Ma non c’è da dire. Domando io, se il non aver avuto più nè una riga, nè una nuova di Aldo, non sia una cosa strana, misteriosa, e da far credere a tutti i riflessi politici e sociali del Borsa? Il mio errore fu quello di non essere partito io stesso con Aldo; di aver affidata una ricerca così importante, e che poteva riuscire non facile, a un giovane senza esperienza e senza conoscenza di luoghi e di persone. Lo so ben io, quasi sempre, quello che andrebbe fatto, ma poi.... ma poi per andare bisogna moversi, per fare bisogna mettercisi, ed è allora che mi sento divenir greve come fossi di piombo, e quasi non posso più rizzarmi neanche dalla sedia. Quante cose non farei io, se le potessi fare col solo pensiero!
A proposito di fare, che cosa fa in giro questo signor Garofani, che non è ancora ritornato in città? Giri pure fin che vuole, che gli è lo stesso. Non capirà e non imparerà mai niente! Che se ne ritornino una volta lui e lei a casa, che non sono roba da esportazione! — «Se ne stanno ancora nientemeno che in riva al mare» mi disse ieri il fattore il quale in Borghignolo ha sempre la riputazione d’uomo che vive all’infuori della politica; riputazione di cui mi approfitto per affidargli di tanto in tanto qualche incarico diplomatico. Poichè bisogna sapere che se io, per esempio, fossi andato al caffè a domandare ingenuamente al primo che capitava, se il signor Garofani era tornato in città, avrei messe tutte le fantasie di Borghignolo in movimento e molti animi in agitazione; la mia domanda avrebbe fatto subito il giro di tutte le bocche. A quest’ora i più timidi piglierebbero di nuovo la prima cantonata appena mi vedessero spuntare da lontano; i più torbidi se ne starebbero piantati in caffè, parecchi giorni, con le mani nei taschini del panciotto dicendo «vedremo;» ed io poi non sarei riuscito a sapere se il signor Garofani fosse o non fosse ritornato in città, perchè ciascuno, a buon conto, si sarebbe creduto in dovere di non dirmelo.
15 febbraio 1866.
Il Borsa, in uno stato di profondo abbattimento, venne ad annunziarmi che domani arriva in Borghignolo il nostro deputato, il direttore del Vero Italiano. È il Buccelli che lo fa venire, e gli darà alloggio in casa sua. Il Buccelli dunque ha fatto pace e alleanza con l’avversario, a cui aveva dato così fiera battaglia pochi mesi fa? Pare cosa, al signor Borsa, inaudita; e nel dire che in tutto questo c’è del buio, soggiunge poi che la cosa è chiara e lampante. Perocchè il Buccelli sospetta che i consiglieri comunali, dopo essersi lasciati menare per il naso, strapazzare e dar dell’asino tante volte da lui, possano avere il capriccio di fargli un tiro e metterlo all’uscio. Facendo venire in casa sua il deputato, che è quello nientemeno che scrive il Vero Italiano; che è quello che sa tutte le notizie di questo mondo; e che ha il coraggio di dire tutte le mattine ai ministri che sono dei bricconi, la cosa è fatta. Chi potrà avere d’ora in poi la temerità di pigliarsela col Buccelli? — «Il Buccelli, da domani, sarà il padrone del paese. L’autocrazia del Buccelli in Borghignolo farà impallidire quella degli Czar.... che dico?, quella dei Faraoni!» Così conchiude il signor Borsa il quale poi è d’opinione che la colpa di tutto questo sia del Governo, perchè il Governo vede e sa tutte queste sventure di Borghignolo, e non ci pone rimedio. Il Governo, secondo il signor Borsa è uno stranissimo mostro, il quale sa tutto e non sa niente: è onniscente a un tempo come Domeneddio, e analfabeta come il campanaro di Borghignolo.
18 febbraio 1866.
Borghignolo fu tutto in festa per l’arrivo del deputato, il quale scese d’un salto dalla diligenza che passa per Borghignolo, e fu ricevuto dal Buccelli, che a capo di quasi tutti i ben pensanti del paese lo aspettava sull’uscio della botteguccia dove è l’ufficio della posta. Ci furono molti inchini e atti d’ammirazione da una parte, e saluti pieni d’affabilità dall’altra. La comitiva si ingrossò di tutti i curiosi che passavano, e ci fu qualche grido di viva il vero deputato! viva il difensore del diritto dei popoli! Allora il deputato andò a far colazione, accompagnato sempre dal Buccelli e dagli intimi, lasciando che gli altri spiassero dietro l’uscio e le inferriate delle finestre per vedere come fanno i personaggi grandi a mangiare. Il Buccelli alloggiò il suo ospite nel castello, e nelle stanze di Giandomenico, ove per tutto quel primo giorno ci fu un lungo e secreto conclave, che aumentò di tanto la desolazione del Borsa da farmi quasi temere pe’ suoi giorni.
Venuta la sera, quei quattro che nelle grandi occasioni soffiano in uno strumento da fiato, si recarono, seguiti da molta gente, sul piazzale del castello a sonare, in onore del deputato, per cinque o sei volte di seguito un valzer, che per ora è l’unico che si conosca in Borghignolo. Comparve subito dal portone il deputato con qualche altro a ricevere e ricambiare gli evviva, mentre il Buccelli, aiutato da due o tre della brigata, correva dalla casa al piazzale con boccali e fiaschi, dando da bere ai venuti, e vuotando l’ultimo bariletto del povero Giandomenico. Anch’io rimasi per qualche minuto testimonio di questa allegria al sereno. Passavo per di là, dopo aver fatto quattro passi sulla collina; nessuno mi aveva veduto; era buio, m’ero tenuto al largo, e poi la gente era tutta intenta al deputato e ai boccali.
Ero per andarmene, quando a un tratto alcune voci gridarono silenzio! silenzio! Mi fermai, tesi le orecchie, e tra i bisbigli della folla e il rumore dei carretti e di quelli che passavano canterellando per le stradette vicine, udii la voce del deputato imbarcatosi in un sermone al popolo di Borghignolo: