«Signor padrone colendissimo!

»Le mando Tonio per espresso unitamente a questa mia, per dirle che è venuto da me poco fa Bortolo, detto Bortolotto, famiglio del signor conte Giandomenico, il quale mi disse che vuole parlare subito con vostra signoria per una disgrazia, la quale sarebbe che il suo padrone è in vicinanza al paese, ma sta molto male. Con che ho fatto subito dar aria alle stanze e preparare il letto. Aspettando i suoi ordini, altro non avendo a dire, passo a riverirla con tutto il rispetto. E sono

»Obbligatis. e Devotis.
»Giacomo.»


5 aprile 1866.

Vorrei che il cielo fosse oggi malinconico e grigio, l’aria cruda, la natura silenziosa e i fumaioli delle case mi dicessero che la gente è rinchiusa e accovacciata presso i focolari. Ma il cielo è splendido come di maggio; un insolito tepore mette tutti in festa, i contadini si spandono per le campagne, le donne si affaccendano negli orticelli, le galline in tutta furia beccano quel po’ che trovano per le strade, gli uccelletti a stormo, con un pigolio di cui riempiono l’aria, par che si raccontino tutti in una volta le vicende dell’invernata; i fiorellini fanno la loro prima comparsa sulla china del poggio e tra il bel verde dei prati. Possa questa scena lieta e ridente essere in armonia con l’animo di altri, se non può esserlo col mio. Non mi devo lamentare di questo bel cielo, che segna forse per altri uno de’ bei giorni della vita;... in quanto a me lo fuggo, e mi rinchiudo nella mia stanza.

Il meglio per oggi è che riapra il quadernuccio delle mie confidenze, e vi deponga tutta la malinconica storia di questi quindici giorni. Cercherò di snebbiarla, perchè l’ho in mente ancora come se mi svegliassi in questo punto dopo un sogno affannoso.

La mattina che partii per Borghignolo, a due miglia dal paese, trovai il mio fattore e il famiglio di Giandomenico che, un passo dopo l’altro, mi venivano incontro. Il famiglio mi accolse con un gesto e con una espressione della faccia che credetti volesse dirmi addirittura che il padrone era morto. Ma il mio fattore mi tranquillò; e quel buon uomo di Bortolo, che aveva gli occhi rossi e la voce tremante, appena lo potè, prese a rispondere alle domande che io gli avevo fatte tutte d’un fiato. Prese le mosse dal giorno in cui Giandomenico era improvvisamente scomparso. Il famiglio diceva di aver ben egli fatto tutto il possibile perchè il suo padrone domandasse a me un parere, o scrivesse una lettera a suo figlio, o andasse a cercar conto di qualche suo parente. Fu tutto inutile; Giandomenico rispondeva che se ne sarebbe andato tutto solo a nascondersi per i boschi, ed a morirvi in qualche buca, sicchè nessuno avrebbe mai saputo più nulla di lui. Quando gli si venne a dire che il giorno appresso si metteva all’incanto tutta la roba sua, aspettò che fosse calata la notte, che non ci fosse in giro anima viva, e senza pigliarsi neanche il tabarro, uscì, ed a gran passi s’avviò per un sentiero abbandonato della collina. Bortolo, che l’aveva veduto, gli era corso dietro. Qui il buon uomo, con gli occhi che gli si facevano gonfi ad ogni parola, mi raccontava come s’era buttato al collo del suo padrone, come avessero pianto insieme per un pezzo senza poter pronunziare una parola, e come più tardi, dopo molte preghiere, lo avesse indotto a seguirlo prima che l’alba li sorprendesse, e tutti e due fossero andati a riparare presso la Marta, una sorella del famiglio, vedova, che viveva in una sua casupola, presso un ceppo di cascine fuor di mano, a cinque miglia da Borghignolo.

«Nella casuccia della Marta» riprese Bortolo dopo una pausa «c’è la cucina, uno stanzino, un po’ di fenile per metterci lo strame, e lo stabbiolo delle pecore e del maiale. Con un saccone e uno stramazzo Marta andò a dormire in cucina; diede lo stanzino, dove c’è ancora il letto lasciatole dal suo pover uomo, al padrone, ed io mi acconciai sul fenile. Ma ce ne vollero delle preghiere mie e della sorella per trattenere il povero signor conte, al quale di tanto in tanto pigliava la malinconia, e voleva fuggire, perchè diceva che ci rubava il pane. Gran che! Beveva un po’ di latte, mandava giù un boccone, poi non gliene passavano più; gli facevo cuocere qualche bel pezzo d’agnello che rubava gli occhi; ma sì, era tutt’uno, egli non ci guardava neanche. Una volta mi disse di mandare a Borghignolo qualcuno, senza dire dov’egli fosse, per vedere se alla posta c’era qualche lettera per lui. Mandai un ragazzotto, il quale ritornò alla sera con niente. Il povero padrone si fece ancora più cupo, e quella volta andò a dormire senza bere neanche il latte. Mandai quel ragazzotto a Borghignolo qualche volta ancora, senza neppur dirlo al padrone, ma delle lettere non ce n’erano mai. Intanto passa un mese, ne passano due, ne passano tre, e il signor conte diventava ogni giorno più malinconico, più taciturno, più macilento. Io cercavo di consolarlo e di dargli qualche parere alla buona. IL mio sentimento era di andare a Borghignolo, e di parlare con lei o col signor curato che, se vuole, sale in zucca ne ha. Ma che! Guai aprir bocca su questo argomento! il padrone saltava su a dire che, se anima viva lo venisse a cercare, egli fuggiva via subito. Nè gli ho mai potuto far capire ragione, neanche quando, vedendolo di tanto in tanto coi brividi della febbre indosso, lo pregavo di lasciarmi andare a prendere il medico o, meglio ancora, il semplicista. Oh sì! Guai! non mi lasciava aprir bocca. Così si tirò innanzi; ma tre giorni fa, gli pigliò un febbrone che gli tolse il sentimento, e temetti me lo mandasse al Creatore. Allora corsi subito a Borghignolo per il signor curato, intanto che Marta bruciava l’ulivo benedetto, perchè potessimo giungere in tempo. Il curato condusse il dottore; pensi come rimanessero a vedere il padrone in casa della Marta! Ma poi cominciarono tutti e due a crollare il capo, e così fanno da tre giorni. Si pensò di far venire il signor Aldo, ma come si fa? Allora mi è venuta l’ispirazione di parlarne con Giacomo, perchè lo dicesse a lei, al quale, si sa, sta bene la penna in mano; e siccome poi lei legge le gazzette, forse saprà dove sia il nostro signor Aldo. Povero figliolo!... quando saprà....»

Lasciato il biroccio sulla strada, mentre Bortolo mi faceva la sua narrazione, con lui e col fattore pigliato un sentiero della collina, mi ero avviato, con l’anima piena d’angoscia, verso il tugurio ove giaceva il mio povero amico.