Il Buccelli era comparso in quel momento con due gran fiaschi sotto il braccio. Il deputato continuava, e pareva gli si squarciasse la gola; ma intanto mi rasentava vicino un carretto, che col cigolar delle ruote e con lo scricchiolìo de’ ciottoli mi fece perdere il filo del discorso, e non mi lasciò giungere che qualche parola qua e là.
«Le banche.... gli uomini del potere.... le consorterie.... la tassa del registro e bollo.... Galileo.... i giudici di mandamento.... Solone.... il dazio consumo.... il Consiglio comunale.... il segretario.... l’America.... evviva.... abbasso....»
«Viva la Merica! Evviva!... Abbasso!»
Passato il carretto, aguzzai le orecchie daccapo; ma a un tratto i sonatori, in isbaglio, ripigliarono il loro valzer, mentre il deputato era nel buono dell’aringa; nè ci fu modo di farli smettere, per quanto facessero a gesti, e a gridi, il Buccelli e il deputato. Ne venne una gran confusione, della quale alcuni giovanotti approfittarono per mettersi a ballare, ed io per andarmene senza che nessuno si avvedesse di me. Un tale però che evidentemente s’era tenuto in disparte anche esso, e che al pari di me se ne ritornava in quel momento a casa, ravvisandomi a mezzo, in quel buio, affrettò il passo, e mi si fece vicino.
«Oh signor Borsa!» gli diss’io «era anche lei della comitiva?»
Ma il Borsa non rispondeva. Quando fummo vicini a casa, tirò un gran sospiro, e nel salutarmi, mormorò: «Peccato, peccato!... parla pur bene quel signore!... ha un gran talento!... ah, se non fosse amico del Buccelli!...»
Il mio fattore, per quanto facesse professione di vivere all’infuori della politica, quella sera fu trascinato anch’esso dalla corrente, e rimase sul piazzale del castello, e per le vie del paese finchè durarono i canti, la musica, la baldoria. La mattina seguente, cioè ieri mattina, mi disse anch’egli maraviglie del deputato, e concluse che talenti simili ce ne saranno, ma in Borghignolo non se n’erano veduti mai. Mi disse che il deputato aveva promesso di far passare presso il paese una di quelle strade ferrate che vanno diritte, e in un batter d’occhio, fino a Parigi, e se occorre a Mosca. Borghignolo diventerebbe allora una città; il giudice del mandamento sarebbe fatto consigliere di tribunale; il caffettiere avrebbe uno spaccio di duecento tazze di caffè al giorno; l’oste potrebbe vuotare tutte le cantine di quei del paese e dei paesi vicini; e soltanto a tenere delle galline e a vendere ova ci sarebbe da farsi ricco per chi si sia. Aveva poi promesso di aggiustare a dovere gli affari del comune; di mettere Borghignolo sulla via del progresso, e di riordinare la confraternita. Tutti erano contenti, allegri, e si aspettavano cose grandi.
La prima cosa grande fu che, quando ieri radunato il Consiglio, per ordine del prefetto, perchè fosse una buona volta nominato il maestro stabile della scuola con l’assegno voluto dalla legge, perchè fossero presentati i conti dell’anno passato, e fossero nominati gli amministratori di certi lasciti pii, il deputato vi intervenne condottovi dal Buccelli, e, facendola da sindaco, presedette i consiglieri, parlò, strepitò, fece le proposte, e le fece votare. Su tutti gli argomenti fece votare per il no. Ai nostri consiglieri di Borghignolo, per i quali il no è il solo voto che non ispiri diffidenza, parve di aver trovato finalmente il loro uomo. Furono unanimi in tutti i no che loro propose il deputato, e, pieni di fiducia e di entusiasmo, credendo in fine di pronunciare un ultimo no, caddero in fallo in un sì. Votarono cioè un indirizzo di protesta al Governo contro quelle leggi d’amministrazione e quelle domande per le quali erano stati chiamati a deliberare. «Oh adesso sì che le cose andranno bene!» si disse in paese da tutti, appena si seppero queste novità; e il deputato approfittandosi di quest’aura così propizia, raccomandò a tutti calorosamente il suo amico Buccelli. Le cantonate e i muri del paese che nelle grandi occasioni non rimangono mai silenziosi, celebrarono subito questa bella giornata; e in un attimo vi si lesse, ad ogni passo, scritto col carbone — viva noi — viva i popoli tutti — abbasso i nemici di Borghignolo — viva il protettore del popolo, che è il deputato, abbasso don Michele, che son io.
Ciò vuol dire che il Buccelli è ritornato alla sua antica idea, e si metterà di nuovo a soffiare nella brace per farmi, se gli riesce, sgomberare il paese: tanto gli sono in uggia, sebbene egli non mi veda mai. Ah! Michele, il tuo aratro ti vuol far sudare....
Una lettera d’Aldo! Eccola finalmente questa benedetta lettera che aspetto da un mese, e che mi cagionò tanta impazienza e tanti sospetti. Me la portò un merciaiolo che avevo pregato, andando lui alla città, di domandare se ci fosse una lettera ferma in posta per me. La lettera c’era proprio, ed eccola qui. Ma cosa mi dice Aldo in questa lettera? Mi dice «che ha pigliato un brigante vivo.... che le balze scoscese dei monti, il mare, la luna gli innondano il cuore di poesia.... che ha perduto il borsellino, e che è rimasto senza un soldo....» mi dice tante altre belle cose; ma non mi dà nuove di suo padre. Risponde alle mie ultime lettere.... e le altre? Dice che è ansioso d’avere notizie da me.... spera ottenere un altro permesso....