Da sessant’anni, la politica aveva solo due volte leggermente increspate le acque tranquille del mio paesello. La prima volta fu quando un giacobino del capoluogo venne a piantare sul sagrato l’albero della libertà. I curiosi erano corsi in frotta, credendolo l’albero della cuccagna; ma, quando si accorsero che non c’erano i polli, se ne andarono per i fatti loro: così contano alcuni di quel tempo. La seconda volta fu nel quarantotto, quando mio zio tirò fuori il berretto da velite, e lo tenne in capo per quattro mesi, giorno e notte. Questi due avvenimenti erano per il mio paese le colonne d’Ercole della politica: non si andava più in là.

Finiti gli anni del collegio, e da un anno staccatomi dal mio Marcello, dopo avergli giurata però fedeltà fino alla morte, mio zio mi richiamò a casa per fare pratica di farmacia, e quindi avviarmi all’Università. Io mi aspettavo, in buona fede, di ritrovare anche il mio paesello commosso dai grandi problemi sociali, persuaso com’ero che ogni nuova pagina delle mie letture, ogni teoria, ogni idea nuova per me, fossero tutte luminose scoperte che corressero ed agitassero il mondo intero in quel momento, come agitavano ed esaltavano me stesso. Ma sia che i grandi problemi sociali avessero presa altra strada, o fossero tuttora in cammino, per quanto mi facessi a interrogare e a cercare, nessuno si agitava, nessuno dubitava con me. Dubitavano alcuni che, per il lungo asciutto, i fieni sarebbero stati scarsi; ed altri, che l’oste avesse tagliato il vin vecchio con quel nuovo. «Queste sono aberrazioni d’uomini, ma non di popoli,» dicevo sulle prime, col mio autore, e continuavo nelle mie ricerche. Parlai dell’imposta progressiva, e mi fu risposto che si preferivano le imposte stazionarie. Nessuno pensava a distruggere il capitale; nessuno ne aveva ribrezzo! Nessuno insorgeva contro il salario; anzi, chi ne era senza, faceva di tutto per averlo. Nella mente di quei villici non si agitava nessun vasto problema; e, se correva qualche scappellotto, non era mai in nome dei grandi principii dell’avvenire.... nemmeno in nome di quelli dell’ottantanove! Mi persuasi che questi villani non erano popolo, e che il vero popolo doveva essere tutt’altra cosa.

«Ma la vita è missione!» dicevo tra me. «Costituitevi sacerdoti, agitate!» Solo non sapevo da qual parte incominciare; non sapevo chi dovessi agitare per il primo. Agitare mio zio?... il curato?... il fornaio?... Dopo maturo esame, incominciai il mio apostolato giocando a briscola, nella bottega del tabaccaio, con due spiantati che ci passavano la giornata a bicchierini d’acquavite. Trovai in questi due, che la sorte fece poveri e dimenticati, una così pronta intuizione delle più ardue questioni sociali, da sperar bene dell’umanità. Inflessibili nei principii, ed uomini pratici soprattutto, mi svelarono fin dal primo giorno che il fornaio era un aristocratico, e che bisognava dare un esempio. Orgoglioso di questo mio primo successo, ripresi più alacremente il mio apostolato di agitazione, anche al di fuori della bottega del tabaccaio. Sminuzzai il pane della scienza; cominciai dalla costituzione dei valori e dall’organizzazione del buon mercato. Ma quegli zotici, anzichè demolire l’idolo dell’io, presero a ridere di me. In breve furono tutti convinti che avevo, come si dice nel mio paese, dell’estro, cioè una vena di matto. Io mi confortavo, ripetendomi che queste erano «aberrazioni d’uomini, non di popoli,» e continuavo più che mai ad agitare, non fosse altro, me stesso. A poco a poco tutti mi si facevano più lontani, fuorchè il caporale dei gendarmi, il quale mi si faceva un po’ più accosto. Deluso e sconfortato, feci ritorno alla bottega del tabaccaio, ove almeno, dicevo tra me, c’è potenza di fede, c’è coscienza di popolo e di azione. Il mio curato, di tanto in tanto, pigliandomi a braccio, cercava d’acquietarmi un po’, confutando la mia scienza col buon senso, o con esempii dell’antico Testamento. Ma tutto era inutile, e il buon uomo di soppiatto mi indirizzava persino dei segni di croce, nel dubbio che qualche demonio ci avesse la sua parte. Mio zio, per essere uomo troppo severo, non mi ammoniva mai. Una prima mancanza non era un fatto abbastanza grave per lui, da farne oggetto d’una sua ammonizione: e l’ammonire per una seconda, era quanto il confessare d’averne lasciata una impunita. Mio zio, in questi casi, per levarsi d’imbarazzo, ricorreva alla sua teoria, che cioè «nelle contingenze difficili della vita, bisognava innanzi tutto procedere all’analisi dei fatti.» E con ciò aveva ogni volta l’opportunità di qualche grande discussione di filosofia col curato, nella quale, coll’appoggio di molti autori e di molti testi di chimica, riusciva di una incontrastabile superiorità.

