1 marzo 1866.

Mi sono giunte ancora due nuove lettere, che Aldo certo in distrazione, mi mandò direttamente a Borghignolo, e che mi furono consegnate dal caffettiere che, provvisoriamente, distribuisce le lettere. Da queste due lettere capisco meglio ancora, ch’egli me ne ha scritte delle altre che io non ho ricevute. Aldo aspetta da me notizie di suo padre, ed è impaziente di saper l’esito di certe ricerche che avrei dovuto far io, suggeritemi da lui, a quanto pare, in qualche lettera che non mi fu consegnata. A quest’ora però saprà che le sue lettere io non le ho avute, perchè glielo scrissi da parecchi giorni, e mi avrà detto da capo tutto quello che non so.

Benedetto figliolo! Avrebbe potuto in queste due lettere dire qualche cosa di più e dar meno posto alla luna, ai tramonti, alle prime erbette che spuntano sul prato, alle onde del mare che si gonfiano e palpitano.... È lui che palpita, non le onde del mare!... Ma non diamogli sulla voce, povero figliolo, perchè anche noi, al nostro tempo, di lune e di erbette ne abbiamo avuto per il capo la nostra parte!

Ma, e questi signori Garofani fanno il giro del mondo? Non c’è uno in tutto Borghignolo che sappia nè dove siano, nè quando tornino!...

Il fattore mi annunzia, tutto confuso per il gran rispetto, la visita del signor commissario regio. Chiudiamo dunque lo scartafaccio.

La visita non è stata breve. E non è stato breve, nè facile a scansare un certo assalto che mirava a tirarmi in trappola. Tutto a fin di bene, capisco, ma, e poi? Non è un balordo, questo signor commissario regio; è fine, discorre bene, vi lascia dire, vi dice sempre di sì, e intanto vi tesse tutto all’ingiro una ragnatela dentro cui vi piglia come un moscherino. Mi raccontò a lungo tutti i disordini che ha trovati nel comune, e mi disse che ce n’è da mandare in galera il Buccelli dieci volte. Me lo immaginavo, e non me ne feci stupore. Mi parlò del suo incarico di ricostituire l’amministrazione del comune, mi chiese de’ consigli, mi discorse di tutto il bene che si può fare, e del dovere che si ha di farlo. Mi disse che i comuni sono la base dello Stato; che quando la base è tarlata.... e che non aggiungeva di più, perchè sapeva di parlare a un uomo in cui l’amore del paese.... e così via. Mi disse che come sindaco del paese, io avrei potuto.... ma qui non lo lasciai finire; ed egli subito riprese che sapeva di non potere sperar tanto, ma che assolutamente io dovevo permettere che fossi proposto per il Consiglio comunale, dove di tanto in tanto, anche solo una volta all’anno, a un bisogno, avrei potuto buttar là una buona parola. Non risposi nè sì, nè no. Ne disse tante e tante, che non era facile ribatterle tutte. Però gira e rigira, non fu contento finchè non m’ebbe cavato di bocca un insomma, faccia lei, vedremo... Poi mi ripigliò le sue confidenze, e m’affogò in un mare di cortesie.

Faccia lei, vedremo, non vuol dir troppo! Non credo con questo d’aver rinunziato ai miei propositi.

Ma quel commissario regio però non è un balordo!


5 marzo 1866.