Le alte imprese a cui credevo di attendere, il fumo delle grosse parole, l’ingenua credenza che le idee ruvide e brusche fossero forti pensamenti, avevano finito col farmi pigliare così sul serio la mia parte, ch’io m’andavo mutando di carattere; tanto che, senza avvedermene, l’umore mi si faceva triste e l’animo non buono. Io mi credevo un repubblicano di Sparta, e non ero che un repubblicano del villaggio. Venne anche un giorno in cui mi dissi stizzito: «la Luigina non fa per me!» Ciò voleva dire ch’io non comprendevo più la semplicità modesta, la bontà tranquilla, serena. «Cleopatra,» dicevo io alla Luigina, «tu non mi ami: se tu intendessi l’amore, come io lo intendo, tu insorgeresti contro i pregiudizi di questa vecchia società; voleresti nelle mie braccia, e fuggiremmo insieme. Così io l’ho inteso, così l’ho sognato l’amore! Rialza, o Cleopatra, la grande bandiera dell’Eva!»

Povera fanciulla! Prima ancora che il comitato fosse venuto a scompigliarmi maggiormente il cervello, una volta, fattomi ardito, l’avevo trattenuta susurrandole qualche parolina. Da quel giorno, con gli occhi a terra, e turbata, ella mi ascoltò più volte. Non rispondeva parola; pure, quasi impietrita, non sapeva allontanarsi da me. Ma quando più tardi cominciai a tormentarla con le mie follìe, e a parlarle d’amore con le parole che imparavo sui libriccini di contrabbando, la vidi di nuovo fuggire per non rivederla che a più lunghi intervalli.

Questa benedetta rivoluzione universale, sulla quale andavo facendo tanti calcoli, o s’era fermata per strada, o non aveva ancor prese le mosse: fatto sta che non capitava mai. Impaziente, stanco di tutto, mi sentivo sempre più agitato da quella irrequietudine che invade chi fonda tutti i sogni dell’avvenire in un mondo vago, lontano, e fuori d’ogni realtà. Bisognava oramai che mutassi, non foss’altro, d’aria, di paese, di gente. Il pretesto poteva essere l’Università, di cui da un pezzo non si parlava più, «perchè le annate erano scarse», diceva mio zio, forse per non confessare che disperava di far di me quello speziale che aveva sognato. Il mio nuovo intento fu dunque l’Università. A indurre lo zio, non c’era altro modo che attendere con maggior compunzione alle sue ampolle, mostrarsi compreso di questa missione sociale, e dargli prove migliori della mia irresistibile vocazione, del mio delirio per la sua arte. Mi decisi; rimboccai le maniche, ripresi il grembiale e il soffietto, e mio zio m’ebbe vittima e complice dei suoi fornelli, delle sue storte e delle sue scoperte.

Ma se la materia era incatenata al pestello, lo spirito spaziava sempre nelle regioni della protesta e della rivolta. Lo zio m’affidava talora qualche ricetta, e se non avvelenai nessuno e non mandai lo zio all’ergastolo fu un miracolo. Le malve ripugnavano ai miei sentimenti risoluti, radicali; le sanguisughe mi evocavano il fantasma dei potenti che succhiano il sangue dei popoli: gli eroici soli mi parevano all’altezza de’ miei pensieri; ma mio zio non voleva che ci mettessi mano. Io agitavo le bibite nelle ampolle; ma frattanto pensavo al giorno in cui sarebbe spuntata la vera libertà, quella libertà in nome di cui il popolo vero avrebbe messo in prigione il popolo falso. Pensavo al giorno dell’eguaglianza, in cui avremmo cacciate al di sotto le classi che non erano con noi. E in nome poi della fratellanza universale, io passavo le mie ore ad odiare, sulla fede de’ miei testi, uomini e cose, di cui non conoscevo che il nome.

Frattanto era venuto l’autunno del 1858, e, non so come, fin nel mio paesello era giunta la voce che potesse nascere qualche grande novità, che potesse scoppiare una guerra. Ne chiesi subito conto all’amico X, il quale mi rispose che la rivoluzione era a buon porto, ma non ancora affatto matura; che stéssi molto in guardia; e che «qualsiasi moto che non veniva da noi, non poteva essere che un moto fazioso.» Potei quindi sorridere con una profonda pietà di quelle notizie campagnole.


Il mio disegno con lo zio non era riuscito male: l’inverno faceva capolino dalle bianche cime de’ miei monti, e la mia partenza era già all’ordine del giorno nei discorsi sotto la cappa del cammino. Quand’ecco una lettera dell’amico X; una lunga lettera che viene a mettermi sempre più in guardia su quelle tali voci di guerra, e sui pericoli che si celavano in certe ingannatrici speranze. Perciò il comitato doveva dichiararsi in permanenza, ed aspettare. Ed io che ero già sulle mosse! Non è a dire quanta fosse la mia perplessità: avrei voluto andarmene e rimanere a un tempo. Rimasi; e mio zio non ne fece alcuna maraviglia, avvezzo com’era alla poca durata delle mie risoluzioni. Egli piuttosto continuava a osservarmi in silenzio, non essendo riuscito a capirmi bene, e volendo pure, anche sopra di me, trovare la teoria.

Ma cominciò a stupirsi davvero, e a capirne sempre meno, quando, sul finir dell’inverno, il turbine della guerra facendosi così vicino da increspare anche la tranquilla superficie del mio paese, e non parlandosi da tutti che di strategia, di francesi, e di cannoni rigati, mi vide diventar sempre più chiuso e taciturno, proprio come lo volevano le mie istruzioni recenti. Io, che altre volte avevo tanto declamato, che avevo chiamato vile e imbelle chi non mutava in un’arme la prima sedia che gli capitava tra mano, e non insorgeva tutti i giorni dell’anno; ora che pareva vicina davvero quest’alba sacra della riscossa nazionale, e un nuovo entusiasmo moveva l’intero paese; io tacevo, io ero in disparte, come un nemico che vede una rovina nella fortuna della patria.

Che il mio silenzio, alla vigilia del combattere, fosse paura? Qualcuno avrebbe potuto sospettarlo! Il giorno che fui preso da questo orribile pensiero, per la prima volta, nella piena del dolore, ebbi un istante d’odio contro il tiranno misterioso che mi vietava la mèta a cui correvano, pieni d’entusiasmo, i giovani miei pari. Ogni giorno passavano per le vie dei miei monti brigate di giovani delle valli vicine che correvano a farsi soldati, chiamati da nessuno, fuorchè da un istinto sublime che loro diceva essere vicine le nostre sante battaglie. Spioni e gendarmi erano dì e notte sulle loro tracce; ma li metteva in salvo quella cospirazione tramata da nessuno, universale, onnipossente, delle cause mature. Nel mio paesello, perfino il garzone del fornaio, un povero ragazzotto, mezzo idiota, un bel mattino prese con sè gli abiti da festa, e se ne andò. Lo incontrai per via, e gli chiesi: «Che fai?» — «Vado ad arrolarmi;» mi rispose nella sua semplicità, e tirò innanzi. Non gli chiesi altro, e, pieno di rossore, chinai gli occhi, sentendomi indegno di fissarlo in viso. Il mio contrabbandiere venne una sera con una lettera, e mi chiese quando doveva venire per condurmi di là. «Domani,» gli risposi.