Voleva dire la torre di Babele. Qui ci fu una esclamazione generale, e poi una pausa, di cui parecchi approfittarono per rizzarsi, salutare svisceratamente la padrona di casa, e andarsene.

«E la signora Adelina?» ripresi a dire «la sua bella figliola?... che nuove me ne dà?... Era il suo primo viaggio, se non isbaglio. Mi immagino....»

«Mi immaginavo anch’io» continuò la signora Giuseppina, interrompendomi «ma poi.... basta così. Il medico s’era incaponito che si avesse a fare questo viaggio.... non già che mia figlia avesse bisogno del medico, perchè anzi i suoi piccoli incomodi provengono di solito dalla troppa salute: ma chi diceva che Adelina non aveva più parole, ch’era sempre sopra pensiero, ch’era pallida; chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra; insomma tutti volevano metterci il naso. Allora Garofani ha perduto la pazienza. Ehi ci vuol altro dicevo io, la gente parla perchè ha la bocca. Anch’io da ragazza ne sentivo delle baie!»

«La sua figliola studia troppo! ecco quello che ho sempre detto io» osservò uno de’ rimasti.

«Oh questo poi sì! Mia figliola aveva ormai tutti i professori della città. E che professori! C’era bene chi mi diceva di prendere de’ professori di minore spesa che avrebbero spezzato meno gli orecchi ad Adelina; ma tant’è! io sono fatta così; e quando nelle cose mi ci metto, non le posso fare che in grande. Bisogna però dire che tutti questi gran professori, e tutti questi gran libri finissero col farle male. Cioè, male no, perchè, come dicevo, mia figlia della salute ne ha da vendere.... ma insomma le confusero la testa. Siamo partiti; abbiam fatto proprio un bel viaggio.... ma ci voleva altro! Basta, a questo mondo bisogna davvero aspettarsene d’ogni risma!»

«Sicchè sua figlia sarà ritornata tutta in fiore!» soggiunse uno di questi ignoti del circolo, non so se per semplicità, o per dare spago alla signora Giuseppina. Ma in quel mentre il signor Mosè tirò una presa di tabacco, e la signora Giuseppina, voltando subito il discorso, mi chiese della mia salute, giacchè si discorreva di salute; poi passò a un raffreddore del Garofani, e a una tosse secca del suo primo marito, che essa aveva guarito col lichene.

L’un dopo l’altro, i pochi rimasti se ne andarono, ad eccezione del signor Mosè.

La signora Giuseppina ebbe un secondo assalto di tenerezza e di espansione per me. Fece nuove esclamazioni sulla bella improvvisata della mia visita, sull’onore che le facevo; mi fece promettere che mi lascerei vedere con frequenza, e mi fece capire che aveva molte cose a dirmi. Fors’anche bruciava della voglia di informarmi in un minuto di tutte le faccende di casa sua, ma la trattenne la presenza del signor Mosè, del quale parmi abbia una certa soggezione. Pensavo intanto a qualche complimentuccio da risponderle anch’io; ma essa aveva già mutato discorso, e s’era messa a farmi ammirare i mobili della sala, il dipinto della volta, il tappeto, la tappezzeria, tutta roba nuova appena messa in opera, d’invenzione d’un tale che sentivo nominare per la prima volta, e che la signora Giuseppina diceva suo amico e pittore; un pittore straordinario! Ammirai, ma stando in sulla vita, perchè la seggiola, al pari degli altri mobili, era così irta di spigoli che l’appoggiarsi alla spalliera m’avrebbe fatto veder le stelle.

La signora Giuseppina, non contenta ancora, mi volle condurre di stanza in stanza e farmi ammirare tutto il lusso della casa e le invenzioni del pittore. Vidi una camera da letto in istile dell’Alhambra, e che poteva essere un salotto da caffè. La signora Giuseppina si affrettò a dirmi che non ci dormiva, perchè sarebbe stato proprio un peccato. Presso c’era uno stanzino gotico per la toeletta; ma la catinella, lo specchio e tutta la minuta suppellettile erano disposte in modo da volerci il collo della giraffa per servirsene. Ovunque fosse rimasta disponibile una spanna di muro, il pittore ci aveva prodigata l’arte sua. Si vedevano alla rinfusa pere, mele, teste di filosofi, cocomeri, uccelli che parevano fiori, fiori che parevano sassi, e una prodigiosa famiglia di puttini da cui si dipartivano braccia e gambe con la mirabile irregolarità dei rami d’un albero. Quei puttini avevano le guance rosse come brace: se era per la vergogna d’essere veduti, avevano ben ragione! Quante cose poi non rividi, di quelle che erano state del povero Giandomenico! Mi sentivo stringere il cuore, e il dispetto mi faceva già velo agli occhi; ma, rivolgendo la faccia, dicevo a me stesso: «abbi pazienza.» Quei quadri lunghi e stretti su cui erano le figure severe e annerite dei vecchi di Giandomenico, che avevo sempre veduti appesi al muro dell’atrio, o d’un salotto a terreno del castello, li rividi l’un dopo l’altro nelle stanze della signora Giuseppina. Il pittore straordinario aveva dipinto su tutti uno stemma con un garofano nel mezzo, e al posto del vecchio nome del casato aveva scritto Garophanus.

Spinsi il mio eroismo fino a proferire delle parole di ammirazione per tutto quello che vedevo via via. La signora Giuseppina se ne compiaceva moltissimo, ma lasciava travedere di tanto in tanto una certa inquietudine la quale voleva dire, per chi la conosce un po’, che aveva una gran volontà di raccontarmi qualcosa. Più d’una volta aveva mandato qualche lungo sospiro, e aveva detto a mezza voce: «Anche in mezzo a tutta questa bella roba, chi lo direbbe? ho anch’io i miei fastidi!... Ma, la è proprio così!... Bisognerebbe non pensarci!...» Io fingevo di non capire, per quanto sentissi crescere in me l’inquietudine. Ci fu un momento in cui la signora Giuseppina mi si piantò dinanzi in aria proprio di volermi dire qualcosa; ma eravamo già di ritorno, e sentimmo nella sala vicina un grande sternuto del signor Mosè. La signora Giuseppina non trovò più la parola, e rientrammo nella sala.