«L’accompagna il signor Mosè, perchè nessuno deve saper niente....»
«Ma parte per dove? Ma che cosa è accaduto?...»
«Oh se sapesse!... se sapesse!»
«Delle cose da dirle ne ho forse anch’io di molte!... E se intanto Adelina non partisse....»
«Caspita! È un consiglio del signor Mosè!... Ma anche lei ha delle cose da dirmi? Per amor del cielo!... Dica, dica....»
Il fagotto aveva finito. Tutti applaudono, tutti si risvegliano, e poi, in mezzo a una gran confusione di saluti, di scialli, di complimenti, di mantiglie, signore e signori si congedarono tutti; ed io pure me ne dovetti andare con l’animo agitato, e con la paura d’essere anche questa volta giunto troppo tardi.
18 marzo 1866.
Ero ancora a letto, perchè il levarmi di buon mattino fu sempre una delle molte aspirazioni disgraziate della mia esistenza, quando un servitore della signora Giuseppina venne a pregarmi che andassi subito, subito, in casa Garofani. Mi alzai in fretta e in furia, e feci la strada di corsa, spinto dall’ansietà in cui ero dopo le parole della signora Giuseppina, e dal timore che fosse sopraggiunto qualcosa di peggio ancora. Ma di nuovo e di peggio non era avvenuto nulla. La signora Giuseppina, temendo, come ella mi disse, che da un momento all’altro le potessero venire le convulsioni, aveva voluto sdebitarsi della promessa fattami, mentre capiva di avere ancora la testa seco. Stetti dunque ad ascoltarla con attenzione ansiosa, senza dir parola, lasciandola spaziare a suo piacere in digressioni e congetture d’ogni sorta; lasciandola trasecolare e spassionarsi in tutto quello che c’era di vero o di falso. Per quanto me ne aspettassi molte, le cose che sentii mi fecero colpo e mi rivoltarono, perchè le bricconate, ancorchè non si possa a meno di non aspettarsele dai bricconi, pure, quando arrivano, hanno sempre il loro tanto d’improvviso.
La signora Giuseppina dunque mi narrò come il Buccelli avesse per tempo aperti gli occhi a lei e a suo marito su tutta la trama che c’era in Borghignolo contro di loro. Lo scopo della trama era di non lasciare metter radice al signor Garofani in Borghignolo, perchè, se caso mai ne fosse diventato sindaco, gli straordinari suoi talenti avrebbero avuto un disopra tale, avrebbero fatto un tal colpo, che presto avrebbe ecclissato e messi a dormire tutti quelli di Borghignolo, quelli dei paesi vicini, i ministri, e fors’anche il direttore del Vero Italiano. I fili misteriosi di questa trama, che partivano certamente dal ministero, facevano capo tutti in mano di Giandomenico. Il Buccelli, zelantissimo, aveva sulle prime messa la signora Giuseppina in diffidenza anche di me, che potevo essere un agente della trama. Ma la mia interlocutrice si affrettava a dirmi che, mentre tutto il resto era pur troppo vero, non sospettò mai ch’io c’entrassi, e che mi rendeva questa giustizia. Il Buccelli poi aveva le prove in mano che Giandomenico aveva ricevute dal Governo somme spropositate, e che mentre si fingeva fallito in Borghignolo, comperava terre a tutto potere in America, dove aveva spedito un tale alcuni anni prima. Con queste somme, Giandomenico aveva mandata a monte l’elezione del Garofani, e si preparava a fare qualche altro colpo, per diventare lui il sindaco, tener lontano il Garofani e rimaner padrone di Borghignolo. «Il Buccelli lo avea ben lui suggerito il modo di rimandare i pifferi di montagna» diceva la signora Giuseppina, ma il Garofani pur mettendocisi, era sulle prime andato troppo adagio, e aveva perduto tempo. Il Buccelli voleva che si fossero in fretta e in furia comperati tutti i diritti e le ragioni dei creditori di Giandomenico, e lo si fosse fatto sfrattare senza lasciargli il tempo di aggiungere nuovi fili alla trama.