«L’ora è sonata! L’udite voi, o giovani, questa novissima voce di turbine, innanzi a cui si schiantano e le querce e le dighe secolari? L’udite? È l’alba della rivoluzione sociale! Sì, giovani amici! All’annunzio d’un fatto, fate arma d’ogni cosa che ha ferro! È capo chi guida: guidate! Guai a chi si arresta; guai a chi vi parla di localizzazione di moti! Sdegnate i consigli prudenti; sdegnate quei moderatori vostri, che, diseredati della tradizione del vero, vi porgeranno il veleno di una esperienza fallace.

»X.»

«E voi ci pensate ancora?» esclamai io dunque ai miei compagni, i quali appunto perchè mi avevan veduto pensarci più di loro, si aspettavano la risposta da me. «Ancora ci pensate? Per pensarci più a lungo, bisogna essere diseredati della tradizione del vero! Che cosa diranno le fanciulle del nostro cuore? L’ora è sonata! ci fu detto: le istruzioni le abbiamo avute: all’annunzio di un fatto sorgete! Il fatto è avvenuto: a quest’ora la rivoluzione europea è scoppiata. Udii questa notte un lontano rumore verso i monti, un rumore cupo, indistinto, come di voci, di comandi, di gente che si affolla. È la rivoluzione che occupa a quest’ora le gole e i grandi passi dei monti. Luigi Bonaparte, e il suo preteso colpo di Stato, i despoti e le diplomazie che cosa sono mai! A quest’ora. Polacchi, Rumeni e Montenegrini sono in armi, e scendono dai monti! Sa il cielo come è vasto a quest’ora il movimento sociale! Agire entro le mura del collegio, cospirare contro il rettore, sarebbero tutte localizzazioni di moto. Osiamo! La rivoluzione è incominciata: noi siamo attesi: noi siamo in ritardo....»

«Ma.... e come si fa?» interruppe uno di quelli della localizzazione del moto.

«Discendenti di Spartaco! Vi arrestereste voi dinanzi all’antiporta del collegio? Che cosa dirà l’Europa di noi!...»

Io avevo vinto. Da un subito mutarsi delle facce de’ miei compagni, m’accorsi d’aver finalmente toccata la corda giusta. Raggiante del mio trionfo, e compreso della mia superiorità, incominciai a dare ordini e a formare disegni. È capo chi guida, aveva detto l’amico X, e io avevo in quel momento la coscienza, se non il brevetto, d’essere per lo meno colonnello. Cresciuto alla scuola militare de’ miei foglietti di contrabbando, potei in quattro parole riassumere ai compagni i cardini d’una strategia molto più comoda dell’antica, per la quale ci volevano eserciti e battaglie campali, e rimaneva tuttavia il rischio di perdere. Le istruzioni a stampa ch’io tenevo, mi avevano insegnato a distruggere i più grandi imperi e le più inveterate tirannie, con mezzi sicuri e semplicissimi. «Voi troverete forse» dicevo misteriosamente ai miei compagni «chi vi parlerà ancora delle migliaia di battaglioni e degli eserciti regolari. Utopìe del passato! Voi vi dovete ricordare che un uomo di buona volontà può moltiplicarsi all’infinito, e ingrossare come una valanga. Questa valanga è l’uomo-milione; l’eroe collettivo! Troverete chi vi parlerà di denaro, o di finanze, come dicesi nel vecchio linguaggio. Rispondete che se a loro le angherìe e i cento balzelli non bastano, voi con due soldi al giorno, pagati da ogni italiano spontaneamente, avrete quasi mille milioni all’anno!»