Mio zio teneva dietro in silenzio a queste mie smanie di plasmare e fondere tutti gli uomini della terra, di fare scomparire ogni ineguaglianza, di rendere tutto di un medesimo colore; e presto s’era accorto di tutta l’analogia che c’era tra le mie teorie e quella del far le pillole. Nei grandi assiomi, ch’io tracciavo a brevi linee su qualche fogliuzzo di carta, o che proclamavo come trovati indispensabili per la salute della società, egli ravvisava una precoce tendenza per le ricette, una fede indomita nella farmacia. Convinto dunque mio zio, che tutto il male proveniva dallo squilibrio, in cui si trovavano le mie forze intellettuali con la mia posizione sociale, pensò di sciogliere la questione con un colpo decisivo, e mi mise alle pillole.

Povere pillole! Bisognerà però che torni indietro un passo, per spiegare ancor più chiaro in quale disposizione d’animo me le pigliassi. Era ritornata da qualche tempo in paese la bionda figliola del fornaio, che non avevo più riveduta, dopo la lettera che le avevo scritta e che m’era rimasta in tasca. Era tornata da un paese vicino, dove aveva passato qualche anno in casa d’una vecchia zia; ma non era più la fanciulla in gonnellino corto, che dalla finestra, ove io sospiravo per lei, vedevo correre saltelloni, lasciando sprigionati per ogni verso i suoi biondi e fitti capelli, e che ricambiava i miei palpiti con altrettanto affetto per le ciliege: era una giovanetta tutta seria, timida, ravviata, e che per un nulla si faceva rossa in viso, come spesso avviene alle anime buone e gentili. I suoi capelli, fatti più docili e più oscuri, avevano preso il colore lucido dell’oro; e i suoi due grand’occhi celesti, pieni di una serena bontà, si abbassavano vergognosi a terra appena s’accorgevano d’essere guardati. Il mio curato l’aveva battezzata per Cleopatra; ma i suoi di casa avevano tirato il nome in diminutivo, e la chiamavano Luigina. L’arrivo della Luigina aveva messo sossopra il garzone del ferraio, il galoppino del comune, un chierico, un figliolo del maestro, tutta insomma la gioventù brillante del paese. Io che avevo fatti gli studi, e che ero il nipote dello speziale, dimenticai la democrazia e sentii tutta la mia superiorità. Non so se in nome dell’amore antico o di un amor nuovo, se per passatempo, per puntiglio, per vanagloria, o per quell’istinto di tirannìa di cui sono calunniati i demagoghi, decretai la conquista di Cleopatra, senza pensare ch’essa era la Luigina. Ecco perchè a un tratto mi mostrai preso da un desiderio irresistibile d’imparare i secreti dell’impastare, e la meccanica del burattello e del frullone. Il fornaio non la finiva più nell’insegnarmi l’arte, e andava in visibilio per il mio interessamento e anche per la mia degnazione. A ogni minuto ero da lui, quantunque i miei amici politici, quelli della bottega del tabaccaio, l’avessero segnato come un aristocratico, e non gli pagassero nemmeno il conto per non transigere con lui. Ci andavo però un pochino di soppiatto, e con alcune precauzioni, perchè non mi tradissero le imbiancature della farina, e un certo odor di pan fresco. La madre della Luigina s’era subito accorta ch’io m’andavo infarinando in qualch’altra cosa; e credendosi d’una furberìa senza pari, tutto il giorno era sul far mosse strategiche per lasciarci soli, o per metter paglia sul fuoco: io era un buon partito, e bisognava farmi abbruciacchiare le ali. In pochi giorni io avevo dichiarato alla Luigina il mio amore, la mia passione, il mio delirio, sfoggiando tutti i sentimenti classici della mia antologia latina e tutto il linguaggio romantico della mia scuola politica. La Luigina rimaneva come trasecolata; si faceva tutta rossa, e, alzando il gomito, cercava nasconder la faccia: poi fuggiva. E io allora, vedendomi incompreso, un po’ facevo l’infelice, non affatto malcontento di fare una cosa nuova, un po’ mi stizzivo davvero, e davvero sentivo certe prime punture che dovevano essere quelle.... chi lo sa? dell’amore.

