La cosa sarebbe riuscita a maraviglia, come s’è veduto dopo, perchè Giandomenico, non potendo lasciarsi scorgere d’avere i denari del Governo, bisognava che si rassegnasse a passare per fallito, e ad andarsene in fretta, tanto più che all’occorrenza si poteva anche farlo mettere in prigione. «Ma si era perduto tempo;» continuava la signora Giuseppina «quel caro signor conte aveva fatto il suo primo colpo, e il Garofani indispettito aveva piantati, lasciandoli cuocere nel loro brodo, quegli imbecilloni di Borghignolo. Il Buccelli però non voleva che la finisse così, e faceva di tutto perchè Garofani ritornasse in paese. Ma il conte briccone, che teneva i fili di tutto, seppe anche questo, e, per gettare sui Garofani tanta vergogna e tanta infamia che non gli permettessero più di lasciarsi vedere in Borghignolo, ne inventò una proprio infernale!...»
Qui temetti che la signora Giuseppina fosse giunta a quel tal punto delle convulsioni. Le feci fare una pausa; la confortai, e le dissi che anch’io le avrei narrato a suo tempo certe cose, che in mezzo ai suoi dispiaceri le avrebbero sollevato l’animo non poco.
«Bisogna sapere» ripigliò la signora Giuseppina «che, or son due anni, quando per la prima volta si andò ad abitare la casa di Borghignolo comperata da poco, tra quei primi di cui facemmo conoscenza, ci fu un ragazzotto, che non era neanche il diavolo, figlio di quel rusticone aristocratico d’un Giandomenico il quale non si è lasciato mai vedere. Buona, e al di là di buona come fui sempre, è il mio difetto, me lo lasciavo venir per casa, lo conducevo sempre in compagnia questo tal ragazzotto, che si chiamava Aldo, non so perchè, e che è quell’uffizialelto dei bersaglieri che lei deve conoscere. Si sarebbe detto, a vederlo, che mi facesse la corte; ma, come lei può ben credere, io ne ridevo a crepapelle, come si fa di questi civettini teneri. Un bel giorno finalmente dovette partire: lo rividi più tardi qualche volta in città; poi ripartì di nuovo, e ormai non mi ricordavo più neanche che ci fosse al mondo: quando a un tratto venni a sapere tutta una trama indiavolata. La trama era questa, nientemeno.... oh! ne ho le prove in mano!... e mi dirà, don Michele, se non è il caso di perdere la testa! Ma, tornando indietro d’un passo, bisogna sapere che da qualche tempo io andavo osservando, e l’osservavano tutti, che l’Adelina di giorno in giorno perdeva il suo colorito, il buon umore, le parole.... diventava sparuta, non era più lei. Studia troppo! sarà innamorata! la colpa è dei romanzi! Chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra: insomma la gente parlava. Fin qui non ci sarebbe stato gran male, perchè quando sento delle chiacchiere, io rispondo sempre con una gran massima, e dico che la gente parla perchè ha la bocca. Ma l’importante era che queste cose, tra me e me le pensavo e le vedevo anch’io; anzi qualche volta ne avevo fatto parola con Garofani. Garofani però, che è l’uomo della flemma, rispondeva: staremo a vedere; e col suo staremo a vedere non vedeva niente, e tirava per le lunghe anche gli affari di Borghignolo, mentre il Buccelli.... oh! quello sì è un uomo! adesso gli appongono delle colpe, l’hanno fatto uscire dal paese; ma non creda un bel niente, don Michele! è tutta una trama anche questa contro noi.... lo vedrà tra poco!... perchè bisogna saperle tutte le cose!... Dunque dicevo che il Buccelli tempestava ogni giorno con Garofani, perchè facesse in fretta; mandasse gli ordini a dovere, non la tirasse più in lungo con quell’impostore aristocratico d’un conte, il quale intanto sott’acqua ce ne avrebbe fatta qualcuna delle sue. Che, se lo si fosse cacciato da Borghignolo per tempo, non si correva neanche il rischio che s’è corso!... Insomma, per venire alle corte, s’era tramato che l’uffizialetto innamorasse Adelina, mia figlia!... quello spiantatello! quel resticciolo!... Come abbia fatto, non lo so; ma già noi donne, quando siam ragazze, siamo tanto sciocche!... In somma, bisogna dire che ci sia un po’ riuscito. Adelina vorrebbe dire di no; ma s’imbarazza, e queste cose io le capisco in un batter d’occhio. Ma, tornando a quei due bei soggetti, appena quel caro conte ebbe fatto fagotto, ecco che capita in paese il signor contino. Si ferma alcuni giorni, prende le sue informazioni, poi se ne va. C’era però qualcuno che aveva tenuto gli occhi aperti, e nel quale aveva dato il naso, senza avvedersene, quel mariolo novellino. Il quale, facendo l’impostore, aveva pigliato sotto il braccio questo qualcuno, e dicendogli tante cose tenere sul conto mio e di mio marito, aveva cercato prima di sapere dove noi fossimo, e poi il quando e il dove ce ne saremmo ritornati. Ma l’altro, ch’era una volpe vecchia e fine, gliene diede a bere parecchie, e lo rimandò con l’aver sapute per giunta certe cose che gli premeva di sapere. Poi questo tale stette all’erta giorno e notte, e a furia d’astuzia, di pazienza, di talento finì a scoprire tutto e a capire di che cosa si trattava. Una bagattella! Cose che fanno arricciare i capelli solo a pensarci! Cose da non credersi! Insomma si trattava nientemeno, che di rapire mia figlia.... ah briganti!...»
Non so se a questo punto facessi una smorfia di sorpresa, di incredulità o di dispetto, per quanto mi fossi prefisso di rimanere sino alla fine calmo e silenzioso.
«E ne ho le prove!» riprese la signora Giuseppina, riscaldandosi sempre più. «So tutto, e le ho in mano io tutte le fila che quei bricconi avevano preparate! Ci si voleva coprire d’infamia! Noi! proprio noi!... I Garofani! quei Garofani contro i quali neanche le male lingue non hanno mai potuto dire un ette, nè quando si aveva il negozio, nè dopo! E sì che, solo da parte mia, ne ho rimandati parecchi dei soggettacci scornati! Ma ci si voleva buttare l’infamia addosso questa volta, perchè non mettessimo più piede in Borghignolo.... ah canaglia! non ce lo metterete più voi altri, adesso, il piede in Borghignolo, dove volevate rimanere i padroni, per farla soli da bascià, come a quei tempi d’una volta! Sono donna; ma se si vuol cozzare con me, so rompere le corna a chicchessia! Sedurre mia figlia!... o farla fuggire!... fare uno scandalo in casa Garofani? Ah sì?... Avanti, signor uffizialetto, avanti....» e la signora Giuseppina in attitudine di sfida, appoggiava i pugni serrati sui fianchi, appuntando le gomita.
«Bisogna dire» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «che questi diavoli si fossero accorti che c’era chi sapeva tutto, e ce ne teneva informati. Supposero che fosse il Buccelli, ed era proprio lui. Ma per carità, don Michele, lei faccia sempre le viste di non saperlo. Glielo dico come se fossimo in confessione, perchè Garofani m’ha fatto giurare che non l’avrei mai detto a nessuno.... ma io la considero come un secondo signor Mosè! Detto fatto, si mette in piedi una combriccola, si fa nascere un baccano; poi siccome questi tali hanno anche il Governo dalla loro, si accusa il Buccelli, si fa avviare un processo, e lo si fa scappare. Eccoli sul trono. E noi? Noi non siamo più sicuri nè in casa, nè fuori; siamo in mano dei briganti! Cosa si fa? Ci siamo guardati in faccia per un giorno intero io e il Garofani, appena ci giunsero queste notizie. Finalmente mi venne una buona ispirazione, e dissi a mio marito: bisogna ritornare subito a Milano e domandare un parere al signor Mosè. Si ritornò a precipizio, e il signor Mosè disse subito che le cose avrebbero potuto finir bene, ma che potevano anche finir male: che ci consigliava di star a vedere, e intanto di mettere Adelina al sicuro, e di mandarla lontano presso una di lui sorella, monaca in un collegio di Orsoline, senza lasciar sapere ad anima viva dove sia. Come si fa?... Il signor Mosè l’ha detto e bisogna far così! Adelina è rassegnata, piange, e non vuol dir niente.... ma già io capisco che quell’uffizialelto lo ha per il capo!... Ora è quasi combinata ogni cosa, e domani aspetto un’ultima lettera della monaca. Dopo domani forse Adelina partirà col signor Mosè.... me ne scoppia il cuore a pensarci.... ma come si fa? Intanto Garofani ha voluto andare a Borghignolo, nè ci fu modo di trattenerlo. Adesso sono sulle spine anche per lui. Capisco bene che non si possa lasciare tutto il fatto nostro in mano di nessuno, ora che il Buccelli non è più in paese; ma prima c’è la pelle, e poi la roba! come diceva il mio primo marito, il povero Baldassarre, ed io non mi fiderei un bel niente di metter piede tra quella canaglia. Il Garofani invece è tutto spirito, ha un coraggio da leone. Ha portato con se due pistole cariche, e m’ha detto che, appena giunto, andava diviato dai carabinieri. Ora staremo a vedere. Ma intanto.... che ne dice, don Michele? Che disgrazia! Dica lei, sono o non sono da compiangere? e doveva proprio succedere in casa Garofani un romanzo di questa fatta? A lei ho detto tutto, ma per carità non lo sospetti neanche l’aria! Che succederà?... che succederà mai? Oh, mi dia un suo parere! Povera Giuseppina!...»
