Spartaco!... e nient’altro che Spartaco! Ecco la gran conclusione a cui ero arrivato dopo quattro anni di latino. Altro che i decotti! I classici, che dovevano guidarmi in grembo alle ricette, tradirono mio zio: quattro anni soli di latino m’avevano già condotto a Spartaco! Sì; io sognavo di spezzare le catene del collegio, di dichiarare liberi tutti, e, sulla base delle vacanze universali, stabilire un ordine di cose più giusto. Il mio disegno, che nella pratica avrebbe forse incontrato delle difficoltà, dopo avermi reso per qualche tempo felice, incominciò anch’esso a lasciarmi di nuovo solo, stanco, stizzoso. La mia giovane fantasia, irrequieta, ardente, aveva trovato chiuso il campo gentile degli affetti domestici, e sbarrato l’alveo diritto d’una educazione autorevole e soda. Condannata a schiudersi da sola una via, prese a correre, a ingrossarsi, a straripare. Così se dallo stagno modesto ove ora mi ridussi, guardo il cammino percorso, di me non trovo che un po’ di schiuma e un po’ di chiasso.

Spartaco se n’era andato! Le catene del banco dell’asino, e del galateo del mio rettore, si erano fatte pesanti più che mai. Il campo delle cattiverie, dei dispettini, delle scappate, ormai era mietuto. M’ero fatto grandicello, e cominciavo a disprezzare il rettore, e a sentirmi molto al di sopra del prefetto. Ma il mio animo, invaso sempre da un vago sentimento di inquietudine e di stizza, si crucciava in cerca d’un modo di azione, d’una formola sotto cui protestare e agitarsi, d’un altro Spartaco, insomma, che non mi piantasse così presto. E il nuovo Spartaco venne!

Tra gli alunni più grandicelli e anziani del collegio, che mi favorivano, come dissi, la loro protezione, c’era un certo Marcello B..., uno dei primi della scola, tanto negli studi che nelle risse; capo di tutte le combriccole, ma di un gran cuore, e che ci teneva tutti in una certa soggezione. A Marcello io avevo chiesto molte volte qualche savio consiglio, che m’aveva poi fruttato il pane e acqua; e nelle principali questioni lo avevo sempre avuto dalla mia. Marcello, da un anno, trascurava un po’ le baruffe; aveva preso un fare misterioso; e ogni mese, quando andava a pranzo dai suoi, per alcuni giorni era tutto intento a leggicchiare di nascosto, con tre o quattro tra i suoi più fidi, dei libruzzi e dei foglietti stampati. Io non ne capivo gran che, nè m’ero arrischiato di parlargliene. Quando un giorno Marcello mi tirò da parte, sul finire della ricreazione, e, fissandomi tutto serio, mi dice all’orecchio, mentre mangiavo pane e ciliege: «Quali sono le tue opinioni politiche?» Io rimasi di stucco, come a una domanda di lingua greca. Le opinioni e la politica non m’erano parole affatto nuove; le avevo udite, ma senza curarmene: nè sapevo precisamente che cosa volessero significare. Marcello, vedendo ch’io tacevo, mi replicò all’orecchio, e questa volta ancor più misteriosamente: «Sei tu repubblicano?» — «No;» risposi allora franco, parendomi di leggere negli occhi di Marcello che dovessi rispondere così. «No?» riprese Marcello, «me ne duole; ciò vuol dire ch’io non potrò mai accettare un portafoglio con te.» E bruscamente mi volse le spalle.

Anche il portafoglio! Decisamente non m’era capitato mai, fuorchè nello studio del greco, di non capir niente, niente da capo a fondo, come questa volta. Un portafoglio da dividere con Marcello!... e quelle altre parole!... Marcello che mi leva la sua protezione!... e io non capirne niente! Mi sentivo umiliato, confuso; e più ci pensavo, e meno ci trovavo modo di imbroccarne una. Delle cose del quarantotto, avvenute due anni prima, a dire il vero, io ne avevo capito poco. Mi ricordavo che il rettore in sulle prime aveva date delle ammonizioni severe ai più grandi, per certe ariette che questi zufolavano pei corridoi; poi si era parlato di guerra; poi ci si fece cantare tutti delle canzoncine sull’Italia e Pio IX. Si studiava poco; il rettore s’era fatto mansueto come un agnello; e alla fin di luglio ci lasciarono andare tutti a casa. Al san Carlo, il rettore era tornato brusco come prima; e un giorno ci disse nella scuola, «che dei guazzabugli dell’estate non se ne parlasse più; che Cesare aveva vinto Pompeo; e che tutto era finito bene.» Così, se prima ne avevo capito poco, molto meno dopo. Mio zio non era uomo da grandi confidenze coi ragazzi, e, se mi faceva qualche parola, era per parlarmi dei doveri dello speziale. Una volta però io avevo scoperto che lo zio era andato di notte, e con gran mistero, al casino della ròcca merlata; e il famiglio di casa diceva in secreto d’averci portato, nascosto in un barile, un antico berretto di velite del regno d’Italia, che lo zio aveva cavato fuori durante i mesi del Provvisorio. E qui a un dipresso finivano le mie nozioni in politica.

