19 maggio 1866.

Dopo l’abboccamento d’ieri con la signora Giuseppina, me ne stetti un pezzo nella mia stanza col capo tra le mani, per vedere di spremerne qualcosa, chiamando a rassegna e riordinando le idee vecchie del mio piano, e le nuove che mi facevano ressa. Da cosa nasce cosa; e quando s’ha per le mani una matassa imbrogliata, la meglio è di pigliare il primo bandolo che capita, il quale può condurre a ritrovare il vero, se non lo è esso medesimo. Tra i fili che mandano fuori un capo, c’è il signor Mosè, il quale potrebbe essere benissimo un bandolo anch’esso. In questa supposizione, stamani uscii per tempo, e andai addirittura dal signor Mosè. Ma, che vado a fare? che vado a dirgli? pensavo tra me per istrada; e rallentavo il passo, perchè pure avevo bisogno di trovare il pretesto.

Il signor Mosè era un antico amico di Baldassarre, primo marito della signora Giuseppina. Proprietario d’una piccola casa in città, che gli rendeva quel tanto necessario a vivere quieto e benino, se n’era accontentato per tempo, e non era andato a cercare nè impiego, nè moglie, nè fastidi. Siccome aveva sempre usato fare le sue provviste da sè, così era entrato in amicizia fin da quarant’anni fa con Baldassarre, nella cui bottega aveva poi passata la maggior parte della sua vita, discorrendo, la mattina, degli avventori e del vicinato, e leggendo, la sera, la gazzetta. Baldassarre gli faceva tutte le sue confidenze, ed aveva sempre riservate per il sig. Mosè le primizie dei suoi coloniali e dei suoi affetti, avendogli confidato, tra l’altre cose, il suo amore per la Giuseppina. Il signor Mosè poi aveva veduto nascere più tardi un altro amore, quello della Giuseppina per Garofani, il ministro del negozio. E siccome egli era grande amico e ammiratore di tutti e tre, così è probabile che da quel tempo egli sia entrato in quella via di raccoglimento e di silenzio, che a poco a poco gli accrebbe di tanto la fama d’uomo di proposito e di consiglio.

È così che nella mente ho potuto compormi il signor Mosè, da quel poco che raccolsi qua e là nei discorsi della signora Giuseppina. Ora riandando queste cose, nel mandare innanzi lentamente un piede dopo l’altro, mi ricordai anche che il signor Mosè era famoso per fare i rosoli e le conserve. Avrei voluto che me ne fosse venuta in mente una migliore; ma tant’è, al momento non ne seppi raccapezzare altra. Ero già vicino alla sua casa: bisognava decidersi, e mi decisi per la conserva di lampone.

La maraviglia del signor Mosè al primo vedermi fu grande; ma appena gliene dissi il motivo, cessò immediatamente. Avevo colpito giusto. Mi accorsi che il signor Mosè, a proposito di conserve, era consultatissimo, e che su questo argomento, contro il suo solito, parlava molto.

«Piano! piano!» prese subito a dire il signor Mosè: «A lei non voglio fare questo torto, ma c’è della gente, e bisogna premetterlo, che confonde le conserve con gli altri preparati che più specialmente si chiamano composte, per tacere altri nomi che s’incontrano nel campo vastissimo delle diverse maniere con cui si preparano le frutte al sciloppo. Oh, di questi tali me ne capitarono parecchi! Ma io la prendo in parola sulle conserve, e per il momento le concedo di considerarle in sè, isolatamente, e non nei loro rapporti. Ma sa lei in quante subquestioni si divide la questione generale delle conserve? Ma restringiamo pure il campo fin che si vuole, teniamoci entro i confini angustissimi della sola conserva di lampone; non creda però che sui due piedi io gliene possa dare neanche una prima idea vaga, elementare. Perocchè, al primo passo che noi facciamo in una conserva qualsiasi, noi ci troviamo subito dinanzi alla questione della maturanza del frutto, e del modo di spremerne il sugo. Si figuri! ma andiamo innanzi. Eccoci, nientemeno, che in mezzo alla fermentazione! Una bagattella! Quindi la qualità del vaso, il locale, la temperatura, per non dire di tutto il resto. È nella fermentazione, signori miei, che la conserva riceve le prime impronte d’un avvenire dolce e fragrante, o contrae sciaguratamente i principii acetici d’una mala riuscita! Ma andiamo innanzi ancora: la conserva entra in una bottiglia a compiervi gli stadii ordinari della sua esistenza. Abbiamo subito dunque la questione delle bottiglie, e quella dei tappi, gravissime! per non dire di altre minori. Ma eccoci subito a una nuova bagattella, voglio dire la conservazione della conserva, sottoponendo a un’alta temperatura il vaso che la racchiude, in ragione della qualità dei sughi! Non le dico altro!...»


Chiudo per oggi, e forse per un pezzo, questo mio scartafaccio. Una lettera del fattore è venuta a farmi lasciar da parte il signor Mosè, e a farmi rifare la valigia. Domani sarò a Borghignolo. Ho voluto di nuovo vedere la signora Giuseppina e farle rinnovare le sue promesse. Mandai subito un telegramma ad Aldo. Eccomi da capo col diavolo addosso! Giungerò in tempo?

(Lettera del fattore)