Il rispondere subito alla signora Giuseppina, appunto perchè era la signora Giuseppina, era cosa più difficile di quello che essa si pensasse. Mi trovavo sopraffatto, come non lo ero stato mai. Capivo ch’era necessario pigliar tempo, parlar poco, non dire tutto quello che ne pensavo. Capivo che la strada diritta non era questa volta la più corta, ma lì su due piedi non sapevo poi bene quale, tra le vie fuor di mano, sarebbe stata la migliore. Scelsi per il momento quella che aveva già dato tanto credito al signor Mosè, e tacqui. Ma la signora Giuseppina, ricordandosi una mia parola, venne subito alla riscossa per sapere quali cose avessi io a dire, quale fosse il mio secreto.
«Presto, prestissimo forse» le risposi io allora «la potrò informare anch’io di molte altre cose, che vengono tutte a proposito di questa spiacentissima storia. Oggi non lo posso. Aspetto io pure le mie prove, o, dirò meglio, alcune ultime prove. Ma per ora non le posso dire di più; per ora non ho a chiederle che un favore.... un favore grandissimo da cui può dipendere....»
Non mi fu possibile di finire: la signora Giuseppina esclamò: «Anche lei ha delle prove! Oh che bricconi! Un favore? Ma dica, dica!» e poi non mi lasciava dire. Finalmente, a furia di pazienza, la condussi a due conclusioni. La prima fu che Adelina non sarebbe partita senza ch’io lo sapessi; e la seconda ch’io avrei vedute le famose prove che essa aveva in mano. Nè le aspettai molto, perchè la signora Giuseppina, che ne moriva di voglia, mi fece subito veder tutto. Ripigliai fiato, vedendo che il tutto consisteva in alcune lettere del Buccelli bugiarde e goffe, architettate con una certa malizia, ma senza alcuna di quelle prove apparenti che tante volte, per disgrazia, fanno parere corpi le ombre. Diceva bensì il Buccelli che, tra le molte cose che gli avevano fatto conoscere tutto il filo dell’intrigo, c’erano delle lettere d’Aldo, cadutegli in mano per combinazione; ma poi queste lettere non le aveva mandate. Briccone! pensavo tra me: ecco dove sono andate quelle lettere che io avevo aspettate con tanta angoscia. L’avessi sospettato prima!... e frattanto mi passava per la mente il Borsa, il quale è decisamente un grand’uomo.
La signora Giuseppina con tanto d’occhi aveva cercato di seguire tutti i movimenti della mia faccia mentre leggevo le lettere del Buccelli, e mi parve che rimanesse alquanto sorpresa e scontenta nel vedermi più sereno di prima. Mi diede un nuovo assalto perchè le confidassi subito la mia parte di secreto, ma dovette tenersi tutta la sua curiosità, ancorchè gliel’avessi centuplicata. Mi feci ripetere le sue promesse, e le lasciai intravvedere cose nuove e vicine, sebbene in verità non sapessi in quel momento, e non mi sappia ancora mentre scrivo, quello che ne possa seguire e quello che io deva fare. Così lasciai la signora Giuseppina, la quale intanto s’era fatto portare un bicchierino di malaga, di quello di Baldassarre, s’intende, con un biscotto, per prevenire le convulsioni che dovevano capitare da un momento all’altro, se pure era tale la loro intenzione.