A queste cose andai ripensando, dopo le parole di Marcello, e le richiamavo alla memoria come le larve d’un sogno. Eran pure le sole a cui potessi connettere la parola politica, forse la meno nuova tra quelle dettemi da Marcello. E se fosse tutt’altro? Insomma non me ne potevo dar pace. Alla fine, dovetti pur venire a una risoluzione. «Confesserò ingenuamente a Marcello che io non ne so nulla di tutte le cose che mi ha domandate; me le spieghi, e io sarò del suo parere.»

Attesi con impazienza la mattina del giorno seguente, la colazione, e la mezz’ora di riposo che le teneva dietro. Il mio animo si era tutto rasserenato. «Sì,» dicevo tra me, «domattina dopo la colazione sarò repubblicano anch’io; Marcello sarà ancora mio amico, e mi avrà insegnata anche quella diavolerìa del portafoglio


Due mesi dopo le spiegazioni di Marcello, quell’affaruccio degli Austriaci in Italia non era più per me che una questioncina di poco momento, un atomo impercettibile destinalo a scomparire colla vicina caduta del capitale e dell’io. Marcello me le aveva spiegate queste cose semplicissime, in un modo chiaro e lampante. Io però le ripetevo a buon conto tutto il giorno tra me, perchè avevano una singolare tendenza a sfumare come le nubi. «Peccato» dicevo io, nel fare la mia valigia in fin d’agosto; «peccato che mi deva dividere così presto da Marcello! I libri però dove ha imparato tutto quello che sa, gli ha promessi anche a me. Intanto non vorrei dimenticarmi le cose cardinali.... questi foglietti li nasconderò tra le calze.... L’importante dunque è che scompaiano gli individui e che non rimangano che le masse.... poi, che traverso all’emancipazione della donna e del pensiero, si costituiscano gli Stati Uniti d’Europa.... il cui governo sarà un triangolo formato dall’eguaglianza, dalla fratellanza e dalla libertà....» E così riandando i punti principali della scienza di Marcello, mi avviavo al mio paese per le vacanze d’autunno, in quella solita vettura ove era già messa in pratica la teoria di sopprimere l’individuo in favore della massa.

Per chiarirmi un po’ le idee, mi misi a leggere l’Organisation du travail, uno dei libri datimi da Marcello. Non ne potei capire una parola. «E dev’essere tanto bello!» pensavo tra me. «Ecco come si insegna il francese in collegio! È la cospirazione dell’oscurantismo; è il rettore che si frappone tra una gioventù alitante di fede e i trovati dell’avvenire!» Così detto stupivo di me stesso, trovandomi salito in così poco tempo a tanta altezza di parole e di pensieri. Per quell’autunno dovetti quindi accontentarmi dei foglietti sottili a caratteri fitti, e di certi opuscoli in lingua italiana, i quali pure mi fecero nascere il sospetto che anche della lingua nostra me ne avessero in collegio celata una parte.

Lo zio intanto, persuaso ch’io fossi speziale fin nel midollo delle ossa, non capiva talora come avessi mutato d’abitudini; come non soffiassi più nel fornello con tanta lena; come girassi il pestello nel mortaio con così poco entusiasmo. «Ma siccome nei casi dubbi io vado diritto al metodo analitico,» diceva egli un giorno al curato sull’uscio della bottega, «così scoprii che mio nipote legge di giorno, e legge di notte. Esce poco di casa, e ha di già sul tavolino il decimo volume del mio dizionario botanico. Lo misi per tempo al fornello, ed è là che ha capito d’essere nell’empirismo. Ora la sua impazienza lo porta a un assaggio precoce della teoria; la teoria lo trasporterà di galoppo nella pratica, e la pratica nella teoria. Son cose che io ho predette fin da quando l’ho destinato a questa professione.» E io che l’avevo udito dalla finestra, ritornavo alle meditazioni profonde, ai solitari giri della mia cameretta; e crollando il capo dicevo tra me: «No! io non sarò mai un venduto nè della spezieria, nè dell’io! Io non appartengo che all’umanità!»