E fu allora appunto che mio zio, dopo i più maturi riflessi, era venuto nella conclusione di mettermi alle pillole.


Passavano i giorni e i mesi, ed io mi facevo sempre d’umor più nero, più stizzoso, più annoiato. Gli andamenti di questo mondo non li vedevo che attraverso la Gazzetta ufficiale, che me li faceva parere, come la belladonna, sempre più gialli e nauseabondi. La Luigina si faceva sempre più rossa, e scappava sempre. Il mio povero zio principiava a parermi un tiranno; e le sue pillole, lavoro senza coscienza di azione, mi parevano un agguato della cospirazione moderata e dottrinaria. Fino allora non avevo mai parlato di Università, dove avrei dovuto studiare una scienza che disprezzavo. Ma ormai, poco contento del mio apostolato, della Luigina e dei cittadini delle campagne, cominciai a tempestare lo zio, il quale mi rispondeva che un po’ più di pratica m’avrebbe giovato per la teoria, tanto più che non eran gli anni per una spesa così grossa; che la campagna andava male e i paesani facevano senza medicine, o al più, comperavano un cerotto che bastava per tutto l’anno, per tutta la famiglia e per tutti i mali.

Fu in mezzo a queste mie traversìe, che un bel giorno mi venne il pensiero di cercar rifugio e conforto in un’antica e misteriosa conoscenza, nell’amico dell’amico Marcello, in quella X che risplendeva tuttora nella mia fantasia, con l’egual fascino e con l’eguale potenza. Io non avevo mai scritto all’amico X, e questa prima lettera mi tenne in faccende per un mese. Feci e rifeci; rubai qua e là qualcosina dai miei autori, e misi assieme degli squarci che mi lasciarono per un pezzo molto contento di me. Cercai salvare la minuta del mio scritto dal pericolo dei tre gendarmi del paese, sotto una tegola del tetto; ma le intemperie profane non la perdonarono che a queste poche righe. «....perocchè l’Austria non può essere vinta che fissando l’angelo della vittoria con intrepida adorazione del Vero. Gli eserciti non valgono se chi li affronta è popolo fatto Principio e pugna armato di quella Fede collettiva, che è armonia di anime viventi nel Fine. La sètta faziosa che chiamasi maggioranza, ribelle all’Idea in cui solo risiede il diritto, cospira per un patto sociale che non è edificio, ma rintonaco di sepolcro. Noi saremo militi e sacerdoti: militi e sacerdoti di quel Vero che, spiccando il volo sull’ali della coscienza progressiva, dai ruderi dell’io, concreterà la vita collettiva nella patria delle patrie, l’Umanità....» E qui, se ben mi ricordo, venivano i miei convenevoli, poi il mio nome. Ma appena scritto il mio nome, mi vennero in mente i tre gendarmi; e ripigliata la penna, tirai pian piano sulle lettere altrettanti ghirigori. E di più, pensandoci, vidi che quel mio nome, ad eccezione dell’Adalberto, era troppo volgare. Più che per un programma del futuro, mi parve fatto per una spezieria del presente; ne arrossii, e, dopo averci meditato, scrissi in fin di pagina, con un coraggio da leone, vostro Adalberto dalla ròcca merlata, e consegnai la lettera al contrabbandiere che mi vendeva i libriccioli politici.

Per un mese fui sulle spine. Finalmente una sera il contrabbandiere mi fece un cenno con l’occhio, per farmi capire di andargli dietro, e mi condusse a casa sua. Fosse la lettera dell’amico? pensai tra me, e il cuore mi batteva forte, come quando aspettavo una di quelle risposte della Luigina, che non giungevano mai. In un cantuccio della cucina, da una gerla piena di stramaglie, tra i pacchi di sigari falsificati, di caffè di cicoria e di carte da giuoco senza bollo, mi cavò fuori finalmente, il mio contrabbandiere, un foglietto sottilissimo piegato a guisa di lettera, e su cui stava scritto Adalberto. Non c’era più dubbio; pagai senza economia il porto, e corsi a rinchiudermi in camera per assaporare, e meditare in pace il mio prezioso manoscritto. Apersi il foglietto, ed eccolo qua: