La signora Giuseppina intanto, tutta rossa e affaccendata, correva di qua e di là, senza lasciar pace a nessuno. La sua vittima più compassionevole per quella sera fu quell’infelice del fagotto, il quale, per quanto fosse sfiatato, dovette ripigliare le sue variazioni, nelle quali però la noia di chi le sentiva non variava mai. Contro le mie speranze, anche quella sonata fu lunghissima, talchè alla fine parecchi s’erano addormentati, e altri facevano conversazione sottovoce col vicino. Seguendo anch’io questo esempio, avevo di tanto in tanto scambiata qualche parola colla signora Giuseppina, presso la quale ero seduto.

«Insomma, se lo lasci dire, signora Giuseppina, non c’è nessuno che possa competere con lei nello spirito, nel brio e nel saper sempre dire a tutti una parolina proprio di quelle...»

«Oh, se mi avesse conosciuta in altri tempi.... allora sì!»

«Possibile? Ma non potrà dirmi che in altri tempi ella avesse l’animo più contento! La signora Giuseppina ha tutte le fortune. Gran bella cosa il non aver pensieri!...»

«Non ho pensieri per il capo io?... Io? Questa volta don Michele la dice grossa! Oh se sapesse!...»

«Eh lo so benissimo! I guai di Borghignolo.... il Buccelli che se ne è andato.... suo marito di cattivo umore.... Adelina....»

«Adelina? Dica.... dica!»

«Adelina che stasera ha il mal di capo....»

«Eh, c’è ben altro!»

«Adelina che s’è fatta un po’ malinconica, che dimagra, che da qualche tempo non ha troppa salute! Lo so; ma le son cose passeggiere, cose da nulla, inezie.»