Bisognerà dunque che mi faccia amico anche del signor Mosè. Dopo quattro chiacchiere di commiato, presi il mio cappello, promisi di gran cuore che sarei ritornato prestissimo, e di gran cuore accettai anche dal signor Mosè una presa di tabacco, che sprigionai subito dalle dita, lasciando cadere la polvere a terra, appena uscito dall’anticamera.
17 marzo 1866.
La signora Giuseppina ieri mi mandò a dire che, dolentissima ch’io non l’avessi trovata in casa il giorno prima, mi aspettava per quella sera stessa, e me ne faceva viva istanza, tanto più che ci doveva venire un amico di casa a sonare il fagotto. Misericordia!
Ci andai un pochino sul tardi, pensando che gli ultimi pezzi di musica sarebbero stati un po’ meno lunghi dei primi. Ho troppa stima del fagotto, pensai tra me, per credere che voglia fare eccezione alle migliori regole.
Bisogna dire che giungessi proprio l’ultimo, perchè non trovai anima viva sulle scale, e neppure nelle prime stanze d’ingresso. I servitori forse avevano già incominciato a servire le paste in sala, o a mangiarne gli avanzi in cucina. Sentendo a un tratto la voce arrabbiata d’un fagotto di cattivo umore, stetti in forse un momento, pensando se dovevo entrar subito od aspettare che la sonata finisse, e che il fagotto si fosse calmato, per non disturbare in un momento solenne la signora Giuseppina e i suoi convitati.
Ero tra il sì e il no, quando a un tratto vidi aprirsi un uscio, non quello della sala, ed uscirne in fretta l’Adelina. Adelina, che il quel momento non si aspettava di imbattersi in alcuno, mandò un grido, subito represso, e fece atto di fuggire. Ma io, chiamandola per nome, la trattenni. Tutto ciò fu l’affare d’un momento. Le presi la mano; essa strinse vivamente la mia. Le dissi alcune parole, le feci qualche domanda, ed essa chinò gli occhi e non rispose. Non era più la vispa fanciulla di Borghignolo; era pallidissima, e in quel momento mi pareva fortemente commossa. Non ho mai potuto avvezzarmi a vedere la gente commossa od afflitta, bell’e vecchio come sono, e dopo averne veduta tanta! Mi si turbano le idee; in un attimo non capisco più da qual parte vengano i guai di cui si tratta, e mi par quasi d’averne la colpa io.
Avrei dovuto far cuore all’Adelina, interrogarla, farla parlare; ma mi sentivo già imbarazzato io pure. Pensai al fare misterioso della signora Giuseppina; pensai che ci potesse essere qualche disgrazia; pensai che anche questa volta potevo essere giunto troppo tardi, e non trovai più una parola. Intanto un grande strepito e un gran battimano improvvisamente annunziarono che il fagotto aveva finito; si aprì l’uscio della sala; Adelina ritirò la sua mano che teneva stretta nelle mie, e fuggì.
Io entrai in sala. Fortunatamente gli uditori del fagotto avevano tal voglia di muover le gambe, scacciare il sonno, e respirare, che potei rimanere per un po’ non veduto tra gli astanti, e aver tempo di ricompormi, prima di cadere nelle unghie della signora Giuseppina. Alla fine mi feci animo, mi feci largo, e, con inchini a dritta e a sinistra, incominciai ufficialmente il mio arrivo.
La signora Giuseppina in un momento mi presentò a una dozzina di persone; mi fece bere tre bicchieri di acque di diverso colore; mi fece conoscere il sonatore del fagotto, e m’offrì non so quante fettine di torta, pan di Spagna, e pasticcini. Mi disse che per quelli di bon tono aveva fatto fare il thè, ma che per gli amici sinceri teneva in pronto un famoso bicchierino di malaga vecchione, proprio di quello che piaceva tanto a Baldassarre. Se la signora Giuseppina non se ne fosse scordata un minuto dopo, in quanto a me avrei bevuto e thè e malaga tutto insieme, senza opporle la più piccola resistenza. Feci anche un saluto tenerissimo al signor Mosè, e gli partecipai tutta la mia soddisfazione di trovarmi in una così bella società. Il signor Mosè, che in quella sera aveva il collo e il mento ravvolti in una cravatta ancor più alta e doviziosa del solito, mi rispose con un risolino dì approvazione e di compiacenza, ma senza aprir bocca, s’intende. È stato appunto a furia di tacere per trenta o quarant’anni di seguito, che il signor Mosè si è acquistato una così gran fama, tra i pochi che hanno la fortuna di conoscerlo.