Lo vidi in quel miserabile giaciglio, che non mi uscirà più dalla memoria; lo chiamai per nome, ma per tutto quel primo giorno e per vari altri non mi riconobbe, e non gli udii pronunziare che qualche tronca parola, ora di spavento, ora di speranza. Avrei voluto farlo subito trasportare in casa mia, ma la distanza era troppa, la malattia troppo grave, e il medico mi disse chiaro che non c’era neppur da pensarci.
In pochi giorni si sparse la voce che il conte Giandomenico era stato ritrovato morente in casa della Marta, e presto in Borghignolo non si parlò più d’altro. Come avviene, ognuno ripeteva quello che aveva udito, e ci metteva qualche cosa del proprio per non parere di saperne meno degli altri. Così giravano di quelle storie stranissime, e che sembrano inconcepibili, quando non si pensa che non furono inventate da uno solo. E siccome anche nel pubblico di Borghignolo l’odio si avvicenda con l’amore, dopo quei dati periodi di tempo, la cui misura è sfuggita fin qui ai calcoli della scienza, così in tutti era scoppiato d’improvviso uno straordinario affetto per Giandomenico. Qualche raggio di questo affetto cadeva di riverbero anche su me, che ero conosciuto per amicissimo suo, e venuto questa volta in paese apposta per lui. Trovai in generale un’accoglienza migliore di prima; vidi levato qualche cappello, che di solito, al mio comparire, s’abbassava sulla fronte un dito di più; vidi perfino metter piede in casa mia qualcuno di quelli che sino allora non si sarebbero arrischiati neanche di passarci dinanzi, per il timore di compromettersi.... in che? non lo so, e non lo sapranno neppur essi. Ora mi si fa largo, mi si fa buona cera. Tanto meglio. Sono anch’io nel mio quarto di luna favorevole, ma non ci bado molto, perchè ho imparato a andarmene diritto per la mia strada, senza domandarmi se la luna mi guarda con tutta la sua faccia sorridente, o se mi volta le corna.
Una sera, nel ritornare dalla capanna della Marta, m’incontrai nel signor Garofani, il quale era venuto a cercare di me per sapere le nuove di Giandomenico. Anche in lui era succeduta una gran rivoluzione. In otto giorni di studio, egli non era riuscito, con le polizze e gli scartafacci del Buccelli, a trovare qualche nesso tra il dare e l’avere. Aveva la testa rintontita di rivelazioni e di accuse che gli venivano facendo contro il Buccelli quegli stessi, che fino allora lo avevano levato alle stelle, e non ne capiva più nulla. Anche in tutta quella sequela di raggiri coi quali il Buccelli era riuscito a spossessare di tutto Giandomenico, c’erano, a quanto se ne diceva, cose così impasticciate, da suscitare liti senza fine, se qualcuno avesse voluto andar al fondo. Il signor Garofani, a cui per la prima volta in vita sua, le cifre non parlavano chiaro, oppure dicevano delle cose ingrate, era in uno stato di abbattimento e di disinganno, come al guastarsi d’un primo amore. Con me naturalmente non tenne parola di tutto questo; ma un po’ ne avevo sentito da altri, e un po’ ne lessi sul suo viso e nelle sue parole, sebbene mi discorresse di tutt’altro. Quella sera mi accompagnò a casa, e passò meco più d’un’ora. Mi parve che avesse una gran voglia di parlare di Giandomenico, se appena gliene avessi dato l’appiccagnolo; ma per quella prima volta lasciai cadere il discorso. Alla fine mi annunziò che il giorno dopo sarebbe arrivata sua moglie, la quale faceva a Borghignolo una gita di pochi giorni per dare un’occhiata al giardino e ai suoi fiori: ossia per darne più d’una, a quanto mi disse poi il mio fattore, alle masserizie di casa, delle quali parecchie avevano seguito il Buccelli nell’esilio.
Il giorno seguente seppi infatti che la signora Giuseppina era arrivata. Ma non la vidi così subito; per un paio di giorni la lasciai tutta intera all’ispezione degli armadi e della guardaroba, e poco mi staccai dal capezzale del povero Giandomenico. Aspettavo ansiosamente, di minuto in minuto, Aldo, che aveva risposto al mio telegramma e doveva essere in viaggio da più giorni. Che gli avrei annunziato? Giandomenico aveva di tanto in tanto riaperti gli occhi, ma non mi aveva ancora riconosciuto. Il medico del paese, che di solito capisce poco, e questa volta poi mi aveva l’aria di non capire niente affatto, era stato subito di parere, per fortuna, che si chiamasse in consulto dal capoluogo del mandamento un altro medico che, a quanto si dice, ha riaperto ancora qualche libro dopo l’ultimo esame dell’Università. Mi parve infatti un brav’uomo, e fui tanto più addolorato vedendolo allontanarsi dalla stanzuccia dell’ammalato con la faccia pensosa, e non trovando che poche parole per rispondere alle mie molte domande. Quando gli dissi che aspettavo Aldo: «Faccia in fretta, faccia in fretta!» mi rispose; poi dopo una pausa soggiunse: «non vedo un pericolo vicino.... si potrebbe dir anzi in tutta regola che c’è da sperare, ma che vuole?... sto con l’esperienza, e dico che questo ammalato non mi piace, e non mi piace!» Così con questa risposta, e si pensi con quale inquietudine, rimasi per più giorni ancora prima che Aldo arrivasse.
Appena seppi che Aldo era poco lontano da Borghignolo, gli andai incontro perchè non giungesse al capezzale di suo padre tutto solo e senza che una parola amica fosse scesa prima nel suo animo vergine ancora alle forti commozioni della vita. Quale traccia non lasciano le prime commozioni del dolore, delle speranze, della gioia! Ma chi ci bada! L’educazione il più delle volte, come l’arte del verniciare, si mostra paga quando vede la superficie lucida e tersa. Povero Aldo! Se in mezzo a tutta la mestizia di questi giorni, non mi sento indosso quella cappa di piombo che da un pezzo mi rende così uggiosa la vita, è forse perchè mi pare di poter fare un po’ di bene a quel povero figliolo.
Ci fu un momento in cui parve che tutti i sintomi del male fossero divenuti meno gravi, e vidi il povero ammalato aprire gli occhi. Giandomenico girò lo sguardo lento, fisso, pieno di stupore, come chi si sveglia dopo un lungo sonno, e non sa rendersi ragione ancora di tutto quello che lo circonda. Mi riconobbe, sorrise, e con la mano cercò nascondere i brandelli e le rappezzature del coltrone che lo copriva. Gli dissi ch’ero venuto a fargli da infermiere, appena avuta notizia che, pigliato da un forte malore per strada, l’avevano portato in quella capanna. Egli mi sorrise di nuovo, con una espressione più serena e piena di riconoscenza. Gli parlai di suo figlio, lo disposi a vederlo; e poco dopo, le sue braccia pallide e scarne stringevano Aldo, il quale, prima di ritrovare alcune di quelle parole di calma e di fiducia che gli avevo suggerite, pianse dirottamente sino a che ebbe lacrime.
Sulla sera, una comitiva mesta e raccolta seguiva lentamente su per il sentiero della collina il curato, che veniva sul suo cavalluccio portando il viatico. Quale stretta non danno al cuore quei rintocchi del campanello, e quella nenia malinconica delle preghiere, quando si ripercotono e si perdono tra il frastuono indifferente delle vie d’una città! Ma quella sera, sotto il bel cielo sereno ove apparivano le prime stelle, tra il silenzio solenne e direi pio della natura, quelle preci, quella mesta comitiva, l’addio stesso alla vita, mi parvero cose meno desolate: l’anima le accoglieva con un fascino indicibile e nuovo. Era il fascino che la chiamava a confondersi tra quei vaghi misteri della natura e a varcare un confine che presente ed ignora.
Per un giorno ancora Giandomenico parlò, strinse la mano ad Aldo, a me, alla Marta, al famiglio. Le sue parole, ora chiare, ora confuse, esprimevano dei pensieri che gli facevano ritorno con una penosa insistenza. I propositi e le preoccupazioni della vita si avvicendavano nelle sue parole ai ricordi e ai consigli di chi sa vicina la morte. Più che dell’avvenire di Aldo, a cui ripetè più volle «tu hai la tua spada e il tuo onore,» era preoccupato dell’avvenire del suo famiglio. «E tu, povero Bortolo, cosa farai?... Cosa sarà di questo pover’uomo?...»
«Oh mio buon padrone!... mio caro signor padrone!... io son vecchio, e presto le terrò dietro» rispondeva Bortolo con la voce strozzata e la faccia piena di lacrime. Ma al cadere di quel giorno, Giandomenico non pronunziò più una parola; i suoi occhi rimasero socchiusi, e le sue braccia distese e rigide sopra il coltrone. Prima dell’alba, alla pallida luce della candela che ardeva presso il capezzale, vidi il volto di Giandomenico farsi bianco ed immobile: era spirato. Aldo svenne nelle mie braccia; il famiglio s’inginocchiò; la Marta aprì la finestra, e accese una candela benedetta.
Quando uscii dalla capanna, conducendo con me Aldo, e con l’animo straziato da quella scena di dolore, il cielo illuminato dai primi raggi del sole era tutto splendido e ridente. Gli uccelletti a stormi ci volavano intorno, empiendo l’aria del loro pigolìo. Le campane d’un paesello vicino sonavano a festa. Alcuni gruppi di contadini e contadine, che si recavano a una sagra, ridendo e canterellando ci passavano innanzi, e senza quasi avvedersi di noi. Così è la vita!