Così passavo, leggendo e fantasticando, i giorni interi nella mia cameretta. Era l’antica cameretta, che mi aveva veduto salutare la bella imitando, a cavallo d’un bastone, il guerriero del paracammino. Al paracammino ritornava qualche volta il mio sguardo, ma non vi leggeva più nulla; non ci ritrovava più i sogni, le emozioni d’una volta. «Come c’invecchiano» dicevo tra me «gli studi pratici, i trovati dell’avvenire!» E a ogni nuovo pensiero era una passeggiata per la camera e una fermata alla finestra. Che se poi vedevo spuntare da lontano un elmo che mi annunziava il gendarme del paese, subito mi ritiravo, gustando la voluttà del sentirmi compromesso. E tornavo ai miei studi, alla mia scienza, agli opuscoli e ai foglietti di Marcello. Leggerli e rileggerli; fantasticarci sopra, e capirne poco, era tutto il mio grand’affare. Ma i forti pensieri mi avevano così alienato dai decotti e dalle malve, che il mio maggiore studio era di lasciarmi trovare men che potessi dallo zio, cambiando il supplizio dei fornelli con un esilio nella mia cameretta. La noia però veniva piano piano a sedersi vicina alle mie nuove meditazioni, e cercava sedurmi fin col tintinnìo degli aborriti pestelli: poi, mi conduceva e riconduceva alla finestra, a farmi fare le cento volte capolino in strada, o a tenermi intento a spiare dalle stecche della persiana.
Di là cominciai a guardare e riguardare la bionda testolina d’una fanciulla del fornaio, che aveva la bottega presso la nostra farmacia. La fanciulla usciva il dopo pranzo col panchetto sull’uscio a lavorar di maglia o a cucire, non saprei dire con qual punto, ma con punti che mi parevano piuttosto lunghi. Che strani capelli aveva quella fanciulla! Erano biondi; ma così lucidi, così chiari, così fitti che ti parevano un piccolo pagliaio, o una matassa di seta scompigliata. Non valevano a tenerli a dovere nè il pettine, nè le trecce, nè la dirizzatura: la rivolta era generale e permanente. «È un indizio!» pensavo tra me: «sotto quei capelli deve battere un cuore libero, indipendente!» Il fascino di quei capelli andava crescendo a ogni occhiatina ch’io mandavo loro dalla finestra. Le cose un poco strane mi seducevano sempre. La fanciulla che non s’era mai accorta di me, di tanto in tanto alzava gli occhi in su, e guardava le rondini che, passando, pareva la salutassero col loro acuto pigolio. Io mi facevo indietro, e mi sentivo montare il rosso al viso, quasichè ella mi avesse veduto e avesse udito i miei pensieri. Rimanevo un poco in agguato, zitto e senza battere palpebra; poi, piano piano, ritornavo a far capolino. Cos’era questa nuova agitazione, che non mi lasciava lontano un pezzo dalla finestra, e mi faceva spiare le rondini, sperando che tutte passassero per di là?... «Spiare le rondini, che ragazzata!» dicevo io, e pieno di vergogna ritornavo al tavolino degli opuscoli e delle forti cartoline. Ma anche nelle cartoline c’era un’insidia, e quei foglietti pieni di sorelle e di amanti, al cui grembo dovevamo correre a riposarci subito dopo la vittoria, conciliavano a maraviglia i capelli biondi con la nazione armata. Io sentii il dovere urgente d’avere una sorella o un’amante.
La mia fantasia fece in breve una lunga strada, come era suo costume. Ci furono dei soliloquii sull’amore nello stile di quelli sulla politica. Mi pareva già che l’esperienza delle due cose fosse in me profonda del pari; e a ragione. Non aspettai più le rondini per guardare in giù. Quali visacci facessi a quella fanciulla per rapirla in estasi, non lo so; certo non dovevano essere i più belli, perchè la poverina finì, io credo, col prenderne paura, e non si lasciò più vedere. E allora? Allora il san Carlo s’era fatto vicino, e addio capelli biondi.... bisognava ritornare alle Muse. Il tempo volava: che cosa dovevo far io?... Scrissi; scrissi una lettera alla figliola del fornaio, sfoggiando tutto quel poco che avevo letto sulla emancipazione della donna, sul suffragio universale, sull’imposta unica e progressiva.... una lettera amorosa insomma, destinata a far colpo, dacchè non ci ero riuscito con la mimica. La vettura, i bauli, gli addii della mia partenza avrebbero fatto chiasso; la figliola del fornaio sarebbe ricomparsa sull’uscio, e il fatal foglio avrebbe toccato il suo destino.
La mattina venne, e questa volta mio zio, più tenero del solito, non mi abbandonò un minuto. «Studia, figliolo,» andava dicendomi, «e l’anno venturo ti farò fare un passo da gigante.... ti metterò alle pillole!» Tutto era pronto; il vetturale non tollerava altri indugi; io mandai tutto all’ingiro un’ultima occhiata, ma i capelli biondi non erano comparsi. E io giunsi in collegio con la mia lettera in tasca.
