«Caro conte!

«Il nome di Adalberto me lo apprese Marcello, tra i nomi di quegli ardenti e candidi giovanetti, che per angelica ispirazione del Vero protestavano per tempo contro le false esercitazioni del pensiero. Voi dunque volete essere tuttora coi buoni, a cui la tradizione dell’Umanità collettiva diede l’intuizione dell’avvenire! Io già vi amo come fratello! Voi sarete, caro conte, leva irresistibile di azione intorno a voi, mentre col largo obolo del vostro censo, potrete sorreggere anche altrove il lavoro di altri buoni. — Riceverete mano mano le istruzioni dell’azione collettiva.

»Nel popolo, fanciullo dell’Umanità, vive e respira la spontaneità dell’Innocenza, che la è Virtù inconscia; noi professiamo la Virtù, che è lotta e fatica. Ma congiunti in forte armonia, avremo la melodia dei popoli, che è murmure d’angeli e fragore di folgori.

»Abbiatemi sempre più che amico, fratello.

»X.»

Rimasi per tutta quella sera, e per il giorno dopo, e per molti giorni ancora, abbagliato e intronato, tante erano le emozioni e le nuove fantasie che si facevano ressa nel mio capo, dopo la lettura di quella lettera. Il signor X, mi chiamava nientemeno che fratello: io ero un iniziato nell’azione collettiva; io ero un buono; i buoni avrebbero saputo il mio nome; ero un eletto dell’intuizione dell’avvenire! C’era da perdere la testa per la consolazione. Però, bisogna che lo confessi, la cosa che mi fece maggiore impressione fu quel caro conte. Io non avevo mai veduto un conte, ma gli avrei ammazzati tutti, tanto gli odiavo. Ora il mio X, l’uomo perfetto, mi chiamava conte, per un equivoco senz’altro, ma pure senza inorridirne, e dicendomi con tanta compiacenza fratello. Dunque, pensavo tra me, in certi casi si può essere anche un conte. Nel mio caso, per esempio, io sarei a un tempo un conte e un galantuomo. E bisogna convenire, continuavo tra me, che il chiamarsi Adalberto conte della ròcca merlata, non sonerebbe male; e me ne verrebbe della dignità e del rispetto, di cui, ben s’intende, userei per il trionfo della democrazia universale. Queste idee mi andavano così a sangue, che in poco tempo mi feci mitissimo con le contee, e mi sorpresi un giorno allo specchio, col volto composto alla maggior dignità, contemplandovi il conte della ròcca merlata, che per essere il primo conte che vedevo, mi pareva tale da riconciliarmi anche con gli altri. Risposi all’amico X, e tacqui sull’affare del conte. Ed egli da capo a darmi del conte, e io duro a pigliarmelo in santa pace.

Passavo i mesi in queste mie nuove beatitudini, che mi facevano quasi dimenticare l’orrore della spezieria, e anche un po’ l’amore per la Luigina: quando una notizia dolorosa e misteriosa venne a scotermi profondamente, e a richiamarmi a quel po’ di serietà che pure c’era in me. Leggendo un giorno dal curato la Gazzetta ufficiale di Milano, trovai queste due righe tra le notizie delle province: «Marcello N., dottore in legge, noto per fatti e sentimenti antipolitici, venne arrestato in.... la notte del 27 corrente.» Era la prima nuova che avevo del mio buon Marcello, dopo che mi aveva salutato baciandomi all’uscir di collegio.


Il primo ordine che ricevetti dall’amico X fu di costituire un comitato rivoluzionario per il mio paese e per i paesi vicini. «Dove vado io a fare il comitato?» Volevo parlarne a quei due del tabaccaio, ma da qualche tempo m’era nato il sospetto che bazzicassero dal commissario, e che l’oro fatale me li potesse corrompere. Cercavo bene di mantenerli nel campo della rivoluzione europea, a bicchierini d’acquavite, ma la mia fiducia in loro non era più così serena come per il passato. Alla fine mi decisi. Scrissi che il comitato era fatto, e il comitato ero io. Il comitato fu richiesto del suo obolo mensile per la cassa centrale, e di tanto in tanto di qualche prestito straordinario; prestito di cui si avevano in ricambio i titoli di credito inscritti sul gran Libro dell’avvenire. Per non dire che al comitato non era riuscito di affigliarsi anima viva, e per non smentire la mia contea, presto mi trovai al verde, e finii un bel giorno col fare il mio primo debito con un cittadino delle campagne che pizzicava un po’ dell’usuraio. Ogni quindicina ricevevo poi in ricambio delle grandi novità: prossimi moti in Polonia, più prossimi ancora in Calabria, vicine le barricate a Parigi, e vicinissimi i soliti moti degli Slavi. Il comitato doveva tenersi pronto con la sua vasta associazione a occupare i grandi passi dei monti, dove avrebbe trovato altre vastissime associazioni. Occupati questi passi, a un dato cenno, dovevamo rotolar sassi sul territorio nemico; chi avesse avuta una picca poteva discendere a molestare ancora di più lo straniero. Resa così vana ogni nuova calata di eserciti, quei del piano e delle città, avrebbero in breve trionfato dei pochi satelliti nemici, mentre un proclama scritto in due o tre lingue avrebbe trascinati nel nostro campo interi battaglioni. Il mio comitato poi ne rispondeva alla sua volta delle belle. Un muratore, che non aveva avuto lavoro in certe opere di fortificazione, si sfogava in piazza dicendo che quelle muraglie si potevano buttar giù con un soffio....; e il comitato scriveva all’amico X che sorgevano dei fortilizii, ma che l’associazione poteva fin d’ora far calcolo sui mezzi con cui la rivoluzione se ne sarebbe resa padrona al primo segnale. Un gendarme un po’ brillo aveva mormorato contro il sergente all’osteria.... e il comitato scriveva: «Il malcontento nell’armata è al colmo, generale ormai il pensiero di far ritorno alle proprie case; si organizzano vaste diserzioni: il comitato ha su di ciò informazioni positive, per rapporti coll’armata stessa: il comitato veglia e lavora.»

Come mai potevo credere con tanta buona fede tutto ciò che mi si scriveva, e come mai alla mia volta potevo scrivere tante storie, quasi con altrettanta buona fede? Non lo so, ma pure era così. Certe parolone abbruciano il palato, e domandano ogni giorno delle parolone ancora più grosse. La vanità infantile poi, del trovarsi partecipe e quasi arbitro di grandi destini, è tale seduzione, che conduce a sostituire al vero il fantasma. Oh i begli anni!... e come ero giovane allora! E l’amico X era anch’egli giovane altrettanto? Lo incontreremo più tardi.