Il signor Garofani è arrivato in città ieri, e lo aspettano in Borghignolo, chiamatovi dalla catastrofe del Buccelli. La sua signora rimane in città, fedele al giuramento di non metter più piede in questo paese. Tali nuove le diede, al mio fattore, il casiere dei signori Garofani, il quale è già in faccende a spalancar finestre, a spazzare, a spolverare e dar la caccia ai topi.

Anche il Borsa, che per il momento se ne sta nella casa d’un suo nipote in un villaggio qui vicino, mi mandò un foglio di carta, su cui è scritto: «Nuovi guai! Il signor Garofani, marito, giunge in Borghignolo! Non dico altro! Don Michele, coraggio! Appena i tempi saranno diventati meno procellosi, io sarò in Borghignolo! All’erta, don Michele! Non dico altro!

«Borsa.»

Il mio piano è fatto. Ho indugiato altre volte abbastanza; morto o non morto, ho ancora un dovere da compiere, e per essere più sicuro del fatto mio, partirò questa sera stessa.


Milano, 7 marzo 1866.

Confesso d’aver riveduto con piacere le mie vecchie vie della città. Andai girellando pur volentieri! e mi sorpresi più d’una volta fermo sui due piedi a guardar la facciata d’una casa o le vetrine d’una bottega. Fin la troppa gente, nei luoghi più frequentati, non mi diede fastidio, e fin anche per gli spintoni mi sentii inclinato a una certa indulgenza. Il dottore, che corsi subito ad abbracciare, e che, nel fare quattro passi con me, s’avvide che il mio antico broncio s’era un po’ calmato, dice che le assenze e le lontananze, non sono state finora in medicina studiate con la debita attenzione; che hanno un grande avvenire nella scienza; e ch’egli ne ha osservati degli effetti maravigliosi in certe malattie, in quelle, per esempio, di qualche marito e di qualche moglie. Comunque sia, per non dargliela tutta vinta, mi affrettai ad assicurarlo che Borghignolo è il primo paese del mondo, vedendo ch’egli mi scalzava per farmi uscir a confessare che n’ero annoiato.

Ora importa ch’io vada subito in casa Garofani. Chi me lo avrebbe detto? Eppure è così. Voglio diventare l’amico, il confidente della signora Giuseppina. Vorrei anche poter mandare questa risoluzione d’oggi in domani; ma pure bisogna risolversi, chiudere gli occhi, e spiccare il salto. Domani sarà l’ultimo domani, definitivamente, senza misericordia, senza soprattieni; e si vedrà Michele bere a sorsi la cicuta, con la calma solenne d’un personaggio dell’antichità. Ma sono io poi sicuro che la signora Giuseppina non mi salti alla faccia come un gatto arrabbiato? Siamo stati, per alcuni giorni, amici svisceratissimi, ma dopo la catastrofe dell’elezione, e dopo le mille suggestioni del Buccelli, non è facile indovinare in quali acque mi trovi. Tanto più che la signora Giuseppina soleva dire: «tutto sta nel modo di pigliarmi; con un niente divento un pezzetto di sugo di regolizia; ma se sono stuzzicata, e se mi monta la mosca al naso, buona notte! divento un granello di pepe, e di che pepe! Lo diceva sempre il mio Baldassarre, buon’anima, e lo ripetono sempre anche adesso il Garofani e il signor Mosè.»


12 marzo 1866.