Napoleone intanto, senza dirlo nè a me, nè a Marcello, aveva fatto il colpo di Stato. Marcello però lo seppe; ma dopo. Una sera, Marcello che aveva passata la giornata a casa sua, rientrato in collegio, radunò i suoi amici politici, ch’eran cresciuti di numero; e, caldo delle cose udite, ci narrò gli ultimi avvenimenti e la rivoluzione del Bonaparte contro il popolo francese. Il caso era grave: le parole di Marcello erano piene d’ira, e noi «che cosa si fa?» pensavamo: e siccome la risposta non veniva, mandavam fuoco dagli occhi, in mancanza di meglio. Finalmente io ruppi il silenzio, ed esclamai: «Bisogna agire!» Tutti mi guardarono, lieti d’avere questo peso giù dalle spalle, e che l’idea fosse venuta a me. «Sì, bisogna agire....» replicai, ma il difficile stava nel continuare. Feci una pausa: nessuno fiatava. «Agitiamoci!» ripresi.... e, per fortuna, suonò in quel momento la campanella che ci mandava tutti a dormire, e che a me apriva una scappatoia. «A domani» dissi allora, senza perder tempo, accorgendomi di tutta la responsabilità che m’ero tirata addosso, per avere aperto bocca per il primo. Come fui a letto, incominciai a fantasticare su questa maledetta idea che i miei compagni si aspettavano da me; e me la pigliavo con loro, perchè fossero stati così sciocchi da non averla saputa trovare essi medesimi. Finalmente l’idea buona capitò: quell’idea, voglio dire, che in tali frangenti pare sempre la migliore; l’idea di chiudere gli occhi per il momento, e di pensarci all’indomani.
Venne l’indomani, ma io non ci avevo pensato. All’ora della ricreazione ci fu il ritrovo promesso. Io tacevo; e, con mia sorpresa, m’accorsi che nessuno si curava ch’io parlassi. I miei compagni avevano trovata una insolita parlantina: a ciascuno premeva di metter innanzi le proprie idee, nella previsione che sarebbero state meno avventate e pericolose delle mie. I discorsi e i progetti politici cadevano sul modo di finirla con l’Europa e col collegio; cadevano sul colpo di Stato e sul rettore, che era il nostro Napoleone visibile. I più fregavan le mani, e dicevano: «Addio collegio, chi sa che cosa va a nascere!» A qualche altro pareva già di udire il rumore d’una rivoluzione per le strade. Quelli che vedevano gli affari un po’ meno color di rosa, e avevano la pazienza un po’ più lunga, speravano in un movimento slavo. Qualche altro, ancor più moderato, pur ammettendo che dovevano succedere dei grandi avvenimenti, limitava per il momento le sue aspirazioni a tramare di soppiatto qualche cosa contro la credenza o la cucina. Marcello taceva; gli altri evidentemente non erano maturi. Toccava a me: non si era concluso nulla di energico, e già gli occhi di tutti mi erano addosso, aspettando che dessi io il motto, per venirne a una. Se la riflessione non aveva saputo dirmi nulla, l’ispirazione a un tratto venne a levarmi d’impiccio. Mi passò per la fantasia, come un lampo, l’ultimo bigliettino dell’amico X, e la musa fu trovata.
Tornando indietro un passo, come spesso occorre quando si contano le novelle, dirò di volo chi fosse l’amico X. Chi fosse? Veramente io non lo sapevo: non l’avevo nè udito, nè veduto mai; ignoravo perfino come si chiamasse. Però avevo per lui un’adorazione cieca, profonda. Io mi sarei fatto appiccare, se ne avessi ricevuto l’ordine firmato X. Il fratello maggiore di Marcello era in comunicazione diretta e continua con costui; ma neppure lui sapeva bene chi si fosse. Gli opuscoli, i foglietti, che Marcello portava in collegio, venivano da costui: a costui si mandava l’obolo mensile per gli Stati Uniti d’Europa; e c’era, in ricambio, la parola d’ordine per la quindicina, le notizie, le istruzioni in parole brevi, ma che trascinavano nelle più alte sfere della perfezione umana. In un momento d’entusiasmo per l’amico X, Marcello gli aveva direttamente inviata, per mezzo del solito contrabbandiere, una lettera in cui gli parlava della sua ammirazione per lui, della sua fede, de’ suoi propositi, e dei compagni di collegio che, discepoli ieri, erano in oggi apostoli fatti. Gli domandava la sua amicizia, e gli metteva a disposizione la propria testa, come tenue contraccambio di tanto onore. L’amico X rispose: rispose poche righe, ma nientemeno che tutte di suo pugno. «Un autografo!» diceva Marcello. Quelle righe le imparammo subito a memoria, ed eccole qua:
«Giovine amico!
»Sì, giovine amico, gli eletti ascrivono voi e gli amici vostri tra i loro correligionari; la Fede vi ascrive tra i suoi apostoli armati. Voi siete la nuova gioventù; gioventù piena di candore e di fuoco; poema vivente, che ricongiunge la coscienza dell’oggi alla tradizione di secolare pensiero. Benedette le madri, che si incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro amore, che comprimono sotto un pensiero di patria i palpiti del cuore, per salutare d’un sorriso il sacrificio del vostro apostolato!