava scritto: sicario. Scoperse parimenti ch’io ero uno zotico, un montanaro, uno spaccalegne, e che non conoscevo neanche i primi rudimenti della creanza. Così intraprese a insegnarmela da capo: ma, se ho a dirla, il mio buon rettore, a furia di insegnar creanza, decisamente l’aveva insegnata tutta, e non gliene era rimasta più nè per lui, nè per me. Il peggio fu che andava frattanto scrivendo allo zio cose di fuoco sul mio conto, e lo persuadeva a non richiamarmi per le vacanze d’autunno, perchè non avessi a perdere il frutto di quelle prime sementi di cui, con tanta fatica, mi aveva messo a coltura.
S’io ne fui furente! Da quel giorno mi dichiarai in istato di guerra: guerra delle più accanite, che io cominciai col fingere un appetito insaziabile per far dispetto al rettore, e farlo perdere a lui; gettando per giunta dalla finestra quanti pani mi capitavano in mano, e che non riuscivo a mangiare. Io non sapevo rassegnarmi. Avevo poi in cuore un’ansia, un’inquietudine, quale non avevo provata mai; mi pareva che una voce secreta mi dicesse: «corri a casa tua.»
In quell’autunno morì mio padre. Io non lo seppi che molti mesi dopo. Mio zio non aveva avuto coraggio di scrivermelo, e aveva incaricato il rettore di darmene a poco a poco la triste novella, e i tristi conforti. Il rettore ne incaricò il prefetto, il quale me lo annunziò un giorno come un castigo del cielo per le mie sbadataggini, e per non so quali sgorbi sul quadernuccio del latino.