Dinanzi a queste prove matematiche di strategia e di finanza, nessun ragionamento in contrario avrebbe potuto reggere: ogni dubbio, se pur ce n’era alcuno, svanì ne’ miei compagni. L’entusiasmo fu generale, le deliberazioni furono prese all’unanimità. Si deliberò nientemeno che di svignarsela tutti, sull’imbrunire, dal collegio, per non far attendere più a lungo i nostri fratelli della rivoluzione europea. Marcello taceva. Le mie parole avventate non l’avevano punto persuaso; ma c’era un progetto ardito da compiere, un pericolo da affrontare, e ciò bastava perchè Marcello accettasse la sua parte senza discussione. Ci demmo ritrovo all’antiporta del collegio; e là, se avessimo trovato il portinaio in uno di quei brevi intervalli in cui, per sbraciare colla palettina il caldano, dava sosta al sonno, là si sarebbe deciso, se conveniva farselo amico con un po’ di quattrini, o metterlo in disparte con un po’ di pugni. Dataci la mano, fatto un giuramento solenne, ci lasciammo, impazienti che venisse l’ora del tramonto per compiere l’impresa. Per giunta, ciascuno promise di condurre qualche altro compagno di quelli che non erano della congiura.

L’ora del tramonto venne. Il cuore mi batteva forte, e mi diceva che questa era la più grossa di quante mai ne avessi fatte. Data un’occhiata di intelligenza ai compagni che mi dovevano seguire, quatto quatto uscii dal camerotto della ricreazione. A salti fatte le scale e i corridoi, fui in un attimo all’antiporta, e ci trovai Marcello. Spiammo il portinaio.... Dormiva. Ma non eravamo che noi due. «Siamo i primi,» dissi a Marcello: e fummo anche gli ultimi. Il silenzio profondo, la tranquillità della strada, mi lasciavano qualche dubbio sulla insurrezione universale. Si poteva udire il ronzìo d’una mosca, ma non si udiva voce alcuna di insorti. Un’altra voce piuttosto udivo dentro di me, una voce che in tutta confidenza mi diceva di tornare indietro e di andare a cena. Ma l’agitazione, il dispetto, il puntiglio mi cacciavano innanzi; così, tra queste due forze contrarie, io rimanevo immobile, e per primo, contro le mie stesse ingiunzioni, localizzavo il moto. Quando a un tratto, la voce del rettore che ci chiamava tutti e due rintronò per i corridoi del collegio, e in un accento che già ci annunziava essere perduto, se non l’onore, il pane e il formaggio per quella sera. Marcello allora mi scosse e mi gridò: «Avanti!» In due salti attraversammo lo stanzone del portinaio; io giunsi fuori dell’uscio per il primo e misi piede nella strada. Ma intanto il portinaio, che dormiva e non dormiva, aveva già pigliato per le falde del vestito Marcello, e iniziata una lotta che doveva finire col trionfo del potere. Al primo accorgermi di quel tafferuglio, io m’ero fermato, e stavo per slanciarmi in soccorso di Marcello. Quando, due mani colossali e vigorose d’un anonimo, che mi colsero alla schiena, mi fermarono di botto, e mi costituirono prigioniero. Non mancai di dibattermi alla meglio, facendo arma di tutto, come dicevano le mie istruzioni militari, fin dei denti e dei tacchi. Udendo il passo di qualcuno che capitava, cominciai a gridare, sperando, a dispetto questa volta delle istruzioni, un alleato. Era un soldato austriaco, che tutto d’un pezzo, colla pipa in bocca, e il passo flemmatico, tirava diritto, senza neppure voltare la faccia dalla parte ove io gridavo a tutta gola. Gli Slavi non erano insorti! Quest’ultimo disinganno venne a compiere la mia sconfitta; e poco dopo tra un viavai di prefetti e di camerieri, io e Marcello eravamo dinanzi al rettore.

Chi era quell’anonimo che mi ricondusse in collegio, lasciandomi il segno delle sue dieci dita nelle braccia? Era il cuoco del collegio, quel cuoco col quale avrebbero voluto intendersela i moderati! Così, io e Marcello fummo chiusi in camera per una settimana: Napoleone potè incominciare tranquillamente il suo regno; e in collegio il brodo della minestra rimase lungo come prima.