L’affetto per Giandomenico, che era scoppiato improvvisamente in Borghignolo a quella prima notizia che lo diceva ricoverato e morente nella casupola d’una povera donna, crebbe in proporzioni più grandi ancora, quando si sparse la voce della sua morte. Pochi mesi prima, io ero il solo che in Borghignolo avesse il coraggio civile di fargli una visita; il dirne male, l’odiarlo, il perseguitarlo era un dovere, era una prova quasi di patriottismo! Il perchè, chi lo sapeva? Ma si seguiva la corrente. Ora vien levato alle stelle, non si parla che delle sue virtù. Ma qui, per verità, bisogna confessare che questo fenomeno non è solo di Borghignolo. Il più delle volte, per trovare benevolenza e giustizia, bisogna morire. È il guaio di chi aspira a questo trionfo. Trionfo brevissimo per giunta, poichè presto nessuno si ricorda di lui, e l’ingiustizia o la benevolenza vanno in cerca di nuovi odii e di nuovi amori.

Stamane il cadavere di Giandomenico fu portato nella chiesa di Borghignolo, e di là al Camposanto. Nessuno del paese mancò alla mesta cerimonia. Intorno a quel feretro vidi raccolti tutti, e gli amici e i nemici del poveretto; vidi levarsi il cappello quanti gli avevano negato prima il saluto, udii pronunziare parole di rimpianto e di lode da chi aveva detto male di lui. Quante meditazioni, quanti pensieri non si affollavano nella mia mente nel seguire il corteo e nel recinto di quel cimitero!; di qual luce diversa non paiono colorate le cose tutte della vita, quando passano a rassegna dinanzi a chi ha gli occhi fissi sopra una fossa! Con l’anima gonfia di tante cose che sentivo essere vere e sante, levando gli occhi su quella folla che mi stava intorno silenziosa e riverente, mi parve che ogni cuore dovesse battere come il mio,... che ognuno di quelli che vedevo dovesse avere più del solito l’animo buono, la mente elevata. Mi parve che una parola d’affetto, un proposito buono, seminato in quel momento, non sarebbero andati perduti, e avrebbero forse legati strettamente gli animi nostri. Mi parve.... non saprei ridire tutto quello che mi parve in quel momento, ma so che parlai a tutta quella buona gente; che parlai per un pezzo, e che poi mi trovai nelle braccia di molti che piangevano e mi baciavano. So che cento voci mi dissero «lei ci può fare tanto bene! lei può essere la nostra provvidenza!» e che queste parole mi scesero nell’anima ben profondamente e mi scossero tutto, come se fossi giovane ancora, senza disinganni, senza stanchezza.... come se fossi un altro insomma, od almeno quello di una volta.

Io dunque posso ancora fare del bene? Sarà vero?

Addio, mio povero amico! addio, povero Giandomenico! La sera, sul tramonto, quando per l’erta stradetta della collina seguo l’ultimo raggio di sole che monta, monta, e poi m’abbandona, vedrò, alla svolta da cui si presenta il modesto recinto del cimitero, una croce di più protendere lontano la sua ombra verso di me e rammentarmi mestamente un sacro dovere. Ogni buona nuova che avrò di Aldo la verrò a dire all’ombra della tua croce, e le ripeterò che Aldo non è rimasto solo, che Aldo sarà mio figliolo! come lo dissi a te, povero Giandomenico, quando i tuoi occhi cercavano sul mio viso, prima di chiudersi, una nuova speranza, la sola forse che non gli sarebbe fallita.


9 aprile 1866.

Il colpo è fatto: dopo averci tanto pensato e ripensato, senza che il piano mi paresse mai abbastanza maturato, e nessuna occasione abbastanza opportuna, un colpo tirato all’improvviso ha fatto scoprire tutte le mie batterie, ed eccomi ora in campagna rasa. Ritornavo, ieri sera, a casa, dopo aver condotto Aldo a prendere una boccata d’aria ed a svagarsi un poco, povero figliolo! quando eccomi capitare nel salotto, con quell’impeto che la furia dei pensieri le suol communicare alle gambe, la signora Giuseppina, non rossa in faccia, come quando è in furia, ma pallida, tremante, come chi è sopraffatto da improvviso spavento. E il rimescolo l’aveva avuto davvero. Nel ritornarsene un poco prima, non ricordo da dove, sola, per una stradicciola della campagna, così mi disse, era stata seguita per lungo tratto da alcuni, ch’essa non riconobbe perchè, la paura essendo stata maggiore della curiosità, aveva affrettato il passo, senza avere nè il tempo nè il cuore di sbirciare o da da una parte, o dall’altra.

— In questo luogo qui, dopo l’avemmaria della sera — aveva preso a dire uno di essi — calano giù dalla collina le anime dei poveri morti che furono traditi in vita. Fanno un giro, e se incontrano il loro persecutore, gli susurrano una parola misteriosa, la quale non cessa più da quel momento di risonargli, come un’eco che non finisce mai; una parola che fa morire a poco a poco, come un lento veleno.

— Lasciate che imbrunisca ancora di più — seguitava un altro — e il fruscìo della siepe ci direbbe che passa la buon’anima di quel povero galantuomo che abbiamo ieri accompagnato al Camposanto. Noi non lo vedremmo, perchè, grazie a Dio, non gli abbiamo mai fatto nulla di male; ma lo vedrebbe forse qualcuno che so ben io, qualcuno ch’egli cerca, qualcuno che sentirebbe poi rintronarsi quella tal parola....

— Ma questa tale parola — domandava un terzo — non c’è proprio nessuno che l’abbia ridetta mai?