Ma all’indomani io avevo letta la lettera, avevo arrossito di quell’istante di debolezza, per cui poco era mancato che fossi rimasto vittima anch’io dell’illusione generale. Avevo imparato che presto si sarebbero bensì combattute delle battaglie, ma delle false battaglie: che da quelle battaglie ne sarebbe venuta forse una falsa libertà, una falsa indipendenza, e che i veri generosi, i veri combattenti sarebbero stati quelli che non avrebbero combattuto. L’ora non era ancor giunta, perchè ci facessimo apostoli armati. Dovevamo ancora rimanere apostoli seduti, spiando il momento, che i casi potevano render vicino, per impadronirci del moto. Intanto aspettassi gli avvenimenti e gli avvisi.

Mio zio era andato più volte alla ròcca merlata a dar forse un’occhiata al suo berretto; era in chiacchiere dalla mattina alla sera col curato, e da un mese non aveva fatta più nessuna scoperta. Era tutto lieto e ringiovanito; lieto soprattutto d’averla vinta sul curato, col quale tanti anni prima aveva fatto una scommessa che Napoleone avrebbe prima o poi passato il San Bernardo e rifatto il regno d’Italia. Egli non parlava più col curato che di volteggiatori, di veliti, di granatieri della guardia, e di dragoni della regina. Se gli avessi detto, un bel mattino, ch’io andavo ad arrolarmi nei veliti, gli avrei forse prolungata la vita di dieci anni. Egli mi guardava di tanto in tanto, quasi aspettasse che gliene domandassi la permissione; e tacevamo tutti e due.

Mi guardava il curato, mi guardava il fornaio che era rimasto senza garzone, mi guardavano tutti. Nessuno mi diceva una parola; che cosa pensavano di me?... Pensavano che avevo paura! A sviare il pensiero da questa vergogna, a farmi forte dinanzi a questi sguardi che mi scendevano al cuore come punte avvelenate, mi chiudevo sempre più nel mio proposito, con la sciagurata ostinazione di chi, avendo forse la coscienza del meglio, si è appigliato al peggio. Prestavo il manto dello stoicismo alla fiacchezza del mio animo; chiamavo chiaroveggenza la mia cecità; facevo l’incompreso perchè non volevo capire. Mi fossi almeno spiegato! Avessi almeno enunciata la mia teorica sublime! M’avrebbero forse creduto pazzo, ma non vile.

Rimasi muto e chiuso nella mia camera anche il giorno in cui, alla notizia di grandi avvenimenti, si trovarono in rivoluzione tutti gli abitanti del mio paesello. «Gran battaglia al Ticino; fuggiti i tre gendarmi; Vittorio Emanuele à Milano; Napoleone Dio sa dove....» Tutto ciò fu contato un bel mattino da un carrettiere che veniva d’in giù, e che aveva veduto coi propri occhi un zuavo. In un attimo mio zio ebbe il berretto da velite in testa; costituì il comitato; proclamò il regno d’Italia; strappò dalle vetrine della spezieria una tendina verde, dal collo della serva il fazzoletto rosso, e, cucitili insieme con una salvietta, ebbe fatta e piantata sulla bottega la bandiera; fece gettare nel torrente l’insegna del tabaccaio, e mandò cinque uomini con pali e forche a cercare una spia, che si diceva girasse in mezzo alla segale.

Fedele alla consegna, non mi lasciai trascinare nè illudere da questi falsi provvedimenti rivoluzionari, e il giorno dopo firmai una protesta all’Europa, mandatami dall’amico X, contro la battaglia di Magenta. Così ebbi anch’io l’emozione di compiere in quei momenti un atto grande! E pur troppo non tardò il giorno in cui l’arrestarsi improvviso della guerra parve dar ragione ad alcuna delle previsioni dell’amico, ed io ci vidi la riprova ch’egli era l’oracolo infallibile del vero. «La fazione ha finito, la nazione incomincia,» mi scrisse pochi giorni dopo l’amico X; «noi siamo a Milano, e vi attendiamo.»

Ogni esitazione era dunque finita. Al desiderio che in me si agitava da tanto tempo, si aggiungeva ora il fascino di una irresistibile chiamata. Con lo zio fu presto intesa ogni cosa, e rimase deciso che, all’aprirsi dell’Università, io sarei finalmente andato a Pavia per essere iniziato ai misteri della farmaceutica. Pavia, nel mio linguaggio, voleva dire Milano; come poi avrei aggiustala questa faccenda non lo sapevo, e per allora non ci pensavo nemmeno. Milano! Milano! Fu per tre mesi la mia sola parola, il mio sogno, il mio tormento. Io non avevo mai veduto Milano. Noi altri della provincia abbiamo l’occhio fisso, più di quanto ce lo vogliamo confessare, verso quel grosso e lontano formicaio di gente che ha le pretese di sentirsi non solo capoluogo, come i capoluoghi di tant’altre provincie, ma un tantino di più. Que’ signori del formicaio, che valgono più di quello che vogliamo ammettere noi, e meno di quanto credono loro, ci fanno provare a un tempo un senso di repulsione e di attrazione, che è quello, io credo, che finisce col farci girare come lune intorno a loro, seguendoli a distanza nelle idee e nei costumi.

Ma allora non ne sentivo che l’attrazione, e bisognava che ci piombassi nel mezzo. Milano era tutto per me. Là, io avrei trovato un popolo poeta e umanitario, intento solo ai grandi problemi della questione sociale; là, gli ingegni peregrini e gli apostoli venerandi, intenti tutti al trionfo della mia fede; là, infine, la donna d’alti concetti e di forti passioni, ravvolta in un mistero di vesti e di profumi, la donna che rispondeva al mio ideale di quel momento! «No,» dicevo tra me, «io non sono nato alle semplicità rusticane. La passione che mi trabocca dal cuore dovrebbe chiudersi tutta in un’umile simpatia campagnola? No; io sono nato per le grandi emozioni, e in queste solo io posso trovare la mia felicità! Domani finalmente sarò partito. Questa è l’ultima volta che....»

È l’ultima volta, volevo dire, che do mano al cencio da spolverare, perchè questi pensieri mi assalivano nel ripulire il banco della spezieria; cosa che avrei giurato non sarebbe accaduta mai più. Intanto non m’ero accorto che dalla porta della spezieria era entrato qualcuno. Era entrata la Luisa che, avendo una sorellina ammalata, veniva per la prima volta in persona con una ricetta. Si fece rossa in viso lei, e mi feci rosso io; ed io poi rimasi imbarazzato e goffo come non ero mai stato in vita mia. Pigliai la ricetta e per eseguirla mi misi in gran faccende passeggiando per tutta la bottega. Pure bisognava dir qualche cosa, e sempre andando innanzi e indietro incominciai:

«Sempre ammalata la sorellina?... E che bel tempo!... cioè freddo sì, ma asciutto....»

«Dicono che in giù sia venuta tanta neve....»