Insomma, se io non gli avessi mandate le mie lettere da Borghignolo, e gli avessi scritto di mandarmi le sue in città, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo mistero! È una cosa indegna, è una cosa da malandrini! Ma questa non la inghiotto.... oh la vedremo, la vedremo tra poco!
20 febbraio 1866.
La benefica visita del deputato, la gioia degli animi e la fiducia nell’avvenire finirono in una gran baruffa a pugni e a legnate; una dozzina d’individui andò a letto col naso rotto, e un’altra dozzina andrà a letto domani sotto la custodia del procuratore del re. Il Buccelli, con una brigata de’ suoi fidi, accompagnò alla diligenza il deputato che partiva, gridando e schiamazzando. Nel ritornare, si fermarono sulla piazza, sbeffeggiarono qualcuno, corsero delle villanie e delle busse. Quelli che ne toccarono fecero il loro complotto per non rimanere in debito, e alla sera ricomparvero più numerosi e col randello sotto il braccio. Ci fu un gran parapiglia in caffè. Andaron rotti chicchere e tavolini; andò rosolio per tutta la bottega. Il caffettiere, con uno sgabello in mano, picchiava sugli uni e sugli altri, per non far torto a nessuno. In complesso però, per dire il vero, gli amici del Buccelli picchiarono più degli altri, e rimasero, come si direbbe, padroni del campo e del paese. Il Borsa, che se ne stava tranquillo a casa sua, come seppe queste scene, fuggì, e non se ne sa più nulla. Il mio fattore, pieno di spavento, non mi voleva lasciare uscir di casa questa mattina, ma io uscii, e non vidi in giro anima viva. Vidi sulle cantonate un rinforzo di evviva e di morte; lessi sul muro di casa mia un non vogliamo forestieri in paese, scritto a grandi lettere; vidi rotti i vetri del caffè; ma l’ordine, salvo sulle spalle e sulle facce dei combattenti che non ho vedute, mi pare dappertutto a quest’ora pienamente ristabilito. Il fattore non la pensa così; dice che devono seguire cose inaudite, e sta empiendo una vasca d’acqua perchè prevede un incendio. Io invece prevedo un drappello di carabinieri.
24 febbraio 1866.
Cose grosse! Il Consiglio comunale di Borghignolo è sciolto; c’è in paese un commissario regio, un uffiziale di pubblica sicurezza, un giudice, un drappello di carabinieri. Il Buccelli, che aveva messe a tempo le sue vedette, come seppe che i carabinieri entravano in paese da una parte, svignò dall’altra. L’uffiziale di pubblica sicurezza fece aprire la di lui casa; ci passò un’intera giornata, e ne uscì con un grosso fascio di carte. Il giudice ha iniziato un processo, e un paio di caporioni seguiti da tre o quattro gaglioffi furono già mandati al capoluogo. Il commissario se ne sta da mattina a sera nella sala comunale, e se vorrà venire a capo di qualcosa dovrà starci un pezzo.
Ognuno se ne va pe’ fatti suoi lesto, lesto, e quasi non ardisce fiatare; il Borsa mi ha mandato a dire che, quando le cose si saranno fatte più tranquille, ritornerà in paese; ch’io intanto rimanga saldo al mio posto; che non abbia timore: che il nemico è un vile, e che a suo tempo gliela faremo vedere! La gente, che nei giorni passati era tutta ritornata al Buccelli, ora gli si è tutta ribellata di nuovo, e, quando essa ardisce aprir bocca, ne dice corna. Dice che ha fatte ruberie senza fine; che si mangiò un capitale del luogo pio; che portò via carte e documenti del comune; che metteva in tasca quei pochi quattrini che le madri gli consegnavano da mandare con la posta ai loro figlioli militari. A queste cose poi, che credo verissime, ne aggiungono delle altre a cui si dà molto maggior peso. Si dice che il Buccelli abbia comperato un palazzo in Francia; che abbia fatta fare una gran fossa in un bosco e ci abbia nascosto il tesoro; che abbia fatto nella confraternita delle cose eretiche, e che si intenda un po’ di stregoneria. Perchè queste cose non si dicevano prima? Perchè, fin che il Buccelli fu in paese, tutti gli facevan la corte? Perchè mai le stregonerie s’erano chiamate fino allora miracoli? Queste domande non le faccio che a me, tanto riuscirebbero stravaganti a chiunque le facessi in paese. E perchè nessuno rammenta, a proposito del Buccelli, il povero Giandomenico cacciato di casa, buttato sulla strada, prima che qualcuno potesse correre in suo aiuto? La storia di Giandomenico è cosa vecchia. È un pezzo che non si vede più; nessuno più lo ricorda, nessuno ne parla.
Io solo lo ricordo, povero amico! Oh perchè non ho saputo conoscere meglio le sue disgrazie! Perchè non fui più sollecito nel correre in suo aiuto! E ora che ne sarà avvenuto; dove sarà? Quante disgrazie di meno si conterebbero a questo mondo, se i galantuomini fossero solleciti come i bricconi!