Salii le scale della signora Giuseppina, apparecchiato così alla regolizia come al pepe, con l’animo tranquillo e direi lieto. Trovai un uscio aperto, entrai in una prima stanza, dove un servitore in calzoni verdi e con l’abito di color cioccolata russava tranquillamente, sdraiato su una cassapanca. Quella cassapanca mi diede una prima stretta al cuore; ci avevo dormito sopra tante volte anch’io da bambino, quand’era in uno dei salotti di Giandomenico. Coraggio! dissi a me stesso; e rispettando quel sonno profondo, aprii un altro uscio, e andai innanzi. Dopo qualche sbaglio d’itinerario, dopo aver fatta sentire la mia voce, e aver udita quella della signora Giuseppina, mi trovai finalmente nella sala di ricevimento.

La signora Giuseppina, appena mi vide, fece una grande esclamazione, saltò in piedi, mi venne incontro, e poco mancò che non mi desse un abbraccio. Eravamo alla regolizia. Quante cose non mi disse, e non mi domandò, senza riprender fiato! quante volte non esclamò: «Oh! che bella improvvisata! lei è proprio un don Michele dei fini!... che bella visita! ne avevo il presentimento! ho sognato l’altra notte di lei!» Poi m’invitò a sedere, presentandomi ad alcuni signori e signore che facevano circolo, e che s’erano tutti levati in piedi, guardandomi con molta curiosità. Con qualche curiosità anch’io guardai uno di loro, che sentii essere il signor Mosè; quel signor Mosè che avevo udito nominar tante volte, e che in casa Garofani era un’autorità. La signora Giuseppina, riattaccando la conversazione, incominciò col fare il mio elogio; mi dipinse come un gran personaggio, e ne disse tante che io finii col rimanerne imbarazzato; gli altri si misero in gran soggezione, e non aprirono più bocca. Appena potei sviare il discorso, mi feci a chiederle le nuove della famiglia; le dissi che le trovavo una cera ch’era una magnificenza, e feci perfino qualche allusione alla sua bellezza, senza però compromettermi con le date.

«Quel caro don Michele è sempre lui! ma guardi che combinazione! Garofani è andato a Borghignolo. Se avesse potuto immaginarsi una così bella visita....» e si volgeva agli altri, quasi a richiederli del loro consenso «non si sarebbe mosso di certo. Glielo avevo detto io di mandar qualcuno! Ma signor no! Questi benedetti uomini sono tutti ostinati.... ad eccezione, voglio dire, di don Michele, non è vero?» I due o tre uomini presenti fecero un sorriso di adesione e di rassegnazione; il signor Mosè però rimase immobile. «Bel gusto l’andare a Borghignolo!» continuava la signora Giuseppina «un paese di mascalzoni e malcreati. Non lo dico per me, perchè io gli ho sempre lasciati cuocere nel loro brodo, e non avrei nulla a dire. Ma lo dico per tant’altri a cui furono fatti dei tiri da villani. Eppure, il mio Garofani ne andava pazzo! Adesso però l’ha capita; a Borghignolo metterà la filanda, e per noi acquisteremo una bella casa in riva al lago.... Non si può immaginare quanto appetito mi dia il moto della barca!.... come dicevo, Garofani ha voluto andare a Borghignolo, perchè bisogna sapere che noi ci tenevamo un agente, di quelli proprio co’ fiocchi; ma, probabilmente per invidia, quei villani del paese gliene fecero tante che, perduta la pazienza, il poveruomo volle andarsene ad ogni costo.»

Gli astanti fecero un atto di sorpresa e di dispiacere. La signora Giuseppina mi lanciò un’occhiata d’intelligenza, per farmi capire che a quattr’occhi ne avremmo discorso diversamente, ma che intanto era bene dir così. Il signor Mosè, che forse era a parte del secreto, con un contegno ch’esprimeva una gran prudenza, rimaneva immobile più che mai.

«Lei dunque ha fatto un gran viaggio!» presi a dir io, vedendo che c’era bisogno di mutar discorso.

«Volevamo farlo» rispose la signora Giuseppina; «Si cominciò anzi dall’andare a Genova e a Nizza. Ma poi nacquero delle circostanze.... degli affari.... e Garofani dovette ritornare.»

«Caspita! però....» soggiunse una delle signore, che fino allora aveva taciuto, «l’andare a Nizza e anche a Genova non è poco!»

«Si voleva andare a Napoli, e fors’anche a Parigi, perchè mia figlia ama tanto la lingua francese...., ma poi, come dicevo.... sono sopravvenute certe cose.... insomma adesso chi sa quando ci si andrà.»

«Anche Nizza però, a quanto si sente, per chi ama la lingua francese....» osservò un’altra, a cui passava la soggezione.

«Altro che il francese» saltò su la signora Giuseppina «non si ferman lì! Bisogna sentire: chi parla coi denti stretti, chi parla come se avesse piena la bocca.... insomma a Nizza si sentono tanti linguaggi che la pare l’arca di